La democrazia secondo Matteo

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Secondo quanto riportato dagli ultimi dati forniti dalla società di rilevazioni Geca, il premier Renzi da solo ha potuto parlare, a Giugno, durante i telegiornali più di tutta l’opposizione messa assieme, ben 11 ore contro le 10 e 30 minuti concesse a M5S, Forza Italia, Lega, Fratelli d’Italia e Sinistra Italiana, mentre se andassimo a sommare le ore a disposizione del Presidente del Consiglio a quelle dell’intera area di Governo, composta da Partito Democratico, Nuovo Centrodestra e Scelta Civica, arriveremmo a 30 ore e 22 minuti, impiegati, soprattutto, per fare propaganda a favore del Sì riguardo al, quantomeno delicato, Referendum Costituzionale che si terrà, molto probabilmente, nel mese di Novembre. Ancor più grave, rispetto ai dati che arrivano dalle Tv private, è l’evidente squilibrio d’opportunità anche laddove l’informazione dovrebbe essere incondizionata ed esclusivamente a servizio dei cittadini, ovvero in Rai, al contrario ancora assoggettata al Governo e sempre meno libera, soprattutto dopo l’epurazione di Nicola Porro e la chiusura del suo talk di Rai 2 Virus, l’allontanamento di Massimo Giannini dalla trasmissione Ballarò e quello, il più recente e clamoroso, di Bianca Berlinguer, direttrice da sette anni del Tg 3, sostituita da Luca Mazzà, “casualmente” coui che lasciò l’incarico nella trasmisione condotta da Giannini in dissenso con la linea portata avanti dallo stesso giornalista, accusata di essere esageratamente antirenziana. Queste decisioni sono state prese da un direttore generale, Campo Dall’Orto, che appare un fedelissimo del premier (il quale, peraltro, percepisce una super retribuzione annuale, pari a 650 mila euro, ben oltre il tetto massimo di 240 mila fissato per i manager pubblici) e approvate da un Consiglio d’Amministrazione, eletto lo scorso anno secondo i criteri della pessima Legge Gasparri (realizzata in era berlusconiana ad hoc per la lottizzazione), che non risulta nè autonomo, infatti utilizzare l’argomentazione della sua totale indipendenza nelle scelte significa nascondersi dietro ad un dito, nè imparziale, in quanto espressione della maggioranza, con sei membri su nove indubbiamente vicini al Governo, tra cui due indicati direttamente da Palazzo Chigi, la presidente Monica Maggioni e il consigliere Marco Fortis, su diktat del Tesoro.

Vedere nei blitz di viale Mazzini, dato questo quadro della situazione, un tenativo di normalizzazione della Rai è certamente legittimo, infatti tutte le nomine, in ottica Referendum, hanno un chiaro indirizzo politico, esattamente come avveniva in passato mentre i renziani di ferro si improvvisavano paladini del pluralismo d’informazione e si ritenevano fermi sostenitori di una Rai libera dai partiti (probabilmente intendevano tutti a meno del proprio). Sull’ultima serie di nomine d’inizio Agosto, peraltro dettate senza un confronto preventivo sulla linea editoriale, sono arrivate dure critiche dalla Federazione della Stampa, dal sindacato dei giornalisti della Tv pubblica Usigrai, dalle opposizioni in toto e dall’ex segretario dei Dem Bersani, che accusa la propria dirigenza di essere compartecipe dei vecchi vizi, mentre per il consigliere Rai, indicato nel CdA da Sel e M5S, Carlo Freccero queste nomine palesemente monocolore, spacciate per una riorganizzazione interna, riportano il servizio pubblico agli anni ’60, al tempo della Dc di Fanfani, e sono considerate decisioni miopi e prese in modo non trasparente da Miguel Gotor e Federico Fornaro, i senatori della minoranza interna al Partito Democratico che hanno scelto la via delle dimissioni dalla Commissione Vigilanza, in seguito all’estromissione di una personalità autorevole e competente come la Berlinguer (che garantiva un equilibrio sostanziale tra i tempi di parola dei “No” e dei “Sì” sul Referendum), attraverso un’accelerazione agostana difficilmente in buona fede.

Correva l’anno 2002 quando l’allora Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, attraverso il cosiddetto editto bulgaro, sollecitava pubblicamente i vertici Rai ad estromettere i giornalisti Enzo Biagi e Michele Santoro e il comico Daniele Luttazzi, accusati di aver fatto un uso criminoso della Tv pubblica, e poco dopo effettivamente allontanati. Rispetto ad allora il premier attuale non ha il gigantesco conflito d’interessi di Berlusconi e non utilizza i modi agghiaccianti dell’ex Presidente, ma, per accrescrere il consenso e non rischiare di cadere in seguito al Referendum sul nuovo Senato, anche Matteo Renzi pare non abbia esitato a mettere lo zampino nelle direttive, non si è risparmiato dall’attaccare in continuazione i giornalisti a lui avversi (specie quelli che non possono essere sollevati dall’incarico) e i talk show che non fanno propaganda dalla sua parte e non hanno aderito alla capziosa narrazione renziana, e sembra non avere la minima intenzione di rendere l’informazione della Tv pubblica realmente libera dalle lottizzazioni e dalle logiche di partito; tutto, di certo, prevedibile dopo le incredibilmente gravi dichiarazioni, datate 2015, di Michele Anzaldi, segretario della Commissione Vigilanza e deputato del Pd, il quale sostenne, in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera, che c’era un problema con Rai 3, in cui maltrattano, in continuazione, il Governo e che, in tale rete, non avrebbero capito che Matteo Renzi è diventato segretario del Pd e premier, ma non è finita qui, lo stesso Anzaldi, infatti, è stato il primo a scagliarsi contro Giannini, auspicando querele e sanzioni nei suoi confronti, dopo che il conduttore di Ballarò ebbe definito incestuoso il rapporto Boschi-Banca Etruria. Non dimentichiamoci, inoltre, della più che discutibile Riforma Rai approvata a Settembre dal Parlamento che somiglia molto ad una Legge Gasparri 2.0: si concentrano maggiori poteri nelle mani dell’amministratore delegato (dopo la figura del super preside introdotta con la Riforma della Scuola, non poteva mancare la messa in campo del nuovo super a.d.) e si lascia la possibilità al Governo di indicare due membri del CdA su sette totali, e non più nove come previsto fino ad allora, con il Parlamento che dovrà stabilirne quattro.

L’Italia si trova alla 77esima posizione per libertà di stampa, alle spalle di Burkina Faso, Botswana e Nicaragua, nella classifica stilata ad Aprile da ‘Reporter senza frontiere’ e dietro questo piazzamento pesa anche, inevitabilmente, la poca autonomia del servizio pubblico di ieri e di oggi, soggiogato dalla politica e usato, spesso e volentieri, per scopi elettorali. La visione renziana della Rai, in perfetta linea con quella dei governi Berlusconi, è inaccettabile e non può appartenere a chi garantiva un cambiamento radicale e prometteva di non prescindere dal pluralismo d’informazione: “i partiti fuori dalla Tv pubblica” non può e non deve rimanere solamente uno slogan da campagna elettorale, la Rai non è di proprietà delle forze politiche o del Governo, ma dei cittadini italiani.

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Europa: se non si cambia rotta si va a sbattere

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Venerdì scorso abbiamo appreso la spiacevole notizia della vittoria dei pro-Brexit al Referendum per determinare la permanenza o meno della Gran Bretagna all’interno dell’Unione Europea, un pericoloso salto nel buio nonchè una svolta storica che determinerà, molto probabilmente, conseguenze negative soprattutto nel lungo periodo, sia sul fronte economico e sociale sia su quello politico. Per i britannici, ora, il rischio di una nuova e profonda recessione è reale, infatti secondo quanto riporta uno studio condotto dalla Bertelsmann Stiftung, in collaborazione con l’Ifo Institute di Monaco, il Brexit potrebbe arrivare a costare ai contribuenti inglesi addirittura oltre 310 miliardi di Euro (nel peggiore degli scenari si vedrebbe concretizzare una perdita pro capite di circa 1025 Euro), con il Pil in contrazione di ben 14 punti percentuali nell’arco di dodici anni. Le ragioni che hanno determinato tale risultato sono strettamente legate alla crescita delle disuguaglianze, alla scarsa attenzione verso la coesione sociale, a un’Unione che appare elitaria, lontana dai cittadini, e ad un disagio diffuso che risulta, evidentemente, terreno fertile per demagoghi e nazionalpopulisti e alimenta il desiderio di una profonda inversione di tendenza, che porta a correre il rischio di sprofondare maggiormente pur di rimescolare le carte in tavola. I vertici di Bruxelles saranno chiamati a prendere decisioni nette, infatti se non si stabilisse entro breve un radicale cambio di rotta si perderebbe, inevitabilmente, l’ultimo treno per scongiurare un fatale effetto a catena post Brexit e non potrebbe più essere arrestata la tragica disgregazione europea che stiamo vivendo, diretta conseguenza di un processo d’integrazione in stallo e rimasto letteralmente a metà, in quanto esiste una quasi completa unità sul versante monetario ma una sostanziale assenza di coesione su quello politico, da cui scaturisce l’inefficienza e debolezza dell’attuale impianto. Di certo siamo arrivati a questa grave situazione anche a causa delle politiche fallimentari avanzate dal PPE, della mancanza di una vera forza progressista transnazionale e della marcata subalternità del Partito Socialista Europeo alla destra, soggetto che non si incarica più di portare avanti le battaglie storicamente di sinistra (il caso Grecia, in particolare, fece emergere tutta l’arroganza e conservatorismo del loro leader Martin Schulz, che avrebbe preferito l’uscita dall’Euro da parte degli ellenici piuttosto che accettare richieste di ridimensionamento dei diktat della Troika). Ora più che mai, quindi, ci troviamo di fronte ad un bivio: la via indicata dai nazionalisti e populisti di tutto il Vecchio Continente, la più veloce ma che al contempo rappresenta una scelta miope e immensamente svantaggiosa, se non catastrofica, nell’era della globalizzazione, risulta quella del ritorno alle fallimentari autarchie d’inizio 900, ovvero isolamento, chiusura e definitivo abbandono del sogno europeo, mentre la strada ragionevole e auspicabile, che necessita tempo, impegno comune e forza di volontà per essere percorsa, è la realizzazione di un’Europa realmente unita, solidale e più democratica, che equivarrebbe al completamento dell’ambizioso, e incredibilmente lungimirante, progetto federalista di Altiero Spinelli. Il vero antidoto all’Europa della rigida e cieca austerity, degli egoismi nazionali, dell’intolleranza, dei muri e dei fili spinati, consisterebbe, infatti, nella cessione di sovranità da parte degli Stati membri sui vari ambiti politici ed economici verso l’unica istituzione europea democraticamente eletta dai cittadini, il Parlamento Europeo, oggi con competenze marginali di fronte allo strapotere della Troika (formata da Commissione Europea guidata da Juncker, Fondo Monetario Internazionale e Banca Centrale Europea) e nella revisione dei Trattati, allentando i vincoli più ferrei (soprattutto la riscrittura di quelli presenti nel Fiscal Compact), evidentemente dannosi, e concedendo una boccata di ossigeno, anche garantendo la possibilità di emettere Eurobond, ai paesi del Sud, i cosiddetti Pigs (Portogallo, Italia, Grecia e Spagna), tartassati da continui piani del tutto controproducenti e ingiusti di rigore, che inducono al taglio del welfare e che, quindi, ricadono, sempre, sulle spalle dei più deboli. È necessaria, dunque, un’Europa dal volto nuovo, che sappia allontanarsi dalle sole logiche neoliberiste, sia in grado di dare risposte, decida di stare dalla parte di chi ha un diritto in meno e proponga un coraggioso patto sociale, e che, dunque, metta in campo politiche attive e faccia robusti investimenti per ridurre la disoccupazione, sostenga le medie e piccole imprese e i settori manifatturieri locali, combatta con decisione la povertà, garantisca le pari opportunità e affronti il problema delle periferie abbandonate al degrado, si dimostri capillarmente organizzata e solidale nell’accoglienza dei profughi (fondamentale, per esempio, aprire corridoi umanitari) e dei migranti economici, avanzi efficaci progetti d’integrazione e si riveli realmente protagonista nella lotta ai cambiamenti climatici, attraverso un drastico ripensamento del modello di sviluppo in ottica verde; inoltre sarebbe indispensabile regolamentare la finanza, anche attraverso l’istituzione della Tobin Tax, e agire univocamente nell’interesse dei cittadini, impedendo nuove norme a vantaggio, in modo esclusivo, delle grandi lobby e interrompendo immediatamente le trattative per il TTIP (l’accordo di libero scambio in fase di negoziato con gli Stati Uniti, che ridurrebbe la maggioranza degli standard e parametri europei e metterebbe a rischio, tra le altre, la sicurezza alimentare), accusato di avere come unico e diabolico fine lo spostamento silenzioso del potere dai governi alle grandi multinazionali. I governi europei devono rendersi conto che questa è l’unica e l’ultima possibilità nella direzione del bene comune per non andare a sbattere, per non andare incontro alla dissoluzione dell’UE e per arginare derive nazionaliste e neofasciste, che si stanno trasformando in una grande marea nera pronta ad investirci, e, volenti o nolenti, serve un’urgente scatto europeista affinchè non risulti più pura utopia l’Europa designata nel Manifesto di Ventotene, che porterebbe notevoli svantaggi solo ai poteri forti e a chi ha tratto maggiori benefici dall’attuale sistema deficitario. O si riesce a formare una coalizione, spinta dal buonsenso, pronta a mettere solidarietà, integrazione e democrazia al primo posto oppure le prossime fughe dalla comunità e strappi su Schengen decreteranno, drammaticamente, la fine dell’Unione Europea.

dalla parte del progresso AA99

Liberodifareilfuturo compie un anno

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Esattamente un anno fa, 2 maggio 2015, veniva aperto questo blog, liberodifareilfuturo, con l’intento di raccontare e analizzare le molteplici situazioni d’attualità in campo politico, economico e sociale, in un’ottica progressista, laica e razionale, ma comunque con la massima obiettività. L’immagine d’inizio articolo raffigura sei miti, sei vite per la libertà, l’uguaglianza e la solidarietà sui quali il blog si è ispirato e si ispira, considerando ancora centrali gli ideali che hanno spinto a lottare Martin Luther King, Nelson Mandela, Giacomo Matteotti, Altiero Spinelli, Mahatma Ghandi e John Fitzgerald Kennedy.

Durante quest’arco di tempo ho avuto il piacere di confrontarmi e scambiare battute con parecchi blogger preparati e disponibili, Vikibaum, Donatella, Andrea, Luna, Silvia, Lila, Dora e Viola su tutti, a cui va un ringraziamento particolare.

Un enorme grazie anche a tutti coloro che hanno condiviso, messo like, interagito o solo dato un’occhiata ai post sia sulla pagina di wordpress sia per quanto riguarda quella attiva su facebook http://www.facebook.com/liberodifareilfuturo/ , di seguito le statistiche del blog, da maggio 2015 a oggi:

  • numero di follower: 193 (compresi i follower tramite e-mail)
  • numero di visite: 7781
  • numero di visitatori: 3996
  • numero di “mi piace”: 677
  • numero di commenti: 359
  • numero di nazioni diverse da cui è stato visualizzato il blog: 48
  • numero di articoli scritti: 74
  • numero di “mi piace” sulla pagina facebook il blog progressista- liberodifareilfuturo (aperta ad Agosto): 481

Un abbraccio, Alan

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25 Aprile: democrazia, libertà, antifascismo

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Smettere di coltivare il prezioso seme del 25 Aprile, ritenere l’antifascismo ideale superato, non più centrale, e dimenticarsi della fondamentale importanza della resistenza per ottenere la libertà significa lasciare terreno ai neofascismi, ultranazionalismi e razzismi, perchè solo con un ricordo sempre acceso e vivo di ciò che fu si creano le condizioni per portare avanti battaglie che vanno nella giusta direzione e per evitare di ricadere negli stessi gravi errori. Democrazia, libertà e antifascismo sono i tre principali ideali che caratterizzarono la resistenza, su cui nacque il Comitato di Liberazione Nazionale e per cui persero o rischiarono la vita migliaia di partigiani, perciò non possiamo smettere di lottare, nè ora nè mai, per difenderli e abbiamo il compito, per nulla banale, di tramandare quanto rappresenta il 25 Aprile. In nome dei valori sopracitati, il 25 Aprile di quest’anno non potrà che essere dedicato a Giulio Regeni, brutalmente torturato e assassinato per le sue inchieste scomode, che colpivano specifici interessi e poteri.

Non dimentichiamolo: la stella polare è sempre la libertà!

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Referendum: inaccettabile l’invito all’astensionismo

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Domenica si terrà il referendum abrogativo sulla concessione delle estrazioni di idrocarburi in mare entro le 12 miglia marittime (circa 20 km dalla costa), ottenuto da nove Consigli regionali (di Basilicata, Marche, Puglia, Sardegna, Veneto, Calabria, Liguria, Campania e Molise) che hanno depositato le firme necessarie per la consultazione popolare. Il Governo ha stabilito in modo del tutto surrettizio e scorretto di non accorpare il referendum alle elezioni amministrative di inizio Giugno, non permettendo una campagna informativa sufficientemente lunga e, di conseguenza, sarà sicuramente maggiore la difficoltà per raggiungere il quorum, fissato al 50%+1 degli aventi diritto al voto; inoltre il costo di questa operazione di spachettamento raggiungerà una cifra enorme, ossia oltre 300 milioni di euro, un inaccettabile spreco di denaro pubblico, così come risulta decisamente grave e negativo, sotto il profilo istituzionale, l’invito all’astensione, quando, invece, era lo stesso Presidente del Consiglio, nonchè segretario del Pd, Matteo Renzi a richiedere a gran voce, nel 2011, l’Election Day (e, poi, criticare Bersani per non averlo ottenuto) per l’importante referendum abrogativo sull’acqua e sul nucleare. Lascia attoniti anche l’irruzione nella scena del Presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano che, qualche giorno fa, ha dichiarato legittima, non una scelta incoerente con il dovere civico e non in contrasto con quanto riportato dall’articolo 48 della Costituzione repubblicana (cui recita che votare è un diritto e, appunto, un dovere) la posizione dell’astensione, in perfetta sintonia con il premier, nonostante entrambi dovrebbero essere i principali depositari delle regole democratiche. Sarebbero stati quanto meno apprezzabili, infatti, un impegno in senso opposto, che rimarcasse e non demolisse l’importanza della partecipazione popolare, costantemente in calo, e una coraggiosa battaglia a viso aperto, seppur per il “no”, accettando il rischio di sconfitta sul piano politico. Per questo, sul tema in questione, aumentano le distanze con la sinistra, in toto, con la minoranza dem, a cui si deve riconoscere il coraggio di aver rifiutato con decisione il diktat del segretario e di dissentire sulla furbesca linea di partito, e con il Governatore della Puglia, anch’esso del Pd, Michele Emiliano, da sempre contro le trivellazioni, che ha puntato il dito contro Renzi, definendolo come un venditore di pentole, il cui invito da pubblico ufficiale sarebbe potenzialmente sanzionabile per l’articolo 98 del testo unico del 1957, confermato dalla Cassazione nel 1985, che vieta la possibilità di indurre gli elettori all’astensione anche per quanto riguarda i referendum.

Recarsi alle urne significa, quindi, combattere il partito dell’astensione e della disinformazione, difendere lo strumento della consultazione popolare (tanto più se si considerano mai legittimate le riforme renziane, essendo stati stravolti il programma delle primarie Pd del 2013 e quello di Bersani con cui e per cui sono entrati in Parlamento i democratici) e cercare di impedire la riuscita del boicottaggio messo in atto da un Governo arrogante, che vive come un pericolo un esito referendario opposto a quello auspicato e preferisce non promuovere la democrazia per questo referendum sulle trivelle con il fine di evitare il pericolo di intralci ma non esita a fare campagna “pro domo sua” per quanto riguarda il referendum costituzionale dell’autunno prossimo (accusando, in modo palesemente incoerente e opportunista, come privi d’argomenti coloro che non voteranno), peraltro trasformato in senso personalistico da un primo ministro non all’altezza del ruolo che ricopre. Il motivo centrale, attorno a cui ruotano i molti altri, per non disertare le urne, però, rimane sempre e solo uno: sfruttare l’occasione per far sentire la propria voce e dimostrare che le scelte calate dall’alto, in questo caso quelle a vantaggio dei petrolieri, non sono accettate.

Votare SÌ per dire NO alle trivelle:

Entrando nel merito, il referendum coinvolge direttamente 21 concessioni (in corrispondenza a 43 piattaforme) che, in caso di vittoria del “sì”, non potrebbero più essere prorogabili (oggi possono essere prolungate fino all’esaurimento del giacimento). Una vittoria del fronte del No Triv non si tradurrebbe in un netto cambio di rotta sulle politiche ambientali (ambito in cui il Governo si è rivelato fallimentare, colpevole in primis di aver scritto il manifesto antiambientalista quale è il Decreto Sblocca Italia), come prospettato da alcuni, in quanto la reale forza del quesito non è particolarmente elevata, ma favorirebbe comunque, come passaggio successivo, investimenti maggiori nelle energie alternative e pulite in tempi più rapidi. Le prime falsità dei sostenitori del “no” o, peggio, di chi invita ad astenersi riguardano la maggiore dipendenza energetica dai paesi esteri, qualora si fermassero le trivelle, il pericolo immediato di perdita dei posti di lavoro (di cui, peraltro, non sappiamo il numero esatto) e l’assenza di tempo necessario per invertire la rotta in ottica verde: in realtà le trivellazioni riescono a coprire meno dell’1% del fabbisogno nazionale di petrolio (poco e di scarsa qualità) e del 3% di gas, in secondo luogo varie concessioni rimarrebbero in essere ancora dieci o, addirittura, diciotto anni (la prima scadrebbe nel 2017 e l’ultima nel 2034), quindi un ampio periodo utile per organizzare e compiere una necessaria e ambiziosa transizione energetica (favorendo un modello d’economia slegato dall’estrazioni di carbonio, come stabilito alla Cop21) e adeguatamente lungo per la ricollocazione dei lavoratori. Per giunta secondo quanto emerge dalla nuova edizione del National Solar Jobs Census, stilato dalla Solar Foundation, i posti di lavoro offerti dall’industria solare, in questo caso statunitense, sono nettamente superiori a quelli che derivano dall’estrazione di combustibili fossili. Certamente, poi, non risulterebbe una perdita rilevante il mancato introito da royalties, le cui aliquote di tassazione, per chi trivella in mare, sono sicuramente ridotte, tra le più basse al mondo: il 10%per il gas e il 7% per il petrolio, senza considerare le inconcepibili franchige e i notevoli incentivi indiretti; inoltre nel 2015 tutte le estrazioni, sia su mare che in terra, hanno prodotto un gettito da royalties pari a soli 352 milioni, ovvero cifra simile a quella sperperata dal Governo per aver rifiutato l’Election Day.

Fermare le trivellazioni significherebbe, dunque, per lo meno, eliminare, nelle fette di mare in questione, la presenza di sostanze chimiche scaturite dalle piattaforme, dannose per le biodiversità, infatti il reale impatto ambientale potrebbe essere notevolmente maggiore rispetto a quello segnalato dal Ministero dell’Ambiente, poichè le rilevazioni risultano non completamente trasparenti e, secondo quanto denunciato da Greenpeace, l’organo istituzionale chiamato a valutare i risultati del monitoraggio sul mare che circonda le piattaforme offshore, cioè l’Ispra, opera, paradossalmente, su committenza della società che possiede le piattaforme oggetto d’approfondimento ENI (secondo i risultati delle ricerche condotte, invece, dalla stessa ong Greenpeace e contenuti nel documento “Trivelle fuorilegge” i parametri ambientali stabiliti per legge sarebbero sforati vicino a oltre il 70% delle piattaforme). Lo stop alle trivelle permetterebbe, anche, di contrastare la subsidenza e l’erosione delle coste, ridurre a zero i rischi di disastri ambientali, seppur non troppo elevati (ma, comunque, non giustificabili) e, soprattutto, indurre il Governo a puntare su una graduale, ma di fondamentale importanza, riconversione energetica volta a tutelare l’ambiente e l’ecosistema e a scommettere su un modello di sviluppo sostenibile che combatta i cambiamenti climatici.

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Ttip: il trattato che sacrifica la democrazia

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Il Ttip (Transatlantic Trade and Investment Partnership) è un trattato in fase di negoziato tra Europa e Stati Uniti che ha lo scopo di abbattere le barriere tariffarie e quelle non tariffarie, ovvero le differenze nei regolamenti tecnici, negli standard applicati ai prodotti, nelle procedure d’omologazione, nelle regole sanitarie, nelle normative fitosanitarie e in altri spezzoni legislativi. Dell’accordo, però, sappiamo ben poco e l’accusa di poca trasparenza è sicuramente fondata, infatti le trattative continuano (il 27 febbraio a Bruxelles si è concluso il dodicesimo incontro) a porte chiuse e viene negata, con alto grado di segretezza, la conoscenza dell’effettivo procedere dei testi (vige il totale divieto di divulgazione), sacrificando la democrazia sull’altare del potere al più forte. Il Ttip influenzerà massicciamente le politiche del vecchio continente e le nostre vite perciò non è tollerabile la mancanza di un testo, accessibile alla cittadinanza, chiaro, dettagliato e aggiornato a seguito di ogni incontro, nè possono essere accettati provvedimenti calati dall’alto a vantaggio di pochi; inoltre risulta alquanto grave l’assenza di un vero dibattito sul tema nel nostro Paese (a causa della scarsissima informazione in merito), a differenza di quanto avvenuto in parecchi altri stati europei, come in Germania, in cui ad ottobre scorso si sono mobilitati duecentocinquantamila cittadini contro il trattato e la campagna di protesta “No Ttip” ha superato tre milioni e cinquecentomila adesioni. Qualora ci interrogassimo sul reale motivo della ridotta, se non nulla, trasparenza potremmo arrivare ad una conclusione simile a questa: il vero fine del pessimo trattato (cosiddetto di libero scambio, quando si tratta di selvaggio ultraliberismo) non sarebbe tagliare i dazi doganali residui, già particolarmente ridotti (e questa misura si rivelerebbe anche positiva), bensì potrebbe essere verosimile l’accusa secondo cui la reale intenzione sarebbe quella di spostare silenziosamente il potere decisionale dai cittadini e governi verso le grandi aziende multinazionali, alle quali, grazie all’arbitrato internazionale sugli investimenti (una sorta di tribunale speciale privato, chiamato ISDS), verrebbe garantita la possibilità, scavalcando le leggi nazionali e i Parlamenti, di ricorrere contro lo stato in cui si è investito nel caso questo compisse, mettendo a rischio il profitto dell’impresa, legittimi interventi volti alla tutela dei consumatori e alla regolamentazione dell’economia (per esempio, aumentando il salario minimo o la tassazione, alzando i parametri di salvaguardia ambientale o rafforzando le tutele dei lavoratori dipendenti) e la principale criticità è, appunto, legata alla natura vincolante dei termini dell’accordo. Inoltre il Ttip, sul fronte delle barriere non tariffarie, metterebbe a rischio le norme europee su OGM, etichettatura dei prodotti, clonazione animale e uso di pesticidi (negli USA la normativa vigente risulta molto meno restrittiva per i sopracitati, per esempio sono legali ottantadue antiparassitari banditi nell’UE), potrebbe permettere un’altra pratica diffusa negli States, ossia l’utilizzo di ormoni e promotori della crescita bovina, potenzialmente cancerogeni, e non è finita qui: potrebbero essere abbattuti, anche, i limiti sulle dannose tecniche di fracking per l’estrazione dei combustibili fossili e facilitati l’esportazione di petrolio da sabbie bituminose e l’uso di ingredienti nocivi, oggi vietati in Europa, per la composizione dei cosmetici, in quanto negli Stati Uniti il principio di precauzione non vale, infatti le sostanze chimiche sono considerate sicure fino a prova contraria, esattamente l’opposto di quanto accade in Europa (è chiaro, dunque, che il trattato indebolirebbe la stragrande maggioranza dei nostri standard a tutela dei cittadini). Un altro tasto dolente non può che essere la liberalizzazione dei servizi, che significherebbe aprirli alle logiche di mercato, mettere a rischio la loro universalità e spalancare le porte, inevitabilmente, alla loro privatizzazione, minando le pari opportunità e le garanzie sociali e ampliando le disuguaglianze. Proseguire in questa direzione, senza modificare alcunchè, sarebbe difficilmente giustificabile anche a seguito degli impegni presi al Cop 21 di Parigi sul fronte ambientale, in quanto un laissez-faire senza regolamentazione alcuna non può essere una scelta presa in ottica verde, quando riconversione ecologica dell’economia e rafforzamento dei parametri di salvaguardia ambientale dovrebbero essere messi al primo posto per arginare il gravissimo problema del surriscaldamento globale. Le alternative al Ttip, certamente, non potranno essere il protezionismo e l’isolamento economico, come auspicato dai fautori dell’autarchia, dimostratasi nel secolo scorso totalmente fallimentare, ma dovrebbe essere quella di garantire il libero mercato e l’interscambio ma senza ridurre le tutele alla popolazione o trascurare la difesa dell’ambiente; l’Europa solidale, unita e democratica sognata da Altiero Spinelli e ideata nel Manifesto di Ventotene non è, sicuramente, quella del Ttip così come impostato, per questo motivo è necessario invertire la rotta al più presto, cedendo sovranità per creare una vera federazione europea e non verso le multinazionali.

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Perchè è necessario ripensare la globalizzazione

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Dalla grave crisi economica ai cambiamenti climatici e alla dilagante povertà nel Sud del mondo: la globalizzazione basata sul neoliberismo ha fallito?

Per globalizzazione intendiamo comunemente il processo d’integrazione culturale, sociale e, soprattutto, dei mercati economici di tutto il mondo, accelleratosi negli anni ’80, quando il neoliberismo, figlio dei governi Thatcher e Reagan, cominciava a prendere piede, e completato alla fine del secolo scorso su forte spinta del GATT (General Agreement on Tariffs and Trade) prima e della WTO (World Trade Organization) poi. La rivoluzione tecnologica e le grandi innovazioni hanno portato allla disintegrazione delle barriere spazio-temporali e hanno indotto ad un ineccepibile progresso sul piano culturale, fondato su radici cosmopolite necessarie per superare il fallimentare concetto d’autarchia, che ha caratterizzato la prima metà del ‘900. Il conseguente fenomeno della globalizzazione, così com’è stato impostato, si è rivelato positivo sul piano dell’integrazione  culturale, anche se dobbiamo limitare tale ragionamento solamente al Nord del mondo, mentre sul versante più importante, quello economico, solamente le grandi multinazionali hanno massicciamente beneficiato delle scelte adottate a livello mondiale (e le cause non sono state l’integrazione dei mercati e il sistema d’interscambio, ma l’egoismo delle nazioni più forti), non preoccupandosi della condizione della stragrande maggioranza degli abitanti del Sud del mondo di profondo disagio economico, quando, invece, veniva prospettato (o, per meglio dire, promesso) dai suoi fautori un benessere comune maggiore, mentre la povertà, dati alla mano, è cresciuta; perciò il progresso sociale e culturale, nella direzione del multiculturalismo, cozza profondamente, invece, con l’ideologia della globalizzazione applicata all’economia, non sufficientemente regolamentata e fondata su un cieco e selvaggio liberismo, che ha posto solide basi (in particolare negli Stati Uniti), nel corso dei decenni precedenti al 2008, alla grande depressione economica che stiamo vivendo, a causa della concorrenza eccessiva (e sleale da parte delle multinazionali opportuniste) a scapito dei settori manifatturieri locali, dell’artigianato e delle medie e piccole imprese e dell’esagerata deregulation stabilita a livello generale dai vari governi, infatti, nel 2000, gli States fecero il passo decisivo verso la recessione proprio per l’esclusione dei prodotti derivati dalla regolamentazione, questa operazione fallimentare, in linea con molte altre (un secondo esempio può riguardare la decisione dell’allora Governo Clinton, nel ’99, di concedere alle società finanziarie Fannie Mae e Freddie Mac di sottoscrivere ipotetiche subprime per soddisfare le proprie obbligazioni immobiliari, permettendo loro la creazione di immensi castelli di sabbia senza fondamenta, che sarebbero potuti crollare, come poi effettivamente accaduto, da un momento all’altro), certifica con chiarezza che la finanza non si autoregolamenta (necessitando di un’efficiente supervisione degli organismi statali addetti e forti disincentivi ad operazioni rischiose che possono ripercuotersi su tutta la cittadinanza), come dichiarato anche dal governatore di Bankitalia Ignazio Visco (non esattamente il primo degli antiliberisti) all’ultimo festival dell’economia di Trento, accusando il principio del totale laissez-faire. Risultano ulteriori fattori determinanti la scarsa attenzione alla coesione sociale (in termini di garanzie sociali, universalità dei servizi, pari opportunità ecc.) e la totale sostituzione dell’economia reale con la finanza (che non vanno assolutamente di pari passo), inoltre non bisogna dimenticare la pessima gestione della crisi da parte delle organizzazioni internazionali, Fondo Monetario in testa, preposte alle politiche monetarie e alla ristrutturazione del debito pubblico dei paesi in recessione, a cui hanno imposto esclusivamente misure d’austerity inadeguate e peggiorative della situazione (attuando misure restrittive, come robusti tagli ai servizi e aumenti d’imposte, tutto sulla testa dei cittadini). I dati, peraltro, delianeano un’ammimistrazione nella direzione assolutamente opposta alla solidarietà dei debiti dei paesi sottosviluppati, infatti con il rafforzamento del dollaro dell’inizio degli anni ’80 il debito di una nazione del cosiddetto Terzo Mondo sarebbe passato da 630 milioni di dollari a oltre 2 miliardi e 500 milioni di dollari (con un’incremento del tasso d’interesse dal 5% al 20%), quadruplicandosi, mentre sappiamo che l’impatto di una totale cancellazione a vantaggio dei maggiori indebitati sarebbe minimo per l’economia degli Stati Uniti e degli altri creditori, i quali non hanno mai stabilito di percorrere questa strada perchè, probabilmente, avrebbero perso, di fatto, il controllo sui loro mercati (verosimilmente il debito, difficilmente saldabile, potrebbe fungere da ricatto). L’errore più grave è stato, sicuramente, sovrapporre il sacrosanto concetto di libero mercato, sul quale si fonda una moderna democrazia, al liberismo senza regole (visto come unica alternativa agli effettivamente fallimentari comunismo e statalismo, senza considerare, per evidenti ragioni d’opportunismo, esportabili modelli economici potenzialmente più efficaci non in antitesi al capitalismo ma con più garanzie sociali, quindi socialdemocrazia e socioliberalismo in primis), quella reaganiana risulta un tipo d’economia che non si cura di chi ha un diritto in meno, in nessun campo, non sono alla base le pari opportunità (che permettono la vera meritocrazia) e in cui il potere è in mano al più forte, l’esempio lampante è stato il fatto di legittimare le multinazionali a sfruttare condizioni di tutela minima o nulla per i lavoratori, nonchè d’assenza dei sindacati, e, certamente, non sono andati nella giusta direzione i tanti accordi vincolanti siglati alla fine del secolo scorso finalizzati esclusivamente alla totale salvaguardia della produttività dell’azienda. Un’altra circostanza favorevole solo alle imprese transnazionali, a scapito del pianeta, riguarda la diffusa mancanza di parametri di salvaguardia ambientale nei paesi sottosviluppati (non a caso la Cina è diventata nell’arco di pochi anni, di gran lunga, il primo inquinatore, con il 30% delle emissioni globali), con il conseguente peggioramento della già gravissima situazione legata al surriscaldamento terrestre, non essendo state stabilite regole e diritti fondamentali comuni, che favorissero l’internazionalizzazione e offrissero alle grandi aziende la possibilità di delocalizzare, senza, però, aggravare il problema dei cambiamenti climatici e garantire ai lavoratori, universalmente, un salario e condizioni lavorative dignitosi, con il fine ultimo di favorire la riduzione delle enormi disuguaglianze nella crescita e nello sviluppo economico. Oggi un miliardo e 100 mila persone vivono con appena un dollaro al giorno, un miliardo (tra cui tantissimi minorenni) soffre di malnutrizione e fa rabbrividire sapere che un salario medio orario in Cina è pari a soli 17 centesimi: questi presupposti, considerando, inoltre, che il 20% della popolazione utilizza l’86% delle risorse mondiali, che negli ultimi quindici anni i fondi per la cooperazione allo sviluppo si sono ridotti dallo 0,35% allo 0,22% del Pil dei paesi OCSE e il costo di un cacciabombardiere equivale alla spesa per la costruzione di 40 mila farmacie in Burkina Faso o in Congo, ci spingono all’assoluta necessità di ripensamento del modello di sviluppo economico globale, alternativo al liberismo (richiesta contenuta anche nell’enciclica di Papa Francesco Laudato Sì, pubblicata a giugno scorso), ma che, ovviamente, non prescinda dal libero mercato, seppur debba essere più regolamentato e che, comunque, rifiuti con decisione ogni apertura ad un ritorno alle autarchie (non è più accettabile il discorso protezionismo) e all’idea d’isolamento dello stato-nazione; le vera sfide sarebbero democratizzare le organizzazioni internazionali, disincentivare le transazioni speculative, rivedere i piani di vendita e produzione della armi, opporsi alla privatizzazione dell’acqua, promuovere con convinzione i diritti umani e realizzare un piano comune e vincolante di riduzione delle emissioni inquinanti (sperando che l’accordo raggiunto alla Cop21 possa risultare, davvero, un punto di svolta), con i reali obiettivi di un cambio di rotta universale in un’ottica verde, ecologista, per un futuro sostenibile per i nostri figli, e solidale, atteaverso la riduzione delle disuguglianze nel Sud del mondo (e anche nel Nord, soprattutto negli States), attraverso un ampio e ambizioso progetto di investimenti mirati (tesi sostenuta dai più importanti economisti progressisti, come il nobel Joseph Stiglitz, Thomas Piketty o Jean-Paul Fitoussi), partendo da istruzione, sanità, reti idriche e servizi essenziali. Un’alternativa c’è sempre, chi lo nega mente.

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