Regionali: il risultato che non deve essere sottovalutato

Oggi circa 23 milioni di italiani stanno votando per scegliere i governatori di sette regioni e i sindaci di 742 comuni. L’importanza di elezioni regionali e amministrative a livello nazionale è racchiuso nel risultato del Partito Democratico, infatti è fondamentale capire quanto sarà sceso il consenso in ogni luogo rispetto alle elezioni europee dello scorso anno (difficilmente rimasto stabile). Il premier Renzi a Bersaglio Mobile, la settimana passata, ha paragonato questa tornata elettorale alla Coppa Italia, competizione meno importante rispetto al campionato, sminuendo il peso politico che ha essere il primo partito in sole quattro regioni o in tutte e sette (molto improbabile) oppure essere in calo di qualche punto percentuale o di 10-20 punti percentuali, per la paura di un flop del partito del suo partito in almeno due/tre regioni (infatti, mettendo le mani avanti, ha parlato di una vittoria in caso di 4 a 3) e in vari comuni. Inoltre sono da non sottovalutare poichè la forza politica di un partito parte dalla capillarità sul territorio. Innanzitutto il primo dato che abbiamo è l’affluenza alle urne, che alle ore 19 era del 39%, ancora in calo rispetto alle europee (in aumento rispetto alle ultime regionali, che però si svolsero in due giorni), quindi la sfiducia nella politica cresce e, quindi, anche nel PD. Le sensazioni pre-risultati sono di un testa a testa tra PD e Centrodestra in Liguria, di una netta vittoria di Zaia, sostenuto da FI e Lega, in Veneto e di una vittoria in Campania dell’impresentabile e ineleggibile, ex sindaco di Salerno, De Luca, sul filo di lana; in tutte le altre regioni (Marche, Umbria, Puglia e Toscana) il risultato sembra sorridere al partito di Renzi. Sicuramente aver fatto salire tutti sul carro, soprattutto, se non solo, da destra (in Campania anche estrema destra) è stata un’arma a doppio taglio per il PD, mentre i brogli alle primarie in Liguria a vantaggio della candidata renziana Paita (sostenuta al tempo anche dal Nuovo Centrodestra e da altre minoranze tipicamente vicine alla destra), susseguiti dalla spaccatura della sinistra, guidata dal civatiano Pastorino, e l’impresentabilità del candidato governatore della Campania De Luca (annunciata da Rosy Bindi, presidente della commissione antimafia) influenzeranno le elezioni. Va seguito anche il risultato delle liste che si sono presentate a sinistra del PD, in primis quelle di Pastorino (in Liguria), Vozza (in Campania) e Fattori (in Toscana), le quali raccolgono il malcontento creato dalle posizioni e scelte del tutto anomale alla tradizione politica rossa fatte da premier e candidati sul territorio. Sapremo subito dopo le 23 se il partito della nazione avrà ancora gli stessi consensi, altrimenti… sarà flop?

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L’Italia fuori dall’Euro: il catastrofico scenario

La situazione tragica della Grecia riapre il dibattito sulla moneta unica a livello europeo: i partiti nazionaliti, populisti e euroscettici tornano alla carica, accusando l’Euro come la principale causa dei problemi economici dei paesi in crisi e pensando che l’unica soluzione per la ripresa possa essere l’uscita dall’Eurozona. Per la maggior parte degli economisti italiani (Tito Boeri, Visco e Bini Smaghi tra gli altri) l’uscita dall’Euro sarebbe il colpo finale per la nostra economia. M5S, Lega e Fratelli d’Italia, dichiaratamente a favore del ritorno alla lira, citano spesso, come fonti più che autorevoli, alcuni premi nobel per l’economia (come Stiglitz) o altri famosi economisti (Fitoussi in primis) anche se, in realtà, questi personaggi hanno contestato, fin dall’inizio, il fatto che l’integrazione monetaria fosse stata troppo rapida rispetto all’integrazione politica e bancaria e, inoltre, le loro critiche si concentrano soprattutto sui vincoli troppo rigidi e il mancato intervento dell’UE in aiuto dei paesi più in difficoltà economica, ma non vedono come ricetta infallibile per ripresa quella dell’uscita, di un singolo stato, dalla moneta unica. Lo scenario di un’uscita dell’Italia dall’Euro sarebbe per molti economisti (secondo Romano Prodi, fautore della moneta unica, sarebbe un suicidio) simile a questo: nel periodo di transizione, che non può essere immediato, vi sarebbero forti spinte alla fuga di calitali all’estero dettate dalla paura di vedere i propri risparmi convertiti in una moneta destinata a svalutarsi; nell’immediato l’impatto sul mercato della nuova (in realtà vecchia) moneta svalutata incrementerebbe la competitività, ma nel medio periodo il tutto sarebbe compensato dall’aumento dell’inflazione, così come la monetizzazione del debito pubblico porterebbe ad un aumento della quantità di moneta, che produrrebbe un ulteriore appesantimento dell’inflazione; inoltre se i titoli pubblici nella nuova lira, svalutata, emessi sul mercato internazionale, non potessero essere ridenominati, il debito pubblico crescerebbe, perché parte di esso resterebbe in euro e si rivaluterebbe rispetto alla moneta italiana; anche le importazioni diventerebbero più care e aumenterebbero i prezzi interni e le aziende si preoccuperebbero più della competizione con quelle estere, a scapito della produttività. Per questi e altri motivi di natura economica l’uscita dall’Euro dell’Italia genererebbe uno scenario nettamente peggiore di quello attuale. Il vero  cambiamento, infatti, deve partire dall’Unione Europea; il vero problema sono i vincoli ferrei e l’incompletezza del processo d’integrazione, le idee primordiali della costituzione europea e della creazione Stati Uniti d’Europa non sono portata avanti da troppo tempo, e la solidarietà verso i paesi più in crisi deve essere alla base di qualsiasi unione. La BCE dovrebbe diventare come la Federal Reserve, in grado di concedere prestiti d’ultima istanza, e, cedendo più sovranitá dalle banche nazionali, rilanciare l’economia, partendo dai paesi con più disoccupazione e con il debito pubblico più alto, attraverso investimenti diretti mirati. Bisognerebbe ritornare a parlare di Eurobond, in grado di alleggerire il peso dei debiti pubblici, che verrebbero messi in comune, di vari paesi. Bisogna, insomma, ripartire dall’idea di Altiero Spinelli di un’Europa libera e unita (manifesto di Ventotene).

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UE e FMI restano intransigenti: Grecia ad un passo dal default

Le politiche intransigenti, il rifiuto a trattare da parte dei creditori esteri e i vincoli ferrei imposti dall’Unione Europea fanno la prima vittima, infatti la Grecia è ormai ad un passo dal default e dall’uscita dall’Euro. Secondo il ministro dell’economia e delle finanze Yanis Varoufakis e  secondo il 70% degli elleni l’obbligata uscita dalla moneta unica sarebbe una catastrofe e il colpo finale per un’economia al collasso. L’ipotesi si sta concretizzando in quanto la Grecia non ha il miliardo e seicento milioni da restituire al Fondo Monetario Internazionale, la cui linea è ancora più rigida rispetto a quella di BCE e Unione Europea. La permanenza della Grecia nell’Euro si sta per chiudere con un rapporto debito/pil oltre il 177% (circa 325 miliardi di debito pubblico), un tasso di disoccupazione incredibile, del 25,7% (oltre il 100% più alto di quello italiano) e un aiuto minimo ricevuto dall’UE, che ha preferito il declino greco piuttosto che allentare la pressione e cercare di ridare ossigeno alla sua economia. Il declino e l’affondamento della nave di cui Alexis Tsipras e Varoufakis sono i piloti, che non possono dare ordini ma solo riceverli, era altamente prevedibile, vista la carenza di risorse e l’impossibilità di attuazione di politiche improntate alla crescita. Da subito presidente del consiglio e ministro dell’economia hanno avuto le mani legate, essendo state respinte tutte le richieste da loro avanzate, quindi il loro fallimento è solo secondario (le loro idee comunque erano irrealizzabili già dall’inizio), la maggior parte delle responsabilità del declino greco sono di UE e FMI. Da qui deve partire una grande riflessione sul significato di Unione, la solidarietà non puó non essere alla base di una solida unione. L’UE non puó e non deve essere questa: troppi poteri a pochi stati potenti e sciagura certa per chi è in difficoltà economica. L’UE non puó essere solo Fiscal Compact, pareggio di bilancio e vincolo del 3%. Ora bisogna cambiare verso: integrazione e solidarietà, per crescita e sviluppo comuni.

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Per non dimenticare

Il 23 maggio del 1992 alle ore 17.58 perdeva la vita, nella strage di Capaci, il giudice Giovanni Falcone, insieme a sua moglie Francesca Morvillo e a tre agenti della scorta: Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Dopo due mesi, precisamente il 19 luglio (sempre del 1992) alle ore 16.58 perse la vita nella strage di via d’Amelio anche il giudice Paolo Borsellino, insieme ai cinque uomini della sua scorta. Insieme agli illustri magistrati Falcone e Borsellino dedicarono e misero in pericolo la propria vita, e la persero, per la lotta alla mafia tanti altri personaggi politici, magistrati e giornalisti. Per non dimenticarli ne citerò alcuni: Pio La Torre (politico e componente della commissione antimafia), Boris Giuliano (poliziotto), Mario Francese (giornalista), Cesare Terranova (politico, magistrato e membro della commissione antimafia), Giuseppe Impastato (attivista e giornalista) e Carlo Alberto Dalla Chiesa (generale e prefetto). Queste solo alcune di una lunga lista di persone, la cui vita è stata spezzata da cosa nostra. Le loro battaglie sono state fondamentali e noi abbiamo il compito di portarle avanti.

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L’importanza dell’educazione civica

L’educazione civica (oggi cittadinanza e costituzione) riunisce vari argomenti: l’educazione ambientale (rispetto dell’ambiente), l’educazione stradale (codice della strada), l’educazione sanitaria (regole basilari di pronto soccorso), l’educazione alimentare, lo studio della costituzione italiana e, per esempio, della nostra forma di governo, della composizione del parlamento o della legge elettorale. Il suo scopo è formare un cittadino consapevole dei propri diritti e dei doveri, e punta alla creazione di una cultura legalitaria e responsabile. Oggi è il 23 maggio, e 23 anni fa, precisamente alle 17.58 del 23 maggio 1992, nella strage di Capaci perse la vita il giudice Giovanni Falcone, insieme a sua moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta, Rocco Dicillo, Vito Schifani e Antonio Montinaro; cito questo per indicare l’importanza del racconto di queste vicende, delle vite di chi si è battuto per la legalità e il modo principale per combattere la mafia è proprio la cultura, l’istruzione e la consapevolezza. Dopo l’introduzione dell’insegnamento dell’educazione civica nel 1958 da parte di Aldo Moro, la stessa fu soppressa nel 1991 (anno in cui inizió un lungo periodo, purtroppo non ancora terminato, di tagli), per mancanza di fondi. Fu reintrodotta con la riforma Gelmini, solo come insegnamento di serie C, infatti non è nemmeno una materia, ma si considera all’interno di storia e geografia, e spesso viene anche scartata. Ora bisognerebbe aumentare l’importanza dell’insegnamento dell’educazione civica, renderla una vera e propria materia, fin dalla scuola primaria, e le ore di lezione devono servire per estirpare le discriminazioni, attraverso l’educazione alla parità di genere e alla parità etnica, così dovrebbero essere insegnati anche i diritti umani e la storia e le motivazioni della nascita dell’Unione Europea. Tutto questo è fondamentale per formare il senso civico delle nuove generazioni, o meglio per rendere gli studenti futuri cittadini responsabili e corretti.

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Rifiuti zero: si puó fare

La cultura ecologista, purtroppo, in Italia, stenta a decollare (anche se al 28 agosto 2014, l’iniziativa “rifiuti zero” ha raccolto ben 86.794 firme) e a fare proposte concrete nella direzione del riutilizzo totale dei rifiuti sono veramente pochi partiti. Il progetto rifiuti zero si puó realizzare e risolverebbe vari problemi, per esempio porterebbe alla chiusura di discariche e di inceneritori, che oltre essere inquinanti, dannosi per la salute, costano più di mezzo miliardo allo Stato. La prima cosa da fare è rendere obbligatoria la raccolta differenziata, oppure esentare dal pagamento della TARI (tassa sui rifiuti) o dare altri tipi di incentivi economici a chi la esegue (il cittadino riceverebbe un credito ogni volta che viene certificata). Questo sarebbe possibile solo se si estendesse a tutti i comuni la raccolta differenziata porta a porta (si potrebbero creare almeno 35 mila nuovi posti di lavoro). A questo punto bisognerebbe attuare politiche capillari che incentivino la progettazione e il consumo di prodotti riutilizzabili (incentivazione del vuoto a rendere, come accade nei paesi scandinavi, per esempio) e dovrebbero essere creati più strutture dedicate al recupero e riuso. Il costo per lo smaltimento dei rifiuti, i danni ambientali e l’emergenza rifiuti si potrebbero risolvere grazie ad un piano ambizioso ma realizzabile. Ai vari movimenti popolari che sostengono e promuovono questo progetto a lungo termine si dovrebbero unire i partiti nazionali, per un futuro sostenibile e un ambiente libero dall’inquinamento.

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Dalla tassazione sul gioco d’azzardo fino a 15 miliardi

All’inizio degli anni duemila gli incassi dell’Erario dalla tassazione sul gioco d’azzardo erano 4 miliardi, su 14,5 miliardi degli affari totali, perchè l’aliquota era al 27,5%. Oggi su 76 miliardi totali fatturati dal gioco d’azzardo sono tassati solo il 10,5%, cioè circa 8 miliardi. Inoltre il business del gioco d’azzardo illegale è stimato tra i 10 e i 20 miliardi. In questo periodo di grave depressione economica (in particolare nel 2013) viene anche condonata una maxi evasione di dieci gestori, da 2,5 miliardi di multa (anche se sarebbe potuta essere di molte decine di miliardi maggiore) a circa 600 milioni di euro; questo è sinonimo di una potentissima lobby. Invece di tagliare gli enti locali o valutare l’attuazione delle clausole di salvaguardia, aumento di IVA e accisa sul carburante, che farebbero sprofondare ancora di più l’economia italiana, basterebbe riportare la tassazione sul gioco d’azzardo dal 10,5% al 27,5% per incrementare l’incasso dell’Erario di 13 miliardi di euro (da 8 miliardi a 21 miliardi). Si potrebbero recuperare altri 1,5/ 2 miliardi colpendo, in particolare, i gestori che hanno evaso e si dovrebbe aumentare la centralizzazione dello stato nella riscossione degli incassi da slot machine. Questa è una delle voci da cui poter recuperare miliardi nel breve periodo, oltre alla lotta all’evasione fiscale, alla corruzione ecc. Quindi vi lascio ponendovi un interrogativo : “a Renzi fanno schifo 15 miliardi o i signori del gioco d’azzardo sono davvero intoccabili?”

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Dispersione record: la scuola inclusiva che non c’è

L’Italia è tra i primi posti in Europa per dispersione scolastica, il 17%(!!) dei ragazzi (con punte del 30% in alcune zone del Sud), infatti, sono fermi al diploma della scuola media (in Francia e Germania la dispersione è circa al 9%) ma i fondi per il suo contrasto continuano ad essere tagliati (da 53 milioni nel 2009 ad appena 18 milioni scarsi stanziati l’anno scorso). Il problema è veramente serio e dimostra che la scuola italiana non è inclusiva: la maggioranza di coloro che interrompono la frequenza scolastica si verifica in seguito a bocciature (in particolare se nei primi due anni di scuola superiore) oppure perchè sono ragazzi disagiati, con problemi familiari. In Italia, infatti, è assente una stretta collaborazione scuola-famiglia, fondamentale in tutti gli altri paesi occidentali, ed è molto limitato l’intervento di insegnanti di sostegno (per l’assenza di fondi) o un concreto aiuto ai ragazzi in difficoltà o con materie insufficienti. Dobbiamo renderci conto che la scuola è fondamentale anche per il delicatissimo compito educativo. I semplici cinque minuti di colloqui o le due lezioni di recupero non bastano, ora bisogna realizzare piani formativi a misura di studente, per quanto riguarda quelli più in difficoltà, o politiche d’integrazione per quanto riguarda gli studenti stranieri. La scuola (per responsabilità della politica) non puó più permettersi di lasciare indietro il 17% degli studenti e i fondi strutturali per il contrasto alla dispersione scolastica devono aumentare: ogni scuola dovrà avere psicologi, esperti e insegnanti di sostegno in numero maggiore; ogni mese i genitori dei ragazzi più in difficoltà saranno chiamati a colloqui di 15-20 minuti con gli insegnanti, con il fine dell’aiuto al ragazzo; si dovrà prestare più attenzione agli studenti con materie insufficienti, impiegando più ore dedicate al solo recupero o al potenziamento per chi non ne ha bisogno; si dovrà facilitare il processo di cambio indirizzo o scuola nei primi due anni di scuola secondaria. Questo spero potrà essere attuato a breve, affinchè la scuola possa essere realmente inclusiva e capace di rispondere alle difficoltà, e gli inquietanti dati sulla dispersione potranno radicalmente  migliorare. Ne “La buona scuola”, purtroppo, c’è solo qualche accenno alla lotta alla dispersione scolastica, senza l’attuazione di un reale piano o l’aggiunta di risorse e impegno per il suo contrasto. La speranza è che il prima possibile il governo intervenga anche su questo fronte, che rappresenta un reale problema, oltre a preoccuparsi di trasformare i presidi in imprenditori. L’istruzione deve tornare ad essere la prima ruota del carro della politica, perchè ora per la trascuratezza riguardo i reali problemi (sempre in riferimento alla Buona Scuola) ci stanno rimettendo studenti e insegnanti.

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Civati, la sinistra che verrà e gli errori che non si dovranno fare

Giuseppe Civati, uscito dal PD del 6 Maggio, sta pensando di fare un nuovo partito e l’intenzione sarà concretizzata dopo le elezioni regionali, come da lui ribadito. Il nuovo partito sarebbe, a dir suo, non una semplice unione di gruppi, ma una nuova idea, una nuova sinistra di governo; sicuramente di questo gruppo che verrà farà parte sicuramente Sinistra Ecologia e Libertà, parte dei grillini espulsi e, magari, futuri fuoriusciti dal PD (i più probabili Fassina e D’Attorre, mentre Cuperlo, Mineo e il resto della minoranza sembra che siano intenzionati a restare a fare opposizione all’interno del gruppo). Un ruolo importante all’interno della lista che verrà sarà ricoperto dal volto nuovo Luca Pastorino, candidato in Liguria con la sinistra antirenziana, mentre gli interlocutori principali, se non partecipanti, potrebbero essere l’ex sindacalista Sergio Cofferati (che è entrato in contrasto con il Pd dopo la sconfitta e i brogli in favore della renziana Paita, sostenuta anche dal NCD, alle primarie per scegliere il candidato del centrosinistra in Liguria) e l’attuale segretario generale della Fiom e condottiero della cosiddetta coalizione sociale Maurizio Landini. Lo scopo del gruppo sarà recuperare gli elettori persi da tempo dal PD, oggi per lo più elettori del M5S, che aspettavano un partito a sinistra, o astenuti, oltre a strappare un buon 2%/3% al PD stesso; ad oggi possiamo dire che non è previsto un exploit in termini di consenso, anche se, ovviamente, è troppo presto, non essendo nato ancora alcunché (andando solo per ipotesi una lista SEL+Civati+espulsi dal M5S saremmo sul 6%/7%). Le proposte della lista, per ottenere consenso, dovranno essere nuove e valide e una delle prime cose da fare è la realizzazione di un piano di rilancio economico. Un ottimo punto di partenza è il programna delle primarie del PD del 2013 di Civati: la sua è una sinistra laica, antiproibizionista, ecologista e socialdemocratica e socioliberale in campo economico, assolutamente non radicale (Civati, infatti, viene dall’Ulivo e il suo punto di riferimento è ancora l’ex presidente del consiglio Romano Prodi). I punti principali saranno esattamente opposti a quelli del Nuovo Centrodestra: stop all’acquisto dei cacciabombardieri F35, legalizzazione delle droghe leggere, diritti civili, testamento biologico, lotta alla precarietà, ripristino dell’operazione mare nostrum, abbassamento dell’età pensionabili e fecondazione assistita (oltre alla tutela dell’ambiente, delle minoranze e ad un miglioramento del welfare). A livello economico invece l’augurio è che presenti piani di contrasto alla crescente disoccupazione e che non venga ripetuto l’errore di voler rappresentare solo i lavoratori dipendenti, escludendo medi e piccoli imprenditori (le medie e piccole sono infatti il 97% delle imprese italiane e rappresentano il motore dell’economia, e la forte tassazione sta spingendo alla chiusura, al fallimento o al dover licenziare per evitarlo), artigiani e partite IVA, una categoria non esclude l’altra, e che gli obiettivi presentati possano risultare una reale speranza di ripartenza, elencando, punto per punto, dove trovare le risorse e dove reinvestirle: taglio di Ires e Irap, taglio dell’Irpef per i primi due/tre scaglioni, reddito minimo garantito, revisione della spesa pubblica inefficiente, tobin e web tax, taglio alle pensioni d’oro, agli sprechi, ai costi della politica, sforamento del vincolo del 3% e investimenti in innovzione e sviluppo. Questi ultimi punti (il programma che mi augurerei) sarebbero sicuramente vincenti, soprattutto se coniugati ad un reale contrasto alle soffocanti politiche d’austerità europee. Questo partito non dovrà essere la nuova Syriza, che come vediamo in Grecia, anche a causa dell’UE che continua a soffocare la loro economia e la scarsità di risorse disponibili, non riesce a far cambiare verso alla Nazione, immobilismo comunque prevedibile visto le proposte assistenzialiste e sostanzialmente populiste, senza idee economiche troppo interessanti, non avrebbero comunque dato slancio al mercato interno greco, che è in continuo declino. La speranza, quindi, è una nuova sinistra che sia una vera alternativa a Renzi, che rappresenti chi non lo è oggi, cioè giovani, lavoratori, precari, piccoli imprenditori e disoccupati.

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I giovani precari che pagano le pensioni d’oro

Dopo la sentenza della corte costituzionale, che ha dichiarato incostituzionale il blocco della perequazione delle pensioni (o del blocco della rivalutazione, come dir si voglia), si è riaperto un dibattito generale sulle pensioni, dalle critiche al governo per aver deciso di non rimborsare tutto a tutti alle critiche alle pensioni d’oro. Su quest’ultimo argomento i parlamentari sembrano tutti d’accordo sul mettere mano, ma, come la maggior parte delle proposte, viene ripetuta per guadagnare consenso senza mai concretizzare l’intenzione. La classe politica dovrebbe partire dall’abolizione del proprio vitalizio, sempre difeso con la scusa del diritto acquisito (ricordate il recente rifiuto dell’ex demoproletario Capanna a decurtarselo solo del 10%, la scusa è sempre quella). Esiste una pensione addirittura di 91 mila euro mensili (più di 1 milione annuale!!!). Le pensioni superiori a 5000 euro pesano per più di 15 miliardi sul sistema pensionistico, considerando invece tutti gli assegni sopra i 3000 questi pesano per 45 miliardi, e in media i medesimi pensionati ricevono quasi il 40%-50% in più rispetto a quanto versato, questo a causa del sistema retributivo. La pensione con il metodo retributivo era calcolata in misura percentuale, in rapporto alla media di retribuzione percepita solo durante gli ultimi anni di lavoro (e sappiamo che i salari percepiti negli ultimi anni di carriera lavorativa sono mediamente maggiori) e, purtroppo, si è capito troppo tardi che forse era un privilegio (infatti è stato sostituito totalmente con il metodo contributivo, con cui si riceve, come pensione, quanto percepito in media durante tutti gli anni lavorativi). Sono i giovani, quei pochi che hanno lavoro, spesso precari, che oggi pagano e pagheranno ancora a lungo le pensioni; soprattutto sui loro contributi pesano quelle da 50-60 mila euro mensili e di questi spesso era stato versato solo il 60%, come spiegato sopra, a causa del pessimo sistema retributivo, che ha, peraltro, contribuito all’ingigantirsi del debito pubblico. Il problema serio è che questi ragazzi non possono avere la certezza nemmeno di averla mai una pensione. La soluzione per eliminare gli sprechi e le ingiustizie derivate dal sistema retributivo  è, come proposto (e speriamo in una contrerizzazione) dal presidente dell’INPS ed economista Tito Boeri (che si è scontrato sul tema con Damiano, parlamentare del PD ed ex ministro del lavoro, che invece ritiene che le pensioni calcolate con il sistema retributivo non siano, in alcun caso, un privilegio), il ricalcolo con il sistema  contributivo di tutte le pensioni sopra i 3500 euro. Questa operazione (unita ad un contributo di solidarietà sulle pensioni maggiori, all’abolizione dei vitalizi e alla revisione delle “baby pensioni”) farebbe risparmiare all’INPS circa 6-7 miliardi in un anno, che dovrebbero poi essere immediatamente reinvestiti per abbassare l’età pensionabile, che oggi, essendo troppo alta per scarsità di risorse previdenziali, preclude lo sblocco di nuovi posti di lavoro e del turnover, e per rimborsare una parte dell’incostituzionale blocco della perequazione delle pensioni (e se avanzassero risorse si potrebbe anche ridurre la percentuale sulla retribuzione degli oneri contributivi, o per dirla in politichese, si potrebbe tagliare il cuneo fiscale). Leggendo il piano di spending review di Cottarelli si scopre che si potrebbero, secondo l’economista, recuperare addirittura più di 300 milioni di euro solo revisionando le pensioni di guerra. Quindi sulle pensioni d’oro e sui vitalizi la politica deve mettere mano, non facendo ricadere il loro peso su chi una pensione potrebbe non averla mai.

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