Olimpiadi 2024 a Roma? Rischio enorme

Giovedì è stata lanciata la candidatura di Roma alle Olimpiadi del 2024 dall’Assemblea capitolina, grazie a 38 voti favorevoli e solo 6 contrari. Marino esulta orgoglioso (in versione nazionalpatriota) e agli scetticismi ribatte che non bisogna temere. Però i numeri degli sprechi economici per le ultime grandi manifestazioni ospitate dall’Italia sono inquietanti: ogni anno lo Stato deve pagare 60 milioni di euro per i mutui accesi prima del mondiale di calcio del 1990, per non parlare poi delle strutture rimaste incomplete; similmente nel 2006 le Olimpiadi invernali, svolte a Torino, sono costate 3 miliardi di euro mentre i ricavi sono stati pari ad un solo miliardo; anche l’Expò di Milano e la realizzazione di molte grandi opere (es. Mose di Venezia) sono state per lo più caratterizzate da ritardi, corruzione, finanziamenti illeciti, criminalità, appalti truccati e tanti arresti. Nel 2004 la Grecia cominciò il proprio declino dopo aver ospitato l’Olimpiade (anch’essa caratterizzata dalle tangenti) ad Atene e in altre quattro città, a causa della richiesta da parte dell’allora Governo greco di ingenti prestiti internazionali, obbligati dai ritardi nei lavori per la costruzioni delle sedi olimpiche (alcune non sono mai state finite, mentre altre, oggi, sono completamente abbandonate e lasciate degradare), e il budget iniziale di 15 miliardi venne ampiamente sforato (quel buco di bilancio li mise in ginocchio). Dopo lo scandalo Mafia Capitale, che ha coinvolto tantissimi personaggi, noti e meno, partiti, assessorri, fondazioni, coop e che sta facendo traballare il sindaco Marino e la sua giunta (fino alla fine del prossimo mese è una possibilità concreta il commissariamento della città), la scelta di rischiare che si ripeta un altro “magna magna collettivo” (seppur nel 2024), magari di dimensioni ancora maggiori visto che si convoglierebbero ingenti somme su Roma per la realizzazione dell’evento, è alquanto azzardata e temeraria (in gioco ci sono soldi pubblici e credibilità). In Italia la corruzione è il vero cancro della società (costa a noi cittadini 60 o forse anche 100 miliardi in più in tasse), impossibile da estirpare completamente ma combattibile; ovviamente se si vogliono evitare nuovi sciami di scandali non si possono offrire sul piatto d’argento occasioni simili ad un’Olimpiade (in questo caso la massima potrebbe essere questa: rischiare è bene, evitare è meglio). Ci auguriamo veramente che se dovesse essere designata Roma come città che ospiterà i Giochi olimpici del 2024 (le avversarie sono Budapest, Parigi, Amburgo e Boston) possa andare tutto per il meglio e possa essere “solo” una grande occasione e vetrina per il nostro Paese, però le probabilità di un altro grande scandalo e gravi conseguenze economiche, purtroppo, non sono basse: siamo sicuri che Roma 2024 s’ha da fa’??

dalla parte del progresso AA99

Annunci

Sempre più veloce il declino di Renzi

L’uscita (ovviamente sminuita dalla dirigenza PD) dell’ex viceministro dell’economia Stefano Fassina, e altri esponenti della minoranza Dem, e gli ultimi sondaggi politici che attestano il Partito Democratico (o sempre più Partito di Renzi) al 31/32%  sono traducibili in un declino sempre più veloce di Matteo Renzi, che continua a perdere pezzi, così come continua a calare il consenso che aveva ottenuto, addirittura avrebbe perso un 9% di elettori rispetto alle elezioni europee di maggio 2014 (e i partiti populisti continuano a crescere). L’inizio della fine del premier Renzi è comunciato quando, finito l’effetto degli 80 euro, le politiche messe in campo non erano più quelle promesse e il tanto atteso cambiamento era minimo: il primo segnale è stata la scarsissima affluenza (37% contro il 68% della tornata elettorale precedente) all’elezione regionale nell’area tipicamente rossa, e caratterizzata da un’ampia partecipazione (fino a qual momento), dell’ Emilia- Romagna, a Novembre 2014; errori gravi e imperdonabili la battaglia inutile contro i sindacati, i mancati compromessi con la minoranza del proprio partito (che si sta avviando all’abbandono), la nuova legge elettorale, su cui è stata posta la fiducia (solo due precedenti nella storia italiana: con il fascismo, per la legge Acerbo, e per la cosiddetta legge truffa nel 1953) che non piace a nessuno e la riforma della scuola messa in campo, che si scontra con la volontà di insegnanti e studenti e non risolve i veri problemi del nostro sistema scolastico. Renzi è arrivato alle elezioni regionali con un PD, alle origini un partito con degli ideali socialdemocratici e marcatamente di centrosinistra, completamente snaturato e travestito da partito di destra, senza però ottenere nuovi voti dall’area conservatrice (a parte eccezioni) e perdendoli a sinistra (infatti ha perso, nelle regioni al voto, ben 2 milioni di elettori). Il colpo finale al consenso (ridotto anche dallo scandalo Mafia Capitale, visto il coinvolgimento di parte del PD romano e il rafforzamento dei partiti antisistema) nei confronti del premier e leader autoritario potrebbe essere dato, visto gli imprevisti del rimborso (che sarà minimo) delle pensioni, a seguito della dichiarazione d’incostituzionalità del blocco della perequazione, della bocciatura del reverse charge applicato alla grande distribuzione e dell’incostituzionalità del blocco dei contratti degli statali non retroattivo (il suo sblocco costerà almeno un miliardo e mezzo nel 2016 al Governo) dall’attivazione delle clausole di salvaguardia, che significherebbe oltre 50 miliardi di tasse in più (16 miliardi nel 2016) in tre anni, per l’aumento graduale dell’IVA ordinario dal 22% al 25,5% e di quello agevolato, il taglio drastico a detrazioni e deduzioni e l’aumento dell’accise sul carburante, e la fine della minima ripresa della nostra economia (il PIL in crescita è frutto di Expo, Quantitative Easing, svalutazione dell’Euro e costo del petrolio si minimi storici). Renzi dovrebbe preoccuparsi perchè l’Italia non è ancora uscita dalla palude e le troppe promesse fatte (es. il pagamento di tutti i debiti della Pubblica Amministrazione entro settembre 2014) di cambiamento, inversione di rotta e definitiva ripresa economica non le ha mantenute (in assenza di pochissimi provvedimenti realmente efficaci), ovviamente la fiducia cala di giorno in giorno. Se si dovesse andare alle urne oggi, davanti a una lista unica di destra sempre più oltre al 34%, per la crescita costante della Lega, e ad un M5S che sembra oltre il 27% (la vicenda Mafia Capitale continua a portare voti ai grillini) il PD, solo (non ci stupiremmo se si alleasse con l’NCD di Alfano, Lupi, Giovanardi e Formigoni) rischierebbe grosso in un eventuale ballottaggio. Che Renzi sia già arrivato alla fine del suo brevissimo percorso??

dalla parte del progresso AA99

Ambiente: Governo assolutamente insufficiente

Il dato è impetuoso: dal 1950 addirittura un terzo del suolo nazionale è stato cementificato (senza criterio e piani urbanistici intelligenti). La mancata lungimiranza dei vari governi, la poca tutela del territorio e poca attenzione ad uno sviluppo scriteriato (diboscamento e cementificazione in primis) hanno fatto in modo che aree che appartengono a più di 6500 comuni, cioè l’89%, su cui sorgono oltre 6200 scuole e 550 ospedali,  fossero a rischio idrogeologico e le vittime a causa di frane e inondazioni, negli ultimi quarant’anni, sono state circa quattromila. Dopo l’alluvione in Liguria, l’area in cui il tasso di mortalità medio a causa del dissesto è il più alto, la speranza era che finalmente fossero stanziate risorse strutturali per mettere in sicurezza tutto il territorio, invece l’annuncio del ministro dell’ambiente Galletti è stato assolutamente deludente: un solo miliardo all’anno per i prossimi sette (nella legge finanziaria precedente fu stanziata una somma irrisoria, solo 180 milioni per il triennio 2014-2016) mentre ne servirebbero almeno 40 per eliminare totalmente il grave problema (dal 1944 sono i danni causati da frane e inondazioni sono costati 61,5 miliardi). Le responsabilità dell’uomo (sregolatezza assoluta) e delle amministrazioni in queste catastrofi sono evidenti, una tra queste ricade sulle spalle di vari governi, cioè l’aver attuato condoni edilizi (ultimo dei quali nel 2003 dal governo Berlusconi II), il non avere mai realmente perseguito o realizzato leggi efficaci e dure contro l’abusivismo edilizio e il non avere mai stanziato miliardi almeno per le aree a rischio maggiore, fattori che hanno solo peggiorato la situazione. Il decreto Sblocca Italia, cioè nuove trivellazioni, nuovi fondi alle grandi opere inutili e proroga delle concessioni autostradali, è stato un altro segnale molto chiaro lanciato dal governo: l’ambiente viene al terzo posto o forse anche all’ultimo. Le politiche ambientali prioritarie, come la bonifica delle aree maggiormente inquinate e la protezione delle biodiversità (al Nord a grande rischio di perdita), non sono mai state prese in considerazione. Alla fine del mese scorso in 60 mila a Lanciano hanno manifestato contro il progetto Ombrina, cioè nuove trivellazioni nel mar Adriatico, così anche in Puglia alcuni sindaci PD hanno minacciato l’autosospensione in caso non venisse immediatamente bloccato (anche Emiliano ha annunciato che darà battaglia per il contrasto alle trivelle) dal governo una nuova colonizzazione del mare affacciato alla loro terra. Il governo non tocca, o forse nemmeno sfiora, neanche il tema inceneritori, dannosi e costosi (quasi mezzo miliardo di euro), che potrebbero essere assecondati se si mettesse finalmente in campo, a livello nazionale, l’attuabile progetto “rifiuti zero” (cioè favorire il riutilizzo a scapito di inquinamento e discariche), così come lo stesso Renzi è assolutamente favorevole al TTIP (il trattato in corso di negoziato tra UE e USA sul libero scambio tra le due aree) che introdurrà gli OGM (Organismi Geneticamente Modificati) nella nostra economia (oltre a ridurre diritti e garanzie per i consumatori), pratiche di estrazione (fracking) del gas di scisto molto dannose per l’ambiente e imporrà la riduzione dei parametri di salvaguardua ambientale, tutto a vantaggio delle grandi multinazionali. Oggi le energie rinnovabili coprono meno del 18% del fabbisogno italiano, nonostante sia un’energia meno cara e più pulita e con Renzi la percentuale rischia solo di calare, mentre in campagna elettorale per le primarie per la segreteria del PD del 2013 prometteva, addirittura, che con lui l’energia alternativa avrebbe superato il 50% del fabbisogno (promessa, un po’ come le altre, in stile Berlusconi). Unica nota agrodolce è l’imperfetta ma comunque importante legge sugli ecoreati, che da un lato aumenta le pene e introduce nuove doverose norme ma dall’altro può lasciare impunite, per esempio, le stragi ambientali dell’Ilva di Taranto o Porto Tolle (tesi sostenuta e ripetuta più volte dal portavoce dei Verdi Angelo Bonelli), a causa di alcune falle all’interno del provvedimento. Invece sono la tutela dell’ambiente (il quale è un dovere mettere al primo posto), la messa in sicurezza del territorio e tutte le politiche di sostenibilità e green economy che si traducono in un futuro migliore per i nostri figli e per le generazioni che verranno (e su questo bisognerebbe aprire una grande riflessione). E pensare che l’efficientamento energetico degli edifici pubblici (risparmio e benefici ambientali), la valorizzazione delle aree verdi e l’estensione della raccolta differenziata porta a porta, giá sperimentata in moltissimi comuni, significherebbero centinaia di migliaia di posti di lavoro in più…

dalla parte del progresso AA99

È Possibile

Ieri in un circolo Arci a Roma è nato Possibile, il nuovo movimento, alla sinistra del Partito Democratico, di Pippo Civati. Alla prima assemblea (messa in secondo piano dalle ruspe di Pontida) erano presenti circa 2000 persone (nel database contava già 50 mila iscritti) e sono intervenuti, oltre a coloro che saranno tra le figure principali di Possibile (come i fourisciti dal PD Pastorino e la giovane Elly Schlein), esponenti di Sinistra Ecologia e Libertà (come Nicola Fratoianni, Celeste Costantino e Michele Piras), di Alternativa Libera (l’on. Francesco Campanella), il soggetto degi ex grillini, dei Radicali (il segretario Magi) e di altre forze di sinistra (come Ferrero, segretario di Rifondazione). Potrebbe, a breve, entare a far parte di Possibile anche l’ex viceministro dell’economia Stefano Fassina, in procinto di uscire dal Partito Democratico (ha spiegato senza giri di parole che se la riforma della scuola non verrà radicalmente modificata lascerà i Dem), così come Alfredo D’Attorre, sempre più spazientito dalle politiche di Renzi e della passività dell’Italia nella questione “Grexit” (opinione ribadita nei giorni scorsi alla trasmissione “L’aria che tira”), non facendo sentire la propria voce contro le insostenibili politiche di sola austerity imposta dall’Unione Europea. Meno probabile l’uscita dal partito della nazione di Gianni Cuperlo, di Speranza e di Laura Puppato (che probabilmente sperano nella svolta al congresso del PD del 2017). Civati nel suo intervento ha spiegato lo scopo del nuovo movimento, cioè una casa comune per chi non accetta la deriva verso destra del partito di Renzi (il vero masochista, vista l’enorme perdita di consenso). Dalla presenza delle altre forze di sinistra e dell’accenno di Civati al PSI di Nencini, ai Verdi (spesso ricorda il fondatore e leader negli anni ottanta della lista ecologista Alexander Langer), al soggetto per ora extraparlamentare di Landini, cioè Coalizione Sociale, e al non del tutto scomparso Partito Repubblicano possiamo intuire che Possibile però è solo il primo passo per la creazione della nuova sinistra, cioè un progetto comune e ampio che tocchi tutto il mondo socialdemocratico, ambientalista e altrrnativo al “renzismo”, sperando anche almeno in una minima apertura al dialogo da parte del M5S a livello territoriale su temi comuni (ambiente, diritti civili e reddito minimo garantito), quasi impossibile, però, in Parlamento. Il fondatore e ideatore di Possibile ha anche più volte esortato militanti e simpatizzanti a mobilitarsi, proporre nuove idee, partecipare, dire la propria e aprire un grande dibattito a sinistra sui temi più importanti e delicati (dalla legge elettorale alla legalizzazione della cannabis), infatti a questo scopo saranno promossi vari referendum (secondo Civati un grande errore del PD è stata la lontananza dai militanti e la mancanza di ascolto della loro opinione su temi cruciali, quali larghe intese o sfiducia al governo Letta). Sempre ieri sono iniziati tesseramenti (i tesserati saranno iscritti all’Albo dei fondatori) e creazione dei comitati territoriali. L’atmosfera durante l’assemblea era assolutamente positiva e fiduciosa: la nuova sinistra sta nascendo e sarà, più che mai, Possibile!

dalla parte del progresso AA99

La nuova sinistra

Civati subito dopo l’uscita dal PD, nel mese scorso, ha subito espresso l’intenzione di collaborare con Sinistra Ecologia e Libertà e le altre forze di sinistra alternative a Renzi per realizzare un progetto comune. Poi alla fine di maggio ha lanciato il movimento Possibile, che nel database conta già 50 mila seguaci e da domenica darà il via ai tesseramenti e alla creazione dei comitati territoriali; il simbolo del movimento è un uguale con sfondo rosa, chiarissimi riferimenti all’uguaglianza e alla lotta alle discriminazioni, mentre le proposte combaceranno, per lo più, con quelle presentate per le primarie per la segreteria del Partito Democratico del 2013. La fondazione di Possibile non rappresenta un’ulteriore frammentazione della sinistra, infatti il movimento nasce con il primo obiettivo di rappresentare un’alternativa di sinistra a Renzi, con idee precise e progetti di partecipazione ai temi più delicati di simpatizzanti e iscritti, e il secondo è il sogno di Civati, cioè quello della creazione, come da lui ribadito più volte, di un Ulivo 2.0 (per intenderci non un semplice raggruppamento radicale da 3%, ma un’idea più ampia che parta da un progetto comune, ambizioso e che peschi in tutto il centrosinistra, in quanto i mal di pancia, o meglio i mal di Renzie, sono diffusi) insieme a SEL, ai Verdi-Ecologisti, Alternativa Libera degli ex grillini e magari anche ai Radicali, con i quali Civati sta collaborando su temi riguardanti l’accoglienza degli immigrati e i campi nomadi a Roma; sarà pronta al dialogo con sinistra del PD, con Coalizione Sociale di Landini (se dovesse restare fuori dalla politica) e con il M5S, soprattutto per quanto riguarda ambiente, diritti civili e antiproibizionismo (sempre se anche dall’altra parte ci fosse, anche se risulterebbe ad oggi molto complicato, almeno una minima apertura al dialogo su proposte comuni). Secondo il segretario di SEL Nichi Vendola questa nuova formazione politica nascerà entro l’autunno. Non potendo sapere quanto consenso potrebbe raccogliere (è sempre dietro l’angolo una nuova scissione tra i Dem, i più probabili ad abbandonare il gruppo rimangono Fassina, D’Attorre, Puppato e Cuperlo) possiamo immaginare che oggi un’unione tra questi schieramenti varrebbe almeno il 6,5/7%, ma l’intenzione, oltre quella di attrarre consenso dai delusi da Renzi, è quella di riportare a sinistra i voti al M5S degli ex PD. L’augurio è che la classe dirigente sia formata in maggioranza da giovani e che i vari Elly Schlein, Pastorino (entrambi usciti dal PD), Furfaro e Fratoianni possano essere i primi esponenti della novità a sinistra, mossa che si potrebbe rivelare vincente. Gli ideali, invece, che la nuova sinistra dovrà mettere al centro saranno quelli che ha trascurato o maltrattato il governo Renzie, cioè ambientalismo, socioliberalismo/socialdemocrazia, laicità e antiproibizionismo e dovrà rappresentare emarginati e esclusi, precari, giovani, insegnanti e studenti (visto la schifezza della Buona Scuola), lavoratori dipendenti e autonomi, piccoli imprenditori e artigiani (le PMI rappresentano il 97% delle aziende e sono il motore economico del Paese) dando voce a chi non ce l’ha o gli è stata tolta negli ultimi anni di crisi e, in ambito economico, unendo lotta alla povertà e alle insostenibili politiche europee di sola austerity a piani concreti e ambiziosi per la crescita e per la definitiva ripresa economica e occupazionale (innovazione, piani straordinari di piccole opere pubbliche di manutenzione e taglio delle imposte sui redditi medio-bassi e sulle medie e piccole imprese). Seguire i modelli Syriza e Podemos, invece, si rivelerebbe un’arma a doppio taglio: la lotta all’austerity è assolutamente auspicata e condivisibile mentre le ricette economiche proposte da questi due partiti sono in parte populiste e radicali (e, aggiungerei, io di dubbia efficacia) e in Italia più che avvicinare l’elettore, potrebbero allontanarlo (la nostra politica prevede che l’alternativa al populismo di destra non sia quello di sinistra, che non la caratterizza affatto, ma sia solo il buon senso). Le lancette del grande orologio della sinistra, bloccate dalla sconfitta (in realtà non vittoria) di Bersani alle elezioni politiche del 2013, potranno ricominciare a girare e la speranza di cambiamento senza Renzi e con Civati sarà forse quasi impossibile, ma qualcosa di incredibile e inimmaginabile si può sempre verificare… Sì, è Possibile!

dalla parte del progresso AA99

Cosa vogliono gli anticasta e ultrasocialisti di Podemos

Podemos è il partito spagnolo, di forte impronta “anticasta”, erede degli Indignatos e guidato, oltre ad essere stato fondato, dal giovane Pablo Iglesias. Alle ultime elezioni amministrative il partito, dopo aver ottenuto un ottimo 8% alle elezioni europee del 2014 a soli quattro mesi dalla fondazione, ha trionfato a Barcellona e guida Madrid con il PSOE (partito socialista), ottenendo importantissimi risultati che hanno chiaramente posto fine al bipolarismo in Spagna (i primi due partiti hanno perso 3 milioni di voti in quattro anni). Nonostante non si definisca nè di destra nè di sinistra, l’impronta di Podemos è marcatamente socialista, come si può intendere chiaramente leggendo il suo programma, presentato alla fine dello scorso anno, per alcuni aspetti ancora più radicale e utopista (forse anche populista) di Syriza (e in Italia è un mix tra Rifondazione Comunista, anche se i due partiti, indubbiamente, non possono essere paragonabili, e il m5s, che però non è un movimento di sinistra). L’interrogativo che pongo, a seguito dell’esultanza di tutte le sinistre europee e degli schieramenti antiausterity e anticasta, quindi, è: conosciamo davvero le intenzioni di Podemos? La prima intenzione è quella di azzerare la classe dirigente attuale, considerata incapace e colpevole di aver portato il Paese nella più progonda crisi, mentre le proposte economiche puntano ad un forte controllo dell’economia da parte dello Stato e, quindi, al dirigismo: nazionalizzazione di tutte le grandi imprese private considerate strategiche (comprese quelle alimentari e farmaceutiche) e maggiore peso dello Stato anche nel sistema bancario. La proposta più utopistica e populista presentata è il reddito di cittadinanza universale, cioè offerto a chiunque viva in Spagna, che costerebbe quasi 150 miliardi l’anno, ma è di difficile attuazione anche il proclamato diritto alla casa. Un altro punto era l’abbassamento dell’età pensionabile addirittura a 60 anni (oltre all’aumento di tutte le pensioni medio-basse), poi proposta cambiata (ora abbassamento da 67 a 65 anni) visto, anche in questo caso, l’evidente inattuabilità di quella originale. Idea altrettanto populista il tetto massimo alle retribuzioni anche nel privato (poi tra le altre proposte vi sono l’abbassamento di ore lavorative a 35 settimanali, il divieto di licenziamento per le aziende che fanno utili e l’aumento del salario minimo) . Questo evidente e rilevante aumento di spesa pubblica verrebbe compensato dalla revisione delle detrazioni IRPEF e dall’aumento delle tasse sulle grandi ricchezze (patrimoniale), sulle rendite finanziarie, sulle imprese con fatturati maggiori, sui redditi medio-alti e sulle transazioni finanziarie a scopo speculativo (probabilmente le risorse reperite attraverso queste azione non sarebbero sufficienti). Assolutamente condivisibili, invece, le proposte di abolizione del pareggio di bilancio costituzionale, di lotta all’austerity (anche se non ci dicono chiaramente se sono per l’integrazione europea o meno), alle politiche di solo rigore dell’UE, alla corruzione e alle discriminazioni, di rinegoziazione del debito pubblico, di investimenti nella green economy, dell’introduzione dell’eutanasia e di garantire l’aborto, e di divieto alla possibilità di attuare condoni fiscali, mentre è opinabile l’utilizzo della rete per le consultazioni con i militanti per ogni decisione, stile Movimento 5 Stelle, e come strumento di democrazia diretta. Gli idoli politici del professore universitario Iglesias (nonostante dichiari superata la distinzione destra-sinistra), cioè Marx, Lenin e Gramsci, potrebbero tranquillamente essere tutti l’emblema di parte del suo programma (mi azzarderei di definire Podemos anche parzialmente anticapitalista, in quanto il populismo non viene fatto sugli immigrati, ma sulla ricchezza). In Spagna queste idee sono assolutamente popolari (vsto che qui non si accaparra voti il populismo di destra ma quello di sinistra); in Italia, invece, quelle presentate da Iglesias sarebbero considerate ricette (nonostante il messaggio sia di rinnovamento) economiche superate e, probabilmente, riproposte senza la stessa spinta popolare non farebbero lo stesso successo, anzi… Siamo sicuri che siano proposte per lo più attuabili, che l’alternativa al populismo di destra sia quello di sinistra e non il buon senso, che un aumento abnorme della spesa pubblica sia ben compensato (per non creare nuovo debito e un enorme disavanzo) e che queste politiche economiche potrebbero garantire la ripresa economica della Spagna??  In realtà le conseguenze potrebbero essere solo forte giustizia sociale e uno Stato onnipresente senza crescita, visto che non si investe nelle imprese, nel lavoro e non si tagliano le imposte, nemmeno sulle fascie di medio-basso reddito e sulle piccole imprese, non dando respiro dal tartassamento degli ultimi anni. La nuova sinistra italiana (per intenderci la nuova formazione che sarà guidata da Civati) deve essere così radicale e di protesta, sul modello di Podemos?

dalla parte del progresso AA99

Grexit sempre più vicino, per l’UE sarebbe un fallimento

Entro giovedì dovremmo conoscere il futuro della Grecia: sarà ancora all’interno della moneta unica? In caso dovesse saltare definitivamente il negoziato con i creditori per il paese ellenico sarebbe default. Il capo del governo, e primo esponente di Syriza, Alexis Tsipras e il ministro delle finanze Yanis Varoufakis continuano a rifiutate le proposte di Unione Europea, Fondo Monetario Internazionale (il più intransigente) e Banca Centrale Europea poichè vorrebbero dire nuovi tagli ad un welfare già quasi distrutto, quindi, anche alle pensioni, e aumenti alle imposte, riduzione dei salari e del disavanzo primario del Paese, riproponendo il piano fallimentare della troika (nel 2012 il memorandum salvò dal default ma lega le mani ai greci fino al 2050), così come vengono rifiutate dalla parte opposta le controproposte (i greci accetterebbero la metà delle richieste in cambio della ristrutturazione del debito). La non solidarietà dei tedeschi è del tutto espressa dal fatto che più della metà dei cittadini e oltre il 40% dei manager vorrebbe la Grecia fuori dall’Eurozona (forse anche il ministro Schaeuble, che si è molto irrigidito dopo il rifiuto greco alle sue ultime proposte) e dicono un no secco ad ogni nuovo piano di aiuti agli elleni, nonostante sarebbero in cambio di garanzie e forti sacrifici per continuare a saldare i debiti (Varoufakis e co. dovranno reperire quasi 27 miliardi nei prossimi sette mesi). L’uscita dall’Euro obbligata (se non si flessibilizzano le richieste la scelta sarà tra l’impoverire i cittadini greci immediatamente o l’impoverirli maggiormente nel tempo) significherebbe l’aggravarsi nel medio periodo di una situazione disperata, visto il vortice inflazione-svalutazione in cui entrerebbe la “riscoperta” Dracma e le risorse completamente finite. Secondo lo statunitense premio Nobel per l’economia nel 2001 Joseph Stiglitz “Grexit” indurrebbe una reazione a catena per cui le prossime ad essere soffocate da una maggiore austerità e su cui comincerebbero le speculazioni sarebbero Spagna e Italia (comunque più ricche, e in condizioni di ripresa, seppur minima e poco sentita) ed è un’errorre clamoroso quello commesso dall’UE di riproporre il piano fallimentare di sola austerità imposto dalla Troika, le cui misure hanno fatto contrarre del 25% il PIL greco e non hanno portato ad alcun risultato, se non quello di sopprimere e uccidere un’economia nel nome del rigore. Insieme a molti altri economisti, intelletuali e politici, come Piketty e D’Alema, Stiglitz ha firmato un appello, pubblicato sul Financial Time, che chiede all’UE di evitare, a tutti i costi, l’uscita della Grecia dall’Euro, che ha “sapore” di fallimento della stessa unione monetaria, e la sollecita a cambiare strategia e direzione, per dare la possibilità ai paesi più in difficoltà di crescita e ripresa economica, attraverso una condivisibilissima riforma dell’Eurozona che allenti l’austerity, dia la possibilità di emettere Eurobond ai paesi europei e alla riorganizzazione della BCE, affinchè si ponga come obiettivi, non solo la stabilità dei prezzi (come accaduto finora), ma qualche occupazione e, appunto, crescita; le altre importanti proposte spiegate nell’appello sono l’unione bancaria, garanzie uniche sui depositi e una politica industriale integrata. Sicuramente in passato  chi ha guidato la Grecia ha commesso degli errori gravissimi nella gestione del bilancio e nelle politiche economiche per arrivare ad un rapporto debito/pil a circa il 180%, però se dovvesse accadere l’insperato sarà l’Unione Europea a dare il colpo finale all’economica ellenica, le responsabilità maggiori saranno le sue, delle sue politiche di sola e spietata austerità in cui la solidarietà (su cui dovrebbe essere fondata) è sempre al secondo (terzo, quarto…) posto (probabilmente l’unione monetaria è arrivata troppo presto rispetto ad un’integrazione su molti altri aspetti, come l’unione bancaria) e gli interessi delle nazioni più potenti al primo, mentre in molti campi il Parlamento europeo ha pochissimo peso (l’attualissimo tema dell’emergenza immigrazione ne è la dimostrazione) . La colpa non potrà essere accollata all’irresponsabile, così definito da alcuni creditori, Tsipras, arrivato al timone di una nave ormai quasi del tutto affondata ed era inevitabile il fatto che non avrebbe potuto realizzare la maggior parte delle proposte fatte in campagna elettorale (che possiamo definire parzialemte populiste). L’Unione Europea deve invertire la rotta, puntando a integrazione, politiche espansive e solidarietà, così come dovrà essere riformata la BCE, esattamente come proposto da Stiglitz e co. Non è giusto che la Grecia per salvare la parte di nave ancora a galla, debba dire addio alla parte affondata (gli statali che non sono stati colpiti dallo sciame di licenziamenti degli ultimi anni vengono pagati con ritardi di mesi e mesi, molti lavoratori sono stipendiati in buoni pasto e uno su tre prende 300 euro al mese, la povertà è sempre crescente, le pari opportunità non garantite, la sanità è stata privatizzata, tutto ciò per pagare i debiti e sopravvivere). L’Europa che vogliamo è diversa, è vicina ai cittadini, unita e democratica.

dalla parte del progresso AA99