Renzi, dimmi con chi Verdini e ti dirò di chi sei

Renzi e la DC 2.0

Nel caso di Renzi e del suo Governo il proverbio “dimmi con chi vai e ti dirò di chi sei” è pienamente azzeccato; si era capito fin da subito, cioè dalla riconferma del Nuovo Centrodestra all’interno della stessa maggioranza del Governo Letta, preferendo ciò a nuove elezioni, e dalla netta rottura con l’alleato delle precedenti elezioni Sinistra Ecologia e Libertà, che la strada di Matteo Renzi sarebbe stata inclinata a destra. Qualche giorno fa Verdini, l’ormai ex fidato braccio destro di Berlusconi, ha abbandonato Forza Italia per dare vita all’Area Liberal Popolare ed entrare nella maggioranza, a sostegno del Governo; questo dopo la fuoriuscita dal Partito Democratico da parte di Civati a inizio Maggio, di Fassina, dopo l’approvazione della Riforma Giannini, e di altri esponenti della minoranza, con cui non era mai esistito un dialogo, a causa della visione autoritaria e centralistica del segretario e premier, e non erano mai stati fatti compromessi (come non sono fatti oggi con gli esponenti della minoranza dem che non si sono scissi), preferendo instaurarli, invece, con l’NCD di Alfano, Giovanardi, Formigoni, Lupi e Azzollini, il quale mercoledì è stato salvato dall’arresto per il ricatto da parte del suo partito di rompere la maggioranza (infatti l’NCD ha mandato sotto il Governo in due votazioni minori, precedentemente, come segnale d’avvertimento), così come erano state, per la stessa ragione, respinte le mozioni di censura contro il sottosegretario all’Agricoltura Giuseppe Castiglione, coinvolto nell’inchiesta di Mafia capitale e in particolare nelle indagini sul Centro di accoglienza di Mineo, e inizialmente con Berlusconi, attraverso il (poi saltato) Patto del Nazareno. L’entrata nell’area di Governo di Denis Verdini, quindi, sembra significare solamente una cosa: “la sinistra ci infastidisce, può anche uscire, mentre è ben accolto il centro destra”. Come dichiarato dall’ex berlusconiano, lui insieme a Renzi darà definitivamente vita al Partito della Nazione (o Democrazia Cristiana 2.0), nel quale, ovviamente, non può mancare il democristiano per eccellenza Pier Ferdinando Casini. Alle primarie del 2013 Renzi si presentò come “rottamatore” e portatore di progresso, ma, a ragion veduta, ha rottamato solo chi rifiutava il progetto di completo snaturamento del PD (si è candidato per quest’ultimo solo perchè sapeva bene che Berlusconi sarebbe stato ancora per molto tempo il leader di Forza Italia) mentre non hanno niente a che fare le sue riforme con il concetto di “progresso”: l’Italicum, nel segno della poca rappresentanza e dei capilista bloccati, lo Sblocca Italia, o meglio “sblocca trivelle”, il nuovo Senato (ancora non approvato), peggio di quello di oggi in quanto non elettivo, la Buona Scuola, in cui la maggior parte dei veri problemi vengono solamente sfiorati (la lista sarebbe lunga, lunghissima) sono tutte riforme che introducono solo novità, spacciate per progresso (Renzi cerca di far credere che coloro che sono contrari alle sue riforme sono conservatori, poichè unisce “riforma” a “nuova norma migliorativa”). Il Partito Democratico nel 2007 era nato con ideali e visione ben definiti e chiari, così come la collocazione nello scacchiere politico, cioè, rispettivamente, socialdemocrazia ed ecologismo e centrosinistra. Ora quel PD non esiste più (a meno di un’improbabile svolta al congresso del 2017), viene continuamente attaccato dallo stesso Renzi, che dice essere stato il partito delle tasse, e quegli ideali vengono difesi solo da un piccolo gruppetto di “separati in casa”, che reclamano la totale incoerenza con il programma di Bersani (il quale ritroviamo solo nelle proposte del ripudiato SEL) per il quale sono stati eletti nel 2013 e per il quale ora si trovano in Parlamento (mentre il programma Renzi non è mai stato approvato dagli italiani per governare). Alla nascita del PD sarebbe stato davvero inimmaginabile che un suo segretario, un giorno non troppo lontano, avrebbe potuto abolire l’articolo 18 o realizzato riforme per incentivare le trivellazioni. Gli errori della classe dirigente della sinistra, a partire da quella del PDS per arrivare a quella del PD di Bersani, sono stati tanti, troppi, e, uniti all’attaccamento della maggior parte degli italiani al politico forte, con molto carisma e decisionista e alla nostalgia per la DC, hanno spianato la strada, nell’era post-Berlusconi, all’iniziale plebiscito nella legittimazione del renzismo, acclamando l’ex sindaco di Firenze come salvatore della patria; ora, però, la musica sta cambiando: i risultati non arrivano (o sono minimi), le promesse e gli annunci surclassano ciò che è stato concretizzato, sindacati, insegnanti e parte dei pensionati hanno perso completamente fiducia e l’area di sinistra si ritrova spiazzata mentre quella a destra preferisce maggiore demagogia, il consenso cala e tutto è in bilico, ma la prosecuzione delle sue politiche e il rimarcamento delle sue posizioni sembra evidente. Renzi tramonterà a braccetto con la destra.

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L’uguaglianza, il merito e la politica

Siamo davvero sicuri che i due principi portanti di una società, cioè uguaglianza delle opportunità e merito (senza l’uno non esiste l’altro), vengano pienamente garantiti?

Da anni la parola uguaglianza è caduta nel dimenticatoio, nonostante sia uno dei valori fondamentali della socialdemocrazia, del centrosinistra e non solo; l’unico politico che l’ha rispolverata è stato Pippo Civati per le primarie per la segreteria del PD del 2013 e ora attraverso l’uguale presente nel simbolo del suo nuovo movimento, Possibile. Ovviamente l’uguaglianza di cui parla Civati non ha niente a che fare con l’egualitarismo (che si trova solo nell’ideale comunista primordiale e in cui viene escluso il merito) o l’uguaglianza negli esiti, ma quella nella opportunità (ovvero pari opportunità) e non è in contrapposizione al merito come credono molti da destra, anzi è indispensabile che tutti partano con le stesse possibilità per poter emergere, per poi poter premiare e valorizzare il merito; un esempio banale di circostanza in cui non ci sono pari oportunità è questo: se in una gara di corsa la metà dei gareggianti dovessero partire più indietro rispetto agli altri, questi sarebbero in netto svantaggio e se non dovessero arrivare alla vittoria non sarebbe per mancanza di capacitá o per demeriti. Le pari opportunità sono minate quando l’etnia, il sesso, le opinioni, la religione, disabilità, l’origine, la lingua e l’orientamento sessuale si traducono in disparità di trattamento. Stupisce che, ancora oggi, anche in stati occidentali, quindi non parliamo di quelli in cui ci sono dittature, sono sottosviluppati o emergenti, in alcune situazioni le pari opportunità vengano messe in seria discussione, per esempio negli Stati Uniti: secondo gli ultimi studi, infatti, se negli States nasci da famiglie disagiate avrai molte più difficoltà ad emergere (addirittura come 50 anni fa) rispetto a chi non ha questa sfortuna (ma non dovrebbe esserlo), anche per la netta differenza di qualità d’insegnamento tra le varie scuole e università. Inoltre la costituzione di sette stati degli USA impedisce espressamente ai non credenti di detenere cariche pubbliche (discriminando espressamente e impedendo pari opportunità alla categoria degli atei). Le pari opportunità e indirettamente il merito sono lesi anche in Italia in varie circostanze, in alcune per trascuratezza e responsabilità politiche, in altre per difficoltà nel regolamentare la concorrenza: dalle raccomandazioni e dai clientelismi alla concorrenza sleale (fatta, per esempio, dalle aziende che evadono nei confronti di quelle oneste), dai molteplici interessi che può avere una singola persona e dal fatto che esistono università pubbliche di serie A e di serie B, scuole in alcune zone disagiate sulle quali si investe meno o quando non vengono garantite le borse di studio (per i meritevoli che hanno alle spalle famiglie in difficoltà economica), ai pochi asili nido pubblici e dal momento che alcune volte (vorrei sottolineare che siamo nel 2015 e sembra impossibile!) il sesso è un ostacolo lavorativo o salariale, infatti le donne a parità di lavoro, capacità, competenze e contratti hanno in media salari inferiori rispetto a quelli maschili. Un intervento politico necessario, nella direzione delle pari opportunità, è una legge efficiente sul conflitto di interesse, che oggi, sostanzialmente, manca e che consentirebbe maggiore concorrenza, mentre è l’antitesi di uguaglianza la nuova norma, contenuta nella Riforma della Pubblica Amministrazione, che attribuisce un peso maggiore all’Ateneo di provenienza del laureato, oltre al voto all’esame, nei concorsi pubblici, avvantaggiando chi ha frequentato università di serie A più costose (non vengono scollegati merito e disponibilità economica), così come andava nella direzione opposta dare la possibilità di devolvere il 5×1000 ad un singolo istituto, poi idea, fortunatamente, non concretizzata, in quanto avrebbe svantaggiato le scuole di periferia e in zone disagiate, in cui le famiglie degli studenti hanno disponibilità economiche inferiori. Quindi in alcuni casi non può essere premiato il merito, in quanto, appunto, è assente la fondamentale prerogativa dell’uguaglianza (le vere meritocrazie hanno alla base solide pari opportunità). Il concetto di merito lo sentiamo per lo più reclamare da destra, dai liberisti, che spesso dimenticano l’imprescindibilità delle stesse condizioni di partenza (al giorno d’oggi viene dimenticata anche da una parte della pseudosinistra), prerogativa che, come spiegato prima, non è assolutamente scontata. I casi più eclatanti di sola lesione del merito, invece, sono questi: il premio produttività offerto ai manager pubblici italiani va a quasi la totalità di questi, mentre in Inghilterra, per esempio, solo il 25% raggiunge questo bonus, in quanto i criteri di raggiungimento inglesi sono realmente legati ai meriti e alle capacità e non a formalità, così come non si premia il merito in un’altra circostanza, la retribuzione di un lavoratore laureato è, in linea generale, solo leggermente superiore a quella di un diplomato (tema analizzato da Ignazio Visco all’ultimo festival dell’economia). Uguaglianza e merito, dunque, devono essere complementari e tornare al centro del dibattito politico, soprattutto a sinistra, e grazie a Civati anche questo è Possibile.

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A sinistra

La settimana scorsa l’Altra Europa con Tsipras, nata come lista per le elezioni europee dello scorso anno, è entrata in Parlamento con i senatori Fabrizio Bocchino e Francesco Campanella, entrambi ex M5S e Alternativa Libera, così come in precedenza era nato Possibile, guidato da Pippo Civati, ed era stato lanciato, da parte del fuoriuscito dal PD Stefano Fassina, il movimento Futuro a sinistra. Sembrerebbe un’ulteriore frammentazione dell’area a sinistra del Partito Democratico, ma in realtà è solo l’inizio di vari percorsi paralleli per arrivare alla meta comune, cioè un nuovo soggetto unitario con una chiara identità e volontà d’intenti, come dichiarato anche da Vendola nell’ultimo, in tutti i sensi, congresso di Sinistra Ecologia e Libertà; questo soggetto, che nascerà probabilmente in autunno, si proporrà come casa comune per elettori di sinistra che non si riconoscono nelle politiche di centrodestra (dallo Sblocca Italia alla legge elettorale e dal Jobs Act alla riforma della scuola), sempre più apprezzate dall’alleato di governo Angelino Alfano, nei modi perennemente propagandistici e nell’autoritarismo di Matteo Renzi, a cui, peraltro, sta arrivando in soccorso (dopo l’instabilità dell’ultimo periodo) Denis Verdini (ovviamente, viene preferito a Fassina, Cofferati e Civati), che ha lasciato Forza Italia per formare il gruppo dei “liberalpopolari” insieme a dieci o più seguaci e per completare il Partito della Nazione, possiamo dire che la nuova Democrazia Cristiana prende sempre più forma. Il resto dell’estate servirà come periodo di insediamento dei nuovi movimenti, in particolare di Possibile con l’iniziativa referendaria (otto quesiti per l’abrogazione di alcune delle pessime riforme del Governo Renzi), sul territorio, partendo dalla mobilitazione dei neoiscritti e dall’apertura di un dibattito popolare sui temi tipicamente di sinistra. Alcuni sperano in una nuova Syriza o Podemos e nella costituzione di una sinistra radicale, mentre altri sperano nella collaborazione con i grillini, ma la prima pista, cioè la riproposizione tout court (naturalmente alcune proposte saranno simili o sovrapponibili) dei medesimi soggetti politici, difficilmente potrà essere vincente, perchè il contesto politico italiano è differente da quello spagnolo o da quello greco, in Italia servirebbe piuttosto un nuovo centrosinistra (visto che i mal di Renzi sono diffusi) di governo che riprenda alcune delle vecchie battaglie e ne metta in campo di innovative attuabili (Podemos, per esempio, propone un populismo di sinistra, che parte dal reddito di cittadinanza da 145 miliardi, mentre nel nostro Paese l’alternativa al populismo di destra è il buon senso), mentre per quanto riguarda la seconda pista dipende tutto dal Movimento 5 Stelle, che anche sul territorio difficilmente si aprirà al confronto seppur su temi comuni (ecologia, antiproibizionismo e diritti civili). I punti principali della nuova sinistra, che sarà composta anche da Verdi, Radicali, Coalizione Sociale, Rifondazione e da eventuali ed ulteriori fuoriusciti del PD (Alfredo D’Attorre il più plausibile), saranno tre: il primo sarà la partecipazione, fondamentale il coinvolgimento, la mobilitazione ed essere vicini alle idee e alle opinioni dei militanti (il programma di partenza sarà comunque molto simile a quello di Civati per le primarie PD di fine 2013); il secondo sarà puntare sui giovani, nonostante alcuni personaggi, come Vendola, Cofferati e forse Landini, avranno ruoli sicuramente importanti, la classe dirigente dovrà essere composta in gran parte da under 45, quali, per esempio, Elly Schlein, Marco Furfaro, Luca Pastorino, Nicola Fratoianni, Monica Gregori, oltre al leader che molto probabilmente sarà lo stesso Pippo Civati; il terzo sarà l’europeismo “antiausterity”, cioè spingere per un’Europa unita, solidale e democratica, ripartendo da un duro contrasto all’austerity e agli insostenibili diktat della Troika (argomento di grande attualità a causa della situazione greca). Fondamentali anche le battaglie per la legalizzazione delle droghe leggere, sempre più fattibile dopo la nuova proposta di legge firmata da 217 parlamentari, per la laicità, la tutela delle minoranze e i diritti civili, a partire dalle unioni civili, la cui approvazione continua ad essere ritardata dal Governo (lasciati chiusi nel cassetto modifica della legge 40 sulla fecondazione eterologa, eutanasia, testamento biologico e ius soli), per la lotta alle mafie e alla corruzione, per il contrasto alla precarietà e per il rilancio della spending review mirata sui veri sprechi (finora toccati solo i servizi e gli enti locali) e della revisione sulle pensioni d’oro per la riduzione delle imposte, allentando la pressione fiscali inanzitutto sulle fasce più deboli e sul lavoro (rilancio della media e piccola impresa), per il sostegno al reddito, per la manutenzione territoriale (dalle grandi alle piccole opere) e per investire in istruzione e cultura. Sono davvero troppi gli spaesati o sfiduciati a sinistra che oggi votano, magari senza troppa convinzione, il M5S o si astengono, perciò il compito sarà recuperarli, poi si potrà parlare di percentuali e potrebbero esserci sorprese positive, chissà… tutto è Possibile!

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La destra e la xenofobia

L’arrivo di nuovi migranti a Roma e a Treviso, negli ultimi giorni, è risultato terreno fertile per destra e soprattutto estrema destra (CasaPound e Forza Nuova in testa) per fomentare la guerra tra poveri e sobillare gli abitanti alla xenofobia, portando a ignobili gazzarre, in cui sono state ferite forze dell’ordine, e a manifestazioni estreme di disappunto, cioè l’azione di incendiare mobili, TV e accessori trovati all’interno di abitazioni sfitte del comune veneto destinate a diciannove profughi. La xenofobia è la paura nei confronti dello straniero, di imminenti (fantasiose) invasioni e di contagio con religione e cultura altrui, e rappresenta l’esatto opposto dei concetti di empatia, solidarietà e tolleranza (l’immagine ad inizio articolo rappresenta l’altra faccia della medaglia); la politica della paura è il metodo più becero, vigliacco e semplice per accrescere consenso (la Lega Nord del nazionalpopulista Salvini senza immigrazione, moschee e campi rom sarebbe al 2%, forse): in momenti di crisi e depressione economica il capro espiatorio diventa la minoranza, il “diverso” a dir loro, facendo credere debba diventare una delle principali preoccupazioni, in questo caso gli immigrati, per lo più persone che scappano da guerre, conflitti, persecuzioni, dittature e situazioni di estremo disagio e povertà assoluta, per provare a designare un futuro migliore per sè e per la propria famiglia (dovremmo anche riflettere sui danni dell’integrazione dei mercati di tutto il mondo senza regole e diritti fondamentali comuni, a scapito dei popoli dell’emisfero australe). Far credere che l’arrivo dei migranti sia un grave problema, concentrando tutti gli interventi solo sul tema, significa nascondere ciò che danneggia, invece, realmente il nostro Paese, cioè corruzione, che pesa sulle nostre spalle per più di 60 miliardi, mafie, lobby potentissime, un’evasione fiscale da 120 miliardi (sottratti alle persone oneste), una grossa fetta di classe dirigente totalmente inefficiente, la fuga dei cervelli ecc… Davvero inconcepibile definire “invasione” la presenza di 74 mila tra profughi, rifugiati e clandestini (sbarchi aumentati solo dell’8%) temporaneamente nei centri d’accoglienza (la mancanza d’organizzazione da parte del governo nell’accoglienza è evidente, anche a causa dell’assenza di politiche sull’immigrazione comuni a livello europeo e a causa di irresponsabilità di nazioni circostanti, come la situazione di Ventimiglia, ma la soluzione può essere solo una gestione diversa ed esigere l’interessamento europeo, ma non il respingimento), così com’è un’idiozia pensare che a causa degli aiuti ai migranti calino le pensioni minime o si riducano i sussidi per i nostri connazionali, infatti se si moltiplicano i 35 euro al giorno, non dati in mano al migrante ma alle cooperative che gestiscono e spendono la gran parte dei finanziamenti nella struttura d’accoglienza, per i 74 mila immigrati e per il totale dei giorni dell’anno il risultato sarà circa 900 milioni di euro di finanziamenti annui (su un totale di più di 800 miliardi di spesa pubblica, costituita da almeno 40/50 miliardi di veri sprechi, che danneggiano tutti), cioè una goccia d’acqua nel mare di spese. Il 90% dei nuovi arrivati, peraltro, vuole raggiungere un altro paese dell’Europa del Nord e quindi sono in Italia solo di passaggio. Ovviamente queste sono solo tre considerazioni, visto che a smontare la moltiplicità di balle, speculazioni e credenze sul fenomeno occorrerebbero ore (da “ci rubano il lavoro” a “commettono più crimini rispetto gli italiani”), ma alla fine il punto chiave è questo: davanti a Mohamed che ha rischiato di non arrivare mai sulle nostre coste, che scappa da un paese in cui vige una ferrea dittatura militare e non esistono libertà, in cui non poteva avere la possibilità di pensare ad un futuro migliore, ci troviamo davanti al bivio, scegliere tra intolleranza e ripudio o empatia e umanità. Fortunatamente siamo ancora in molti a scegliere la seconda opzione, a far prevalere il buon senso e a preferire la costruzione di ponti (integrazione) e non muri. È fondamentale che tutti ci ricordassimo delle emigrazioni che hanno dovuto affrontare i nostri nonni e bisnonni per poter sperare in un futuro migliore…

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Il Renzusconi

Correva l’anno 2008 quando Silvio Berlusconi, di nuovo al governo, aboliva l’ICI sulla prima casa (detassazione da 2,2 miliardi) e fu durante la campagna elettorale del 2012 quando ripropose la battaglia contro l’IMU (nel frattempo reintrodotta dal governo Monti, anche con l’appoggio dello stesso coerentissimo PDL), promettendone (grazie al solito populismo riuscì a raggiungere in extremis Bersani e il centrosinistra) il rimborso (4 miliardi di euro). Oggi Matteo Renzi, con lo stesso metodo, ovvero il cosiddetto propagandistico patto con gli italiani, risbandiera come rivoluzione l’abolizione che confermerà nel 2016 della Tasi, l’attuale tassa sulla prima casa che produce un gettito annuo da meno di 5 miliardi. Sappiamo che in tema di promesse, puntualmente non mantenute o contrariamente solo tramite espedienti, ci sanno fare entrambi (anche le politiche portate avanti sono quasi sovrapponibili, o meglio alcune riforme dell’ex democristiano, Jobs Act e legge elettorale in primis, corrispondono a quelle sempre sognate da B.) e cosí come nel 2008 Berlusconi creò un buco di bilancio per abolire l’ICI (oltre all’ingiusto taglio selvaggio su istruzione e servizi), il prossimo anno Renzi dovrà trovare risorse, con la spending review sui veri sprechi messa da parte, ripudio per i 22 miliardi che si potrebbero recuperare tramite la legalizzazione delle droghe leggere e la tassazione maggiore sul gioco d’azzardo (13 miliardi se la tassazione fosse al 27,5%), l’ipotesi di sforamento del tetto del 3% deficit/pil smentita e la lotta limitata che farà all’evasione fiscale (120 miliardi sulle spalle degli onesti), tramite i soliti rialzi alle microtasse e tagli a detrazioni, enti locali e trasporti, ricompensando tutto di nascosto; tutto ciò se non dovessero (e non è per niente scontato), ad inizio 2016, scattare le clausole di salvaguardia, oltre 50 miliardi di tasse in più sulle spalle dei cittadini in tre anni, per l’aumento di IVA ordinaria e agevolata, accisa sul carburante e per il taglio delle agevolazioni fiscali, dando un’altra mazzata enorme alla nostra economia e radendo al suolo il consenso in continuo calo nei confronti del PD e del Governo. La ripresa economica è ancora al minimo e l’effetto della riduzione dell’IRAP, del bonus degli 80 euro in più in busta paga e della decontribuzione in caso di stabilizzazioni (l’87% finora) o nuove assunzioni (solo il 13%) non basta, infatti il PIL in crescita è frutto, per lo più, della svalutazione dell’Euro, del Quantitative Easing di Draghi, dell’Expò di Milano e del costo del petrolio ai minimi storici (concatenazione straordinaria), e sicuramente quasi 5 miliardi in meno di tasse, nettamente meno del costo del provvedimento degli 80 euro, se non fossero poi controbilanciate con nuove o, peggio, oggi fosse solo uno spot populista e senza fondamenti di realtà, potrebbero rappresentare una boccata d’ossigeno, ma ancora troppo poco (forse pochissimo) per pensare ad una svolta fiscale (potremmo invocarla con 25/30 miliardi di tasse in meno in un anno, partendo da ceti meno abbienti e piccoli/medi imprenditori e finanziandoli alla luce del sole da una seria lotta all’evasione fiscale e da tagli agli sprechi, questi ultimi corrispondono ad almeno 60 miliardi, mai realmente toccati, tra enti inutili, F35, fondi stanziati per grandi opere inutili, pensioni d’oro, partecipate e spese eccessive sui beni intermedi). Inoltre abolire la tassa sulla prima casa significa esentare da imposte anche quelle di lusso e di pregio, i cui proprietari probabilmente non hanno grandi problemi nel pagamento, e, poi, nell’immediato, l’impatto positivo sull’economia sarebbe minore rispetto a un taglio su IRPEF o IRES, cioè sul reddito e non sul patrimonio (ma tanto ciò che importa per il segretario del PD e capo del Governo è togliere la tassa più odiata per bloccare il declino di consenso causato da una serie di incredibili errori e riforme che non piacciono a nessuno). L’inquietante Renzusconi è sempre più una figura realistica…

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La legalizzazione s’ha da fare

Mercoledì è stata depositata la proposta di legge per la legalizzazione delle droghe leggere (cannabis e derivati), di cui il Sottosegretario agli esteri e liberale Benedetto Della Vedova è stato il primo promotore; il ddl è stato firmato da 218 parlamentari (intergruppo parlamentare composto da M5S, Sinistra Ecologia e Libertà e alcuni esponenti di PD, Gruppo Misto, Scelta Civica e Forza Italia), ma è sostenuto anche da soggetti extraparlamentari tipicamente antiproibizionisti, cioè Radicali, Rifondazione Comunista ed ecologisti (solo Lega, Fratelli d’Italia-AN e Area Popolare si sono dichiarati totalmente contrari). La sollecitazione più forte per il superamento del proibizionismo è arrivata dalla Procura Nazionale Antimafia, che nella Relazione annuale, pubblicato a Marzo, parla di fallimento della linea della repressione, perseguita negli ultimi anni, e invita la politica ad approvare misure che puntino alla depenalizzazione; infatti la mancata distinzione tra droghe leggere e pesanti (legge Fini-Giovanardi, ritenuta incostituzionale esattamente un anno fa) non ha assolutamente risolto il problema, anzi, lo spaccio è aumentato e di conseguenza è cresciuto il numero dei consumatori. Il disegno di legge impone anche rigidi e sacrosanti paletti e regolamenta l’autoproduzione: ovviamente rimane la proibizione all’uso della sostanza per i minorenni mentre i maggiorenni potranno detenere una modica quantità ad uso ricreativo (15 grammi a casa, 5 grammi fuori) e potranno coltivare fino a 5 piantine (non potrà essere venduto il raccolto); le piantine potranno essere coltivate e lavorate in maniera associata (nei cosiddetti Cannabis Social Club composti da, al massimo, 50 membri), tutto ciò solo tramite apposite autorizzazioni; la vendita al dettaglio avverrà  in negozi (simili a Coffee Shop) che dovranno possedere la licenza dei Monopoli dello Stato; non si potrà fumare in nessun luogo pubblico o aperto al pubblico e restano, naturalmente, le sanzioni in caso di guida in stato di assenza di lucidità (sanzioni che verranno, giustamente, inasprite dalla legge sul reato d’omicidio stradale); una parte dei proventi derivati dalla legalizzazione verrà destinata al Fondo nazionale per la lotta alle droghe. Come prevedibile ci sono state anche dure contestazioni (Giovanardi e co.), innescate dalla dichiarazione di Salvini, che si ritiene favorevole alla regolamentazione della prostituzione e contrario alla legalizzazione della marijuana, considerando il sesso non dannoso mentre la droga sì (simpatica la risposta della radicale Rita Bernardini che considera la frase degna della Ruspa d’Oro). Così come il nazionalpopulista Salvini molti italiani (secondo i sondaggi, comunque, la minoranza) si dice proibizionista, in quanto cannabis e derivati creano seri danni alla salute e secondo loro la legalizzazione accrescerebbe i consumi; sappiamo bene che la cannabis crea, soprattutto, danni cerebrali (dannosi anche alcool, sigarette e potrei aggiungere anche il gioco d’azzardo, tutti legali) ma proibirla, dai risultati ottenuti, non è stata la soluzione adatta per contrastarla e i dati olandesi dimostrano che la legalizzazione (da non confondere con liberalizzazione) non accrescerebbe il numero dei consumatori, anzi lo potrebbe ridurre, in quanto fumare uno spinello non sarebbe più un atto di trasgressione delle regole (le contraddizioni sono davvero poche e deboli). Nei Paesi Bassi, in cui le droghe leggere sono legali da decenni, la media dei giovani che fa uso di cannabis almeno una volta al mese è del 9,7%, percentuale incredibilmente inferiore a quella italiana (28,9%) o tedesca (20,9%), in cui vige il proibizionismo, così come dal 1997 al 2003, in soli sei anni, il numero dei CoffeeShop si è ridotto del 36%, grazie ad un sensibile calo della domanda. Lo Stato italiano incasserebbe dalla tassazione sulla vendita e sulla produzione tra i 6 e gli 8 miliardi di euro (non credo facciano schifo al Governo), al netto dei risparmi sul suo contrasto, cioè altri 1/2 miliardi; verrebbero sottratti quasi 20 miliardi di introiti alla malavita, che oggi ha il controllo sulla sostanza, e sarebbe una mazzata per tutto il mondo della criminalità. Inoltre si aprirebbe una filiera produttiva da migliaia di nuovi posti di lavoro. Per questi motivi la legalizzazione s’ha da fare; se vogliamo superare il fallimentare proibizionismo e vogliamo più soldi allo Stato e meno alle mafie non ci resta che incrociare le dita e sperare di arrivare presto alla svolta sul tema, quindi all’approvazione della proposta di legge.

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L’austerity vince ancora

La politica fallimentare di solo rigore dell’ex Troika continua ad essere imposta

Il referendum del 5 luglio, in cui ha trionfato il “NO” alle proposte di sola austerity dei creditori, per molte persone avrebbe rafforzato la posizione del capo del governo Alexis Tsipras all’interno della trattativa, o per lo meno era una speranza. Lo scenario del compromesso doloroso (forse dolorosissimo), nonostante il risultato del referendum (che ha irrigidito maggiormente Merkel e co.), che non è stato preso, ingiustamente, in considerazione dai creditori, si è, purtroppo per il popolo greco, concretizzato (come spiegavo quanto fosse probabile in un articolo post οχι). Tsipras ha dovuto per forza cedere alle condizioni, ancora una volta pesanti e ingiuste, dei creditori, che erano state rifiutate dal popolo greco, poichè, incredibilmente, negli ultimi giorni non preoccupava più eccessivamente lo scenario che avrebbe previsto l’uscita della Grecia dall’Euro (l’integralista ministro delle finanze tedesco ha addirittura proposta il Grexit per cinque anni) per chi risiedeva dalla parte opposta del tavolo delle trattative (i capi di governo di 10 stati, altamente irresponsabili, tra cui Belgio, Paesi Bassi, Finlandia e, appunto, Germania non si sarebbero opposti ad un eventuale Grexit e, forse, lo speravano pure) e se il leader di Syriza avesse rifiutato il piano propostogli questa via si sarebbe concretizzata (il capo del governo ellenico ha voluto da subito scartare l’opzione del ritorno alla Dracma per le conseguenze sicuramente peggiori rispetto alle richieste dei creditori). Entrando nel dettaglio, il piano dell’Unione Europea (accordo raggiunto dalle due parti dopo 17 ore di trattativa) prevede un ampio pacchetto di riforme che Tsipras dovrà mettere in campo in soli tre giorni, dall’aumento dell’IVA, anche sui beni di prima necessità al taglio graduale di quella “mini” per le isole e dall’aumento dell’età pensionabile, dal taglio ai contributi statali per l’aumento delle pensioni minime e dal disincentivo al pensionamento anticipato alla privatizzazione della rete elettrica, alla reintroduzione dei licenziamenti collettivi e al forte aumento delle tasse (soprattutto di quelle sulle imprese e sui beni di lusso), tutto ciò in cambio del terzo salvataggio da 86 miliardi e l’eventuale rimodulazione della scadenza del pagamento dei debiti, solo a riforme attuate. Questo piano è l’esatta copia di quelli già imposti, durante gli anni passati, dalla Troika con conseguenti risultati pessimi (dopo i gravi errori economici commessi in passato dalla classe dirigente greca) che, uniti all’incapacità dei governi ellenici di attuare riforme indispensabili, hanno portato alla contrazione del PIL del 25%, al crollo del 33% dei consumi, all’aumento del rapporto debito pubblico/pil dal 112,5% al 180% (mentre lo scopo sarebbe stato contenerlo), all’aumento della disoccupazione dal 9% al 25%, alla riduzione delle pensioni del 48% e dei salari del 37%, all’universalità del sistema sanitario non più garantita, al licenziamento di una miriade di statali e al pagamento dei dipendenti pubblici (coloro che sono scampati ai licenziamenti) addirittura, in alcuni casi, in buoni pasto; potremmo dire che “quando una cura sbagliata continua ad essere somministrata ad un malato grave, quest’ultimo rischia di morire”, infatti le nuove misure rischiano di dare il colpo finale ad un’economia già disastrata. L’Unione Europea continua la propria serie di politiche ingiuste, fondate sul solo e spietato rigore, senza preoccuparsi di crescita e occupazione, e finchè non invertirà rotta, mettendo solidarietà e integrazione al primo posto (con lo scopo finale della creazione degli Stati Uniti d’Europa) è destinata a rimanere inefficiente e a disgregarsi. L’austerity vince ancora (anche se la prima sconfitta, per le proposte, dovrebbe essere l’UE), ma Alexis Tsipras non esce sconfitto (anche se il suo governo rischia di cadere, visto che il presidente del consiglio greco viene accusato da alcuni contestatori di aver tradito il mandato del referendum), perchè ha fatto degli errori ma sicuramente il possibile per evitare una nuova mazzata, alla fine, però, ha dovuto cedere (continuare a portare avanti la linea dello scontro avrebbe portato inevitabilmente al Grexit), costretto da continui ricatti ingiustificabili; forse il risultato del referendum si è rivelato una sorta di vittoria di Pirro ma ha aperto una grande riflessione che ha coinvolto tutto il vecchio continente, ora abbiamo la consapevolezza che la strada per un’altra Europa è lunga e molto tortuosa, però questa esiste e anche il governo italiano guidato da Renzi ha responsabilità se finora questa non è stata percorsa (completamente ininfluente nella situazione greca), così come le ha il principale partito socialdemocratico (o almeno così dovrebbe essere il PSE) guidato da Martin Schulz, che non si è opposto alla linea dell’austerity e della sua connazionale Merkel, anzi si è schierato pesantemente contro a colui che l’ha combattuta, Tsipras. Per ora possiamo rimarcare la nostra solidarietà nei confronti del popolo greco e sperare in colpi di scena che portino ad un’Europa diversa.

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