ΟΧΙ! e ora?

I risultati parziali del referendum greco, annunciato alla fine della scorsa settimana, vedono il NO -ΟΧΙ- in testa con un netto   vantaggio sul SÌ (61% vs 39%), un plebiscito tra i giovani. Questo “no” rappresenta un rifiuto dei greci alle nuove misure di sola austerità (cioè aumento dell’IVA ordinaria al 23% e di quella agevolata, eliminazione dei contributi statali all’aumento delle pensioni minime, aumento dell’età pensionabile, tassazione al 29% sul reddito d’impresa, riduzione del disavanzo primario, privatizzazione di porti, aeroporti e società strategiche varie e rifiuto di ristrutturazione del debito) che sarebbero state imposte dai creditori per continuare a far pagare i debiti e gli interessi su questi dagli elleni (la sola e spietata austerità della Troika, peraltro unita a governi incapaci di fare riforme e opporsi a queste imposizioni, ha fatto contrarre il PIL greco del 25%, distrutto parte del welfare e ha enormemente aumentato il suo debito pubblico, effetto esattamente contrario a quello auspicato) e, soprattutto, rappresenta la rinnovata fiducia al presidente del consiglio e leader di Syriza Alexis Tsipras, che si sarebbe dimesso insieme al resto dei ministri (sarebbe caduto un Governo in carica solo dal 26 gennaio scorso), invece, in caso di “sì”. Per la sinistra radicale greca questo “no” è un enorme “sì” ad un’Europa solidale, federalista e diversa, fondata sull’aiuto dei paesi più in difficoltà attraverso politiche economiche espansive improntate alla crescita (quella che chiedevano gli illustri economisti Joseph Stiglitz, Piketty e Krugman). E, a questo punto, da domani cosa succederà? Effettivamente le speranze sono tante ma tutto dipenderà dalla volontà dei creditori: domani Tsipras andrà a trattare con Merkel e co. solo teoricamente con il negoziato sbilanciato a suo vantaggio, perchè Juncker, Fondo Monetario e BCE potrebbero (se vogliamo fare i pessimisti, o magari realisti) fare un’ultima offerta solo leggermente più vantaggiosa (prevedo che la richiesta e promessa fatta da Varoufakis del taglio del 30% del debito non verrà accettata), ma se non dovesse accontentare il primo ministro greco, che dovrà essere molto rigido visto il mandato del suo popolo, significherà il non auspicabile Grexit e ritorno alla Dracma (forse peggio per il popolo che nuova e ingiusta austerità) oppure se questo scenario vorrà essere evitato da entrambe le parti, si opterà per un compromesso che non soddisfi in pieno nè Grecia nè UE. Un altro rischio, a ragion veduta (Salvini, Meloni e Grillo), sarà un exploit dei partiti antieuropeisti, ultranazionalisti e euroscettici in varie aree (non per un’Europa politica e non solo finanziaria, federale, solidale e democratica ma per la sua totale dissoluzione), che stanno confondendo clamorosamente il messaggio del referendum (il M5S, per esempio, crede che il problema sia la moneta unica e non questa UE). Questa Europa fondata sui poteri forti ha fallito (purtroppo anche Schulz, capo del Partito Socialista Europeo, sta difendendo questo sistema), ci auguriamo che possa cambiare al più presto (e per fare questo ci vorrebbe una larga coslizione di governo disposti a flessibilizzare quelli esistenti o a decretare un nuovo trattato “ex novo”) anche perchè, come ha detto l’ex presidente del consiglio e ministro degli esteri, Massimo D’Alema, che a Rai News ha fatto una lucidissima analisi della situazione Grecia-UE, se non si cambia la cura sbagliata alla fine il malato muore (l’austerità infatti è una finta cura all’indebitamento, distrugge l’economia ma non riduce il debito pubblico). Non ci resta che incrociare le dita per un accordo a favore del popolo greco (anche se questa opzione non è assolutamente scontata, come raccontato prima) e a vantaggio di tutti i paesi schiacciati dalle politiche spietate subite fino ad ora (quasi punizioni severissime e ingiuste per gli evidenti errori economici commessi nel tempo in Italia, Grecia, Spagna, Portogallo ecc. a cui sono conseguiti enormi buchi di bilancio).

dalla parte del progresso AA99

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