L’uguaglianza, il merito e la politica

Siamo davvero sicuri che i due principi portanti di una società, cioè uguaglianza delle opportunità e merito (senza l’uno non esiste l’altro), vengano pienamente garantiti?

Da anni la parola uguaglianza è caduta nel dimenticatoio, nonostante sia uno dei valori fondamentali della socialdemocrazia, del centrosinistra e non solo; l’unico politico che l’ha rispolverata è stato Pippo Civati per le primarie per la segreteria del PD del 2013 e ora attraverso l’uguale presente nel simbolo del suo nuovo movimento, Possibile. Ovviamente l’uguaglianza di cui parla Civati non ha niente a che fare con l’egualitarismo (che si trova solo nell’ideale comunista primordiale e in cui viene escluso il merito) o l’uguaglianza negli esiti, ma quella nella opportunità (ovvero pari opportunità) e non è in contrapposizione al merito come credono molti da destra, anzi è indispensabile che tutti partano con le stesse possibilità per poter emergere, per poi poter premiare e valorizzare il merito; un esempio banale di circostanza in cui non ci sono pari oportunità è questo: se in una gara di corsa la metà dei gareggianti dovessero partire più indietro rispetto agli altri, questi sarebbero in netto svantaggio e se non dovessero arrivare alla vittoria non sarebbe per mancanza di capacitá o per demeriti. Le pari opportunità sono minate quando l’etnia, il sesso, le opinioni, la religione, disabilità, l’origine, la lingua e l’orientamento sessuale si traducono in disparità di trattamento. Stupisce che, ancora oggi, anche in stati occidentali, quindi non parliamo di quelli in cui ci sono dittature, sono sottosviluppati o emergenti, in alcune situazioni le pari opportunità vengano messe in seria discussione, per esempio negli Stati Uniti: secondo gli ultimi studi, infatti, se negli States nasci da famiglie disagiate avrai molte più difficoltà ad emergere (addirittura come 50 anni fa) rispetto a chi non ha questa sfortuna (ma non dovrebbe esserlo), anche per la netta differenza di qualità d’insegnamento tra le varie scuole e università. Inoltre la costituzione di sette stati degli USA impedisce espressamente ai non credenti di detenere cariche pubbliche (discriminando espressamente e impedendo pari opportunità alla categoria degli atei). Le pari opportunità e indirettamente il merito sono lesi anche in Italia in varie circostanze, in alcune per trascuratezza e responsabilità politiche, in altre per difficoltà nel regolamentare la concorrenza: dalle raccomandazioni e dai clientelismi alla concorrenza sleale (fatta, per esempio, dalle aziende che evadono nei confronti di quelle oneste), dai molteplici interessi che può avere una singola persona e dal fatto che esistono università pubbliche di serie A e di serie B, scuole in alcune zone disagiate sulle quali si investe meno o quando non vengono garantite le borse di studio (per i meritevoli che hanno alle spalle famiglie in difficoltà economica), ai pochi asili nido pubblici e dal momento che alcune volte (vorrei sottolineare che siamo nel 2015 e sembra impossibile!) il sesso è un ostacolo lavorativo o salariale, infatti le donne a parità di lavoro, capacità, competenze e contratti hanno in media salari inferiori rispetto a quelli maschili. Un intervento politico necessario, nella direzione delle pari opportunità, è una legge efficiente sul conflitto di interesse, che oggi, sostanzialmente, manca e che consentirebbe maggiore concorrenza, mentre è l’antitesi di uguaglianza la nuova norma, contenuta nella Riforma della Pubblica Amministrazione, che attribuisce un peso maggiore all’Ateneo di provenienza del laureato, oltre al voto all’esame, nei concorsi pubblici, avvantaggiando chi ha frequentato università di serie A più costose (non vengono scollegati merito e disponibilità economica), così come andava nella direzione opposta dare la possibilità di devolvere il 5×1000 ad un singolo istituto, poi idea, fortunatamente, non concretizzata, in quanto avrebbe svantaggiato le scuole di periferia e in zone disagiate, in cui le famiglie degli studenti hanno disponibilità economiche inferiori. Quindi in alcuni casi non può essere premiato il merito, in quanto, appunto, è assente la fondamentale prerogativa dell’uguaglianza (le vere meritocrazie hanno alla base solide pari opportunità). Il concetto di merito lo sentiamo per lo più reclamare da destra, dai liberisti, che spesso dimenticano l’imprescindibilità delle stesse condizioni di partenza (al giorno d’oggi viene dimenticata anche da una parte della pseudosinistra), prerogativa che, come spiegato prima, non è assolutamente scontata. I casi più eclatanti di sola lesione del merito, invece, sono questi: il premio produttività offerto ai manager pubblici italiani va a quasi la totalità di questi, mentre in Inghilterra, per esempio, solo il 25% raggiunge questo bonus, in quanto i criteri di raggiungimento inglesi sono realmente legati ai meriti e alle capacità e non a formalità, così come non si premia il merito in un’altra circostanza, la retribuzione di un lavoratore laureato è, in linea generale, solo leggermente superiore a quella di un diplomato (tema analizzato da Ignazio Visco all’ultimo festival dell’economia). Uguaglianza e merito, dunque, devono essere complementari e tornare al centro del dibattito politico, soprattutto a sinistra, e grazie a Civati anche questo è Possibile.

dalla parte del progresso AA99

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3 thoughts on “L’uguaglianza, il merito e la politica

  1. gran bel post, ma la nostra non è politica è un minestrone ormai inacidito e nauseante.. quella di tsipras è politica, vera. solo che a noi tocca quello che ci siamo meritati: zerbini di una troika che ci disprezza nonché venditori di pentole. ciaoooo

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  2. Non so quanto si possa concretizzare una politica del genere e livello macro-territoriale. Troppi interessi, dentro e fuori dalla politica che non ho la minima idea di come si possano smantellare. Ciò che però è fattibile, suppongo, è lavorare a livello micro-territoriale, cioè nei piccoli enti, aziende, istruzione e così via. Torniamo però al punto di partenza: una scuola che cade a pezzi letteralmente e non, come in Italia, non può in alcun modo insegnare questo ai propri alunni e un mancato coinvolgimento dello stato nella vita quotidiana non è certo uno stimolo.
    Vedo l’Italia, a parte i casi -perché i casi che vanno controcorrente ci sono sempre- come un paese avvizzito, pieno si vizi, in cui proprio la mentalità andrebbe pesantemente cambiata con un pugno di ferro e non so quanto Civati e la sua possibile sinistra siano in grado, anche con una forte unità di molteplici gruppi politici di fare ciò.
    Se però la motivazione è sincera, gli interessi non ci sono e le idee pratiche e politiche si, allora why not?

    Pessimismo pseudo-leopardiano a parte, sono d’accordo.

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