100 (e oltre) grazie!!!

Ieri il blog liberodifareilfuturo, aperto il 2 maggio con l’intento di approfondire tutti i temi legati all’attualità e alla politica in un’ottica laica e progressista, ha raggiunto quota cento follower e 3793 visualizzazioni. Vorrei ringraziare, nuovamente, tutti i lettori, chi ha messo “mi piace”, sia su wordpress sia sulla pagina facebook del blog (il blog progressista- liberodifareilfuturo), coloro che hanno commentato o ribloggato/condiviso e, soprattutto, i miei follower, dal primo all’ultimo. Senza ognuno di voi questi traguardi inaspettati e assolutamente gratificanti non sarebbero mai potuti essere raggiunti. Vorrei dire un grazie speciale ai blogger Giuliettarosa (invito tutti a dare un’occhiata al suo blog ricco di meravigliose fotografie: Giuls Passione Fotografia), Unpodimondo, Vikibaum (già citata nell’ultimo post di ringraziamenti, ma è doveroso rifarlo) e Donutellasr, i quali hanno interagito maggiormente con il blog, nell’ultimo periodo.

Un abbraccio,

dalla parte del progresso AA99

La becera intolleranza di Orbán

In Siria ci sono migliaia di persone che ogni giorno si preparano a scappare dalle bombe, dal terrorismo, da una guerra che ha fatto più di 200 mila vittime e da uno scenario che cancella totalmente il termine “futuro”; sono state costrette a fuggire, dal 2011, circa nove milioni di persone, disperati, tra questi tantissimi bambini e adolescenti, con la speranza di arrivare sani e salvi a destinazione e di una vita serena altrove.

Gli accaduti dei giorni scorsi in Ungheria e le decisioni prese dal presidente di estrema destra Viktor Orbán, pensando al sanguinoso e lugubre scenario da cui scappano i siriani, risultano incredibilmente disumane, fondate su una pura intolleranza e su beceri neonazionalismo e xenofobia. Sconvolgente che centinaia di profughi, nelle ultime ore, non essendogli stato riconosciuto tale status, siano stati arrestati per clandestinità (ritenuti criminali per essere scappati da una guerra?!), così come l’annuncio dello stesso Orbán (che sta mettendo in pratica, purtroppo, ciò che ha dichiarato lo scorso anno, cioè che non riconosce più come fondamentale risultare una democrazia liberale) di costruire un altro muro al confine con la Croazia. Intanto continuano l’uso della forza e di spray urticanti da parte delle forze armate sui profughi, bambini inclusi, che protestano (peraltro letteralmente e barbaramente trattati come bestiame, essendo stati costretti, qualche giorno fa, ad accalcarsi per prendere al volo due o tre pezzi di pane lanciati dall’esercito) e dimostrazioni profondamente razziste, quali lo sgambetto della reporter Petra Lazslo ai migranti in fuga e l’affissione di un manifesto ad Asotthalom, al confine con la Serbia, che avvertiva del rischio contagio da immigrato, attraverso il contatto con gli oggetti da loro lasciati. Orbán e il suo Governo dimenticano però (o, probabilmente, ignorano) che nel 1956, quando l’Unione Sovietica invase l’Ungheria, circa 250 mila persone si rifugiarono e trovarono accoglienza in tutt’Europa, mentre ora, a parti invertite, il rifiuto alle quote europee di immigrati (per non parlare del ripudio all’idea del diritto d’asilo comune) e la non solidarietà sono totali e con sfumature e derive molto preoccupanti. A braccetto con l’Ungheria nella ripugnante lotta contro l’accoglienza dei profughi ci sono Polonia, Slovacchia e Repubblica Ceca (dove fino a qualche giorno fa marchiavano i profughi), paradossalmente anch’esse caratterizzate, in passato, da grandi emigrazioni e oggi ancorate ad un nazionalismo autarchico che esclude radicalmente l’idea di una società multiculturale, cozzando con gli ideali di un’Europa unita e solidale; quest’ultima, purtroppo, com’era pensata nel Manifesto di Ventotene di Altiero Spinelli, appare ancora piuttosto difficile da realizzare (nonostante ciò occorre, comunque, insistere, senza alcun dubbio, sul versante integrazione europea poichè l’alternativa sarebbe solo quella del ritorno a fallimentari autarchie, appunto, sullo stile ungherese) e la resistenza dei paesi dell’Est rimarca la difficoltà ad unire e superare finalmente fastidiosi egoismi nazionali riguardo varie materie che impediscono anche solo l’idea degli Stati Uniti d’Europa, ma, mentre con la Grecia si è arrivati (ingiustamente) fino in fondo, l’opposizione alle iniziative di Orbán è stata, forse, troppo debole, soprattutto (ancora una volta) da parte del Partito Socialista Europeo.

Davanti ad un profugo Orbán mette un muro (oltre che gli infiniti muri mentali), un filo spinato, ma se fosse in Siria, sotto le bombe, magari, con i propri figli, non scapperebbe?!

dalla parte del progresso AA99

L’Europa dei muri o della solidarietà?

La foto del corpicino senza vita di Aylan, ritrovato sulla costa di Bodrum, ha commosso l’Europa e il mondo intero ed oggi è l’emblema delle dimensioni dell’emergenza immigrazione. Insieme ad Aylan, che aveva tre anni, sono morti la madre e il fratellino, Galip, di cinque anni, solo il padre è sopravvissuto al dramma; davvero gravissimo che prima del tentativo di raggiungere la Turchia nella loro fuga da Kobane, dove è in atto una sanguinosa guerra, la loro richiesta d’asilo politico in Canada era stata rigettata. L’accaduto, appunto, ha confermato che sul tema dell’accoglienza si giocherà il futuro dell’Europa e forse del globo, nessuno potrà più voltare le spalle. Finora il vecchio continente, sotto l’aspetto dell’unione negli intenti e dell’organizzazione, ha letteralmente fallito, infatti sono prevalsi gli egoismi nazionali e l’intolleranza, soprattutto in Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca e Polonia, che si oppongono ad ogni proposta di integrazione europea sul tema (deve far riflettere anche il seguente dato: l’Ungheria ha, nell’ultimo anno, peraltro, accolto solo il 9,4% delle richieste d’asilo mentre la Svezia ne accetta oltre il 76%). Più che positive le decisioni, prese negli ultimi giorni, di cambio di rotta e apertura totale all’accoglienza da parte della Germania, in cui, a tal fine, è stato annunciato che verranno stanziati altri sei miliardi (la giustissima solidarietà di oggi, poteva essere mostrata anche nei confronti del popolo greco sul fronte finanza) e sono pronti ad accogliere 500 mila profughi l’anno, dell’Austria e anche, inaspettatamente, dell’Inghilterra, dove il nazionalconservatore Cameron ha promesso altri 100 milioni per l’accoglienza, mentre i paesi dell’est, specialmente quelli precedentemente specificati, continuano la loro campagna di rifiuto totale all’aiuto e, nel caso dell’Ungheria, proseguono l’uso della forza sui migranti che protestano e rapidamente anche la costruzione del muro al confine della Serbia, nel nome di un becero ultranazionalismo (che fomenta una profonda e radicale xenofobia) invocato dal premier di estrema destra Viktor Orban, che si dimentica (anzi, ignora) totalmente dei 250 mila ungheresi fuggiti dal suo Paese (che trovarono accoglienza nel resto d’Europa) dopo l’invasione Sovietica del 1956. La tristezza che si prova davanti alla foto del piccolo Aylan è immensa e fa soffrire ancor di più la consapevolezza che la probabilità che tragedie simili riaccadano è altissima, eppure non si parla di operazioni di salvataggio di dimensioni maggiori, visto la regressione tra quella Mare Nostrum e quella limitata di Triton (controllo delle acque internazionali non oltre i 30 miglia dalle coste italiane), nonostante sia gestita da Frontex e non dalla sola Italia, e soprattutto non si parla di corridoi umanitari, che sconfiggerebbero una grossa fetta di traffico degli esseri umani e ridurrebbero drasticamente tragedie come quelle che si ripetono nel canale di Sicilia o nel tratto di mare turco, e di una convinta svolta anche sul modello di sviluppo economico del Sud del mondo che vogliamo, poichè l’integrazione dei mercati, da molti considerata neocolonialismo, e l’inserimento delle multinazionali (che hanno acquisito gran parte dei terreni), senza regole comuni, sono stati solo a scapito delle popolazioni locali (così come è fondamentale appoggiare attivamente la creazione di un governo di solidarietà nazionale in Libia). Inoltre è auspicabile un cambio netto nella considerazione dei migranti che scappano non da guerre e conflitti ma, magari, da persecuzioni, dittature, fame e profonda povertà, (da aggiungere che, paradossalmente, in vari casi viene rifiutata la richiesta d’asilo anche di chi scappa da guerre) per lo più clandestini, considerati criminali per il reato sperare in un futuro migliore, sminuendo le gravi, probabilmente inimmaginabili, condizioni da cui fuggono, dimostrati dalla loro scelta di affrontare il rischio di non raggiungere mai il paese prescelto (su questo punto il Governo Renzi dovrebbe rendere una priorità la riscrittura della legge sull’asilo politico, stracciando la fallimentare Bossi-Fini, solo fonte di clandestinità). Fino ad oggi ci siamo trovati nell’Europa dei muri, la grande sfida è superare gli errori commessi e le divisioni, anche se è davvero incredibile che risulti ancora un’utopia il diritto d’asilo europeo e il superamento dell’inefficiente trattato di Dublino III per responsabilità comune sul tema, o che alcuni paesi necessitavano di un gravissimo accaduto per aprire gli occhi, attivarsi e capire le dimensioni dell’emergenza, mentre altre sensibilità non sono state sfiorate nemmeno da quello.

Passando, invece, alle reazioni sul tema nel nostro Paese, continuano a riempire i giornali le dichiarazioni del Papa, che ha incentivato ogni parrocchia all’accoglienza, e del solito Salvini, che qualche settimana fa ha addirittura usato il termine “genocidio” per indicare una presunta sostituzione degli italiani con i migranti. La politica della paura e dell’intolleranza, cioè quella portata avanti dai paesi dell’est Europa, dal nazionalpopulista Salvini, “cara”, in generale, a tutte le destre europee, è il metodo più semplice, becero e vigliacco per accrescere consenso: nel corso della storia continua a riaccadere che in momenti di crisi e profonda depressione economica, come questo, il capro espiatorio diventa la minoranza, facendo credere sia la principale preoccupazione, in questo caso gli immigrati, senza alcuna umanità seppur conoscendo le situazioni di estremo disagio da cui fuggono. Da ciò scaturisce la consueta guerra tra poveri, quando in realtà, toccando un solo elemento su cui si scaldano tutti i demagoghi italiani (che non fanno che, attraverso il loro propagandismo sul tema, nascondere i veri problemi dell’Italia, quali mafie, corruzione, evasione fiscale ecc.), i 35 euro al giorno non giungono materialmente all’immigrato ma sono destinati alle cooperative che gestiscono la loro accoglienza e la spesa pubblica italiana a questo fine non supera il miliardo (su oltre 800 miliardi di spesa pubblica con sacche di veri sprechi ben maggiori), peraltro fondi finanziati in gran parte dall’Unione Europea. Spesso si scorda che tra la fine dell’800 e la fine del 900 quasi 30 milioni di italiani (nostri nonni e bisnonni), tra cui oltre quattro milioni clandestinamente (accolti come bestie), emigrarono per lo stesso motivo di quelli che migrano (non a causa di guerre) oggi, cioè per un futuro migliore per sè e per la propria famiglia, e non possiamo far passare inosservato che gli immigrati in Italia, oggi, producono l’8,8% del prodotto interno lordo, cioè 123 miliardi di ricchezza, e lo Stato incassa 3,9 miliardi di euro dalle imposte che versano, al netto delle spese per il welfare (comprese sanità e istruzione). Però anche in Italia, come in tutt’Europa, è necessario stabilire un’organizzazione capillare, formulare ampli programmi di integrazione e fornire finanziamenti sufficienti e certi ai comuni che accolgono, a quel punto applicando anche sul nostro territorio quote obbligatorie, a cui Toti, Zaia (quello per eccellenza “dell’aiutiamoli sul posto” quando furono Lega e Pdl al governo che tagliarono indiscriminatamente i fondi per la cooperazione allo sviluppo) e co. non possano sottrarsi, anche perchè la disorganizzazione a cui non pone rimedio il  Governo non può che alimentare tensioni. Inoltre deve far riflettere il fatto che l’Italia è una dei paesi che nel 2014 ha, ingiustamente, rifiutato più richieste d’asilo inviate da siriani (accettate solo il 64,3%, meno dell’Ungheria!, contro il 99,8% della Svezia), anche se avrebbero dovuto tutti avere il sacrosanto status di rifugiato, essendo in fuga da una guerra.

Insomma, l’auspicio è di una chiara unione d’intenti, almeno da parte di tutti i paesi dell’Europa occidentale, per un’efficiente gestione del fenomeno, che non dovrà essere visto come un pericolo ma come una risorsa, nel nome della solidarietà e della tolleranza

dalla parte del progresso AA99

L’attualità della “questione femminile”

“Alcune (nel 1981)  tra le maggiori ingiustizie di cui le donne sono state vittime per secoli erano state da poco cancellate: basterà ricordare che solo da pochi anni (più esattamente solo dal 1969) era stato abrogato l’art.559 del codice penale che puniva l’adulterio come reato. Beninteso, solo se commesso dalla moglie. Il marito infatti, in forza del successivo art. 560, veniva punito solo se teneva una concubina nella casa coniugale o notoriamente altrove. Innovazioni fondamentali erano state introdotte dal nuovo codice di famiglia, dal 1975. Per limitarci ad alcuni esempi: la potestà sui figli, sino a quell’anno solo “patria”, che diventava genitoriale, e dunque, finalmente spettava anche alla madre; la moglie non era più obbligata a seguire il marito ovunque questi decidesse di fissare la propria residenza; mentre prima assumeva il cognome del marito, ora lo aggiunge al proprio… Cose che oggi sembrano scontate, ma allora non lo erano affatto. Ma rimanevano, nei nostri codici, regole inaccettabili, che si faticava a capire perchè si tardasse tanto ad abrogare. Mi limito ad alcuni esempi: fino al 1996, il nostro codice penale, regolando il delitto di “ratto”, ne prevedeva due tipi, puniti con pena diversa a seconda che il ratto fosse “a fine di matrimonio” o “a fine di libidine”. […] Se il rapitore aveva intenzioni matrimoniali, anche qualora la donna non condividesse, la pena era inferiore a quella che avrebbe meritato se l’avesse rapita “a fine di libidine”. […] Non meno inquietanti le regole in materia di violenza sessuale, che sino al 1996 era considerata “delitto contro la moralità pubblica e il buon costume”, e solo in quall’anno venne rubricata come “lesione della libertà personale”. Come se questo non bastasse, perchè si realizzassero gli estremi per questo delitto, era necessario che la violenza si traducesse in “congiunzione carnale” (art.519). […] Per finire, come dimenticare la celebre “causa d’onore”? Fino al 1981, anno in cui venne finalmente abrogato, l’art.587 del codice penale stabiliva che chi uccideva per questa causa “nell’atto in cui scopriva l’illegittima relazione carnale del coniuge, della figlia e della sorella, e nello stato d’ira determinato dall’offesa dell’onor suo e della sua famiglia” non veniva punito come omicida, vale a dire con la reclusione non inferiore a ventun anni o in presenza di aggravante per futili motivi fino all’ergastolo. La pena andava dai tre ai sette anni. […] Gli esempi potrebbero continuare, se passassimo alle discriminazioni, non meno gravi, presenti in altri settori, quali ad esempio il diritto al lavoro. Ma credono che quelli che precedono siano sufficienti a dare un’idea dello sconcerto da cui si veniva presi, in quegli anni, di fronte alle difficoltà e dell’ostilità con cui si scontravano i tentativi di modificare la mentalità di chi continuava a ritenere giustificate quelle regole”. Tratto dal libro “L’ambiguo malanno” di Eva Cantarella.

Questo era lo scenario di assoluta arretratezza, descritto in maniera dettagliata e precisa nel saggio di Eva Cantarella, che caratterizzava l’Italia, in cui fino a pochi anni fa esistevano, appunto, ancora norme incredibilmente discriminatorie nei confronti del sesso femminile (potrei aggiungere al lungo elenco riportato sopra anche l’aborto, cioè la possibilità di interrompere la gravidanza entro i primi tre mesi, illegale fino al 1978). Non possiamo negare che anche oggi, purtroppo, quello femminile venga considerato il sesso debole, rendendo ancora attuale la cosiddetta “questione femminile” (detto da ragazzo che sostiene pari opportunità e l’uguaglianza di genere). Da una ricerca di Vox Populi sul Social network Twitter, finalizzata a creare la mappa italiana dell’intolleranza e durata otto mesi, scopriamo che ben più di un milione e centomila tweet sono stati a sfondo chiaramente sessista (su un milione e ottocentomila tweet, oltre che sessisti, razzisti, omofobi e antisemiti). Discriminazioni che si ripetono ciclicamente, per esempio, dopo accaduti di stupri e abusi sessuali a danno di ragazze minorenni ci sono ancora molte persone che pensano l’idiozia assoluta (mix tra ignoranza e profondo sessismo) che questo avvenga per il vestiario non consono della giovane, il quale, a dir loro, potrebbe provocare e, addirittura, giustificare una violenza. Molto grave anche la situazione sul fronte delle violenze domestiche, spesso dettate da una mentalità malata di superiorità. Se entriamo nel settore del lavoro la situazione di disparità di trattamenti tra donna e uomo è ancora, in varie situazione, evidente; il salario dei lavoratori italiani a parità di competenze e meriti è superiore del 7,3% (più del 16% la media degli stati dell’UE) rispetto a quello delle lavoratrici, che devono lavorare 59 giorni in più per guadagnare come un uomo, ugualmente il divario tra l’occupazione maschile e quella femminile è del 17,6% (qui l’idea medievale della donna che deve stare a casa a fare le pulizie, che è ancora, purtroppo, radicata e imposta in alcune zone, influisce eccome) mentre gli accordi europei di Lisbona vorrebbero l’occupazione femminile al 60% (nei paesi dell’Ocse la media delle donne occupate era nel 2013 del 65%, con l’Italia al 51%, cioè meno ventisei percento rispetto alla Germania). Inoltre è sempre attuale il problema delle dimissioni in bianco, cioè il ricatto del datore di lavoro di costrizione alle dimissioni (dimissioni fatte firmare al momento dell’assunzione da ufficializzare nella tale eventualità) in caso di maternità; secondo il Rapporto annuale dell’Istat più dell’8% delle madri (hanno dichiarato 800 mila donne tra il 2008 e il 2009 tale accaduto nel corso della propria vita) sono state costrette, nella propria carriera, a rassegnare le dimissioni a seguito di gravidanza. Fino all’anno scorso le donne rettori erano solo cinque su settantotto mentre quelle nei consigli d’amministrazione rappresentavano solo il 17%. Anche in ambito politico ci sono varie anomalie: le donne in Parlamento nel ’96 erano il 9%, nella legislatura 2008-2013 circa il 20% e oggi sono il 30,8%; sicuramente un sensibile progresso è innegabile ma non si spiega come sia possibile che quel 20% di uomini in più rispetto a un’esatta metà tra i sessi in Parlamento sia davvero più preparato e capace di donne politicanti. La nuova legge elettorale (pessima per molte ragioni), l’Italicum, prevede (ingiuste) liste bloccate per i capilista, senza quote rosa, così come non è prevista nelle preferenze per eleggere il resto dei parlamentari l’impossibilità più di due uomini su tre preferenze (come era previsto per le elezioni Europee del 2014). L’auspicata “pari opportunità tra i sessi” per entrare in Parlamento non troverebbe ostacoli solo in una legge elettorale (sistema maggioritario o “corretto”) che prevede collegi uninominali, in cui i candidati, ancora meglio se scelti precedentemente attraverso primarie, con quote rosa applicate, obbligatorie all’interno dei singoli soggetti sul territorio, sfidanti, legati al proprio partito o movimento, vengono eletti in ogni singolo collegio. Quindi questo non è assolutamente una questione superata e l’augurio è quello di un interessamento maggiore della politica per velocizzare i passi in avanti.

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