La Legge di Stabilità: un minestrone insipido da DC 2.0

La settimana scorsa è stata approvata la Legge di Stabilità 2016 dal Consiglio dei ministri e sta approdando in Parlamento. Legge con molti aspetti controversi che, ancora una volta, sono in netta contrapposizione agli ideali originari del centrosinistra (provvedimenti mai anticipati da Renzi nell’era pre-premierato e quindi mai legittimati, oltre che dai cittadini, dagli stessi iscritti e militanti del PD), frutto dell’estremo e unico interesse di ampliare il bacino elettorale e delle strette di mano e degli abbracci con Denis Verdini e Angelino Alfano, preferiti, nuovamente, ad un’ala del proprio partito.

In primo luogo verrà abolita la Tasi (poco oltre i 4 miliardi di euro), l’imposta sulla prima casa, e si interverrà sull’Imu agricola e sui macchinari “imbullonati”, il gettito dei quali era interamente destinato ai Comuni, ai quali verrà proibita la possibilità di aumentare le addizionali, obbligandoli al taglio del welfare (peraltro già annunciati almeno 300 milioni di nuovi ingiusti tagli, da sottrarsi ai 670 milioni che scaturiscono dall’allentamento del Patto di Stabilità) se la mancata entrata miliardaria non fosse adeguatamente compensata dai finanziamenti dello stato centrale. Sull’idea iniziale, assolutamente non condivisibile e lesiva del principio costituzionale (art.53) della progressività fiscale, di eliminare la Tasi anche sulle case di lusso e sui castelli adibiti a prima casa, l’inaspettata marcia indietro (sacrosanta) del Presidente del Consiglio Renzi delinea il suo opportunismo, poichè, dopo una lunga campagna di difesa dell’iniziativa (ultraberlusconiana), questa, così come inizialmente formulata, si stava trasformando in un boomerang. La misura rimane comunque contestabile, in quanto sarebbe potuto essere un taglio più selettivo (non può più essere retta la schizofrenia di togliere e reintrodurre in continuazione tale imposta) e le risorse avanzate sarebbero potute essere impiegate per ridurre le tasse che gravano sulle spalle di piccoli imprenditori e artigiani (detassazione con un impatto sicuramente maggiore sull’economia), mentre la Legge di Stabilità rinvia l’alleggerimento dell’IRES, l’imposta sul reddito d’impresa, alla prossima Finanziaria e non prevede ritocchi all’aliquota prevista dal primo scaglione dell’IRPEF. Il tasto dolente della manovra, però, non può che essere la trovata tipicamente di destra (infatti coincide con le proposte di Forza Italia), che favorisce evasione, corruzione, riciclaggio e autoriciclaggio, di innalzare la soglia massima dell’uso del contante da mille a tremila euro, contro la quale si sono scagliati la minoranza dem in toto (Bersani in primis), tutti i soggetti a sinistra del PD e, anche, il commissario anticorruzione Raffaele Cantone. Oltre all’aumento del limite del contante sono ugualmente schiaffi all’intelligenza, incomprensibili e del tutto negativi (disdegnoso se fosse per ricercare simpatie tra i disonesti) l’eliminazione dell’obbligo del bonifico per il pagamento degli affitti e l’alzamento della soglia di punibilità per l’omissione dell’IVA, favorendo e rendendo meno punibile il nero e il sommerso, contro i quali non si dovrebbe esitare a combattere, vista la gravità della situazione italiana per quanto riguarda l’evasione fiscale, cioè 120 miliardi di euro sottratti illecitamente ogni anno al Fisco, che inevitabilmente ricadono sulle spalle di chi paga fino all’ultimo centesimo. Anche i provvedimenti a contrasto della povertà e sulle pensioni risultano deludenti: il primo (400 milioni più 600 per la lotta alla povertà infantile) è davvero scadente e sotto la soglia della credibilità, mentre per quanto riguarda il secondo, il minimo aumento della no tax area e il part-time per gli ultimi anni non possono essere paragonabili ad una seria politica di pensianamento anticipato, finanziata dal ricalcolo delle pensioni retributive sopra i 4/5 mila euro mensili con il metodo contributivo (per l’appunto, non vengono toccate le pensioni d’oro), come preventivato dal Presidente dell’INPS Tito Boeri, che ha espresso il suo disappunto per le scelte del Governo. Passiamo, poi, all’ampio fronte degli interventi necessari non sostenuti, inanzitutto non vengono definitivamente disinnescate le clausole di salvaguardia (aumenti di IVA ordinaria e agevolata e dell’accisa sul carburante), ma solo rinviate al prossimo anno, lasciando una spada di Damocle pendente sopra le nostre teste, ed è alto il rischio che queste aumentino ancora il loro eventuale peso, inoltre sono assenti provvedimenti efficienti a favore del Sud, abbandonato al suo cupo destino, non si concretizza la promessa che Renzi fece nella primavera del 2014, poichè non si sbloccano risorse per le migliaia di imprese che aspettano il pagamento dei debiti da parte della Pubblica Amministrazione, almeno un terzo di questi rimane ancora congelato (la promessa fatta prevedeva che entro Settembre 2014 sarebbero stati tutti saldati), non sono stati fatti piani per una radicale ripresa dell’occupazione giovanile, non si stanziano fondi aggiuntivi per la messa in sicurezza del territorio (evidentemente preferiscono inceneritori e trivellazioni), mentre sono esigui quelli destinati alla terra dei fuochi (150 milioni in tre anni), non se ne parla nemmeno, invece, di finanziare ricerca e innovazione. Unici sprazzi di luce riguardano lo stanziamento di 600 milioni per i super-ammortamenti, infatti verrà data la possibilità di acquistare un bene strumentale e di scaricarlo con il 40% in più di valore, la detassazione dei salari di produttività, il canone Rai in bolletta, se non fosse che il servizio rimane governocentrico, le risorse messe in campo per l’assistenza dei disabili gravi e per la cooperazione allo sviluppo (che negli ultimi anni ha subito tagli forsennati). E le coperture della manovra? Immagino che l’interrogativo sia sorto a tutti, ebbene anche su questo punto il Governo fa un salto nel vuoto, la manovra è per lo più (14,7 miliardi) finanziata in deficit, avendo letteralmente fallito per quanto riguarda i progetti di spending review (accantonato definitivamente il piano, in gran parte lucido e intelligente, di Carlo Cottarelli), che sarebbero dovuti essere concretizzati sulle sacche di veri sprechi della spesa pubblica (che ammontano a 30/40 miliardi), partendo dai tagli agli enti inutili e alle spese eccessive per i beni intermedi, solo minimamente alleggerite, mentre si è preferito fare tagli semilineari su ogni ministeri e lineari sulle regioni (1 miliardo e 800 milioni, a cui seguiranno ulteriori tagli per 3,9 miliardi di euro per il 2017 e 5,4 miliardi per ciascuno degli anni 2018 e 2019), che ricadranno, ancora una volta sul welfare, in particolare sulla sanità (tartassandola) e si aggiungeranno ai 2,3 miliardi di tagli contenuti nel discutibilissimo Decreto enti locali approvato ad Agosto. È evidente la difficoltà dell’esecutivo di trovare fondi, anche al di fuori della spending review, per una politica sull’evasione fiscale che va nella direzione opposta a quella del contrasto e per l’assenza di coraggio, conforme agli ultimi governi, di aumentare massicciamente la tassazione sul gioco d’azzardo, dalla quale si potrebbero recuperare addirittura più di 12 miliardi con l’aliquota al 27,5% (com’era nei primi anni del 2000), rispetto ai soli 500 milioni in più stimati per il 2016, e di prendere in seria considerazione la proposta di legge sulla legalizzazione delle droghe leggere (anche su questo piena sintonia tra Renzi e Giovanardi), che porterebbe nelle casse dello Stato fino a 8,5 miliardi l’anno (per la tassazione su produzione e vendita). Il fatto più disgustoso di tutto, però, rimane la minaccia di Renzi di porre la fiducia anche su questa legge (dopo la clamorosa e più che ingiusta scelta, ai limiti della democrazia, di metterla sulla legge elettorale) in caso ci fossero troppi emendamenti, portandola all’approvazione a colpi di maggioranza e stroncando qualsiasi tipo di discussione e confronto con minoranza interna e opposizioni.

La Finanziaria (definibile minestrone insipido per il gran numero di nuove norme poco o per nulla soddisfacenti), che contiene tanti, troppi, buchi neri e provvedimenti presi a metà, ancora estremamente deboli per far ripartire definitivamente l’economia (non possono bastare 4/5 miliardi di tasse in meno, peraltro finanziati in deficit e con destroidi tagli lineari alla sanità), e solo qualche mossa condivisibile da sinistra, si trasforma, dunque, nell’emblema dell’ormai Governo della DC 2.0, con un Presidente del Consiglio, nonchè segretario del PD, pronto ad ogni compromesso verso destra (sperando non si arrivi al fatale accordo per il Ponte sullo Stretto di Messina) e ad ogni trovata politica estranea alle origini del proprio partito. Ogni legge è una mazzata sempre più grande al buonsenso e al centrosinistra italiano, vero obiettivo di rottamazione da parte di Renzi, e gran parte di questa Legge di Stabilità rimane in linea con le precedenti pessime riforme.

dalla parte del progresso AA99

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10 thoughts on “La Legge di Stabilità: un minestrone insipido da DC 2.0

  1. L’ha ribloggato su tramineraromaticoe ha commentato:
    molto molto esaustivo questo articolo, in pratica la legge di stabilità riflette a specchio le alleanze di governo: altro che minestrone insipido questo è pure rancido e ammuffito…la fiducia? certo che il nostro pr la porrà…e qualcuno mi parla ancora di democrazia?rido…quanto all’evasione fiscale …palesemente favorita è sipportata dalla dichiarazione renziana:-noi siamo meglio della germania, se facciamo quello che dice lui…la tragedia è che la gente gli crede…sai quanti berlusconiani lo votano? E’ la poltrona che conta ..e a pagare sono sempre gli stessi.
    UN ARTICOLO DA LEGGERE: reblog

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  2. Ancora non ho fatto la disamina della finanziaria… aspetto che il Parlamento l’approvi definitivamente per poi studiare dettagliatamente i vari provvedimenti che mi interessano.
    Quello che invece è chiarissimo e su cui mi sembra che si sia scritto davvero poco è che la Finanziaria verrà fatta tutta in deficit con un bel debito che ci ritroveremo a pagare nei prossimi anni.
    Vi invito tutti a informarvi su come Matteo Renzi ha lasciato i conti dopo che ha lasciato la Provincia di Firenze nel 2009 e il comune di Firenze nel 2014… Se andate a vedere ci sono dei buchi di bilancio enormi in entrambi gli enti e il buon fido Nardella è ancora in evidente difficoltà per tappare le voragini che il suo predecessore gli ha lasciato… Peccato che la stampa (tranne “Il fatto quotidiano” e qualche testata locale) non ne parli per niente…
    A volte basta guardare al passato per prevedere il futuro….

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