Il Renzusconi

Correva l’anno 2008 quando Silvio Berlusconi, di nuovo al governo, aboliva l’ICI sulla prima casa (detassazione da 2,2 miliardi) e fu durante la campagna elettorale del 2012 quando ripropose la battaglia contro l’IMU (nel frattempo reintrodotta dal governo Monti, anche con l’appoggio dello stesso coerentissimo PDL), promettendone (grazie al solito populismo riuscì a raggiungere in extremis Bersani e il centrosinistra) il rimborso (4 miliardi di euro). Oggi Matteo Renzi, con lo stesso metodo, ovvero il cosiddetto propagandistico patto con gli italiani, risbandiera come rivoluzione l’abolizione che confermerà nel 2016 della Tasi, l’attuale tassa sulla prima casa che produce un gettito annuo da meno di 5 miliardi. Sappiamo che in tema di promesse, puntualmente non mantenute o contrariamente solo tramite espedienti, ci sanno fare entrambi (anche le politiche portate avanti sono quasi sovrapponibili, o meglio alcune riforme dell’ex democristiano, Jobs Act e legge elettorale in primis, corrispondono a quelle sempre sognate da B.) e cosí come nel 2008 Berlusconi creò un buco di bilancio per abolire l’ICI (oltre all’ingiusto taglio selvaggio su istruzione e servizi), il prossimo anno Renzi dovrà trovare risorse, con la spending review sui veri sprechi messa da parte, ripudio per i 22 miliardi che si potrebbero recuperare tramite la legalizzazione delle droghe leggere e la tassazione maggiore sul gioco d’azzardo (13 miliardi se la tassazione fosse al 27,5%), l’ipotesi di sforamento del tetto del 3% deficit/pil smentita e la lotta limitata che farà all’evasione fiscale (120 miliardi sulle spalle degli onesti), tramite i soliti rialzi alle microtasse e tagli a detrazioni, enti locali e trasporti, ricompensando tutto di nascosto; tutto ciò se non dovessero (e non è per niente scontato), ad inizio 2016, scattare le clausole di salvaguardia, oltre 50 miliardi di tasse in più sulle spalle dei cittadini in tre anni, per l’aumento di IVA ordinaria e agevolata, accisa sul carburante e per il taglio delle agevolazioni fiscali, dando un’altra mazzata enorme alla nostra economia e radendo al suolo il consenso in continuo calo nei confronti del PD e del Governo. La ripresa economica è ancora al minimo e l’effetto della riduzione dell’IRAP, del bonus degli 80 euro in più in busta paga e della decontribuzione in caso di stabilizzazioni (l’87% finora) o nuove assunzioni (solo il 13%) non basta, infatti il PIL in crescita è frutto, per lo più, della svalutazione dell’Euro, del Quantitative Easing di Draghi, dell’Expò di Milano e del costo del petrolio ai minimi storici (concatenazione straordinaria), e sicuramente quasi 5 miliardi in meno di tasse, nettamente meno del costo del provvedimento degli 80 euro, se non fossero poi controbilanciate con nuove o, peggio, oggi fosse solo uno spot populista e senza fondamenti di realtà, potrebbero rappresentare una boccata d’ossigeno, ma ancora troppo poco (forse pochissimo) per pensare ad una svolta fiscale (potremmo invocarla con 25/30 miliardi di tasse in meno in un anno, partendo da ceti meno abbienti e piccoli/medi imprenditori e finanziandoli alla luce del sole da una seria lotta all’evasione fiscale e da tagli agli sprechi, questi ultimi corrispondono ad almeno 60 miliardi, mai realmente toccati, tra enti inutili, F35, fondi stanziati per grandi opere inutili, pensioni d’oro, partecipate e spese eccessive sui beni intermedi). Inoltre abolire la tassa sulla prima casa significa esentare da imposte anche quelle di lusso e di pregio, i cui proprietari probabilmente non hanno grandi problemi nel pagamento, e, poi, nell’immediato, l’impatto positivo sull’economia sarebbe minore rispetto a un taglio su IRPEF o IRES, cioè sul reddito e non sul patrimonio (ma tanto ciò che importa per il segretario del PD e capo del Governo è togliere la tassa più odiata per bloccare il declino di consenso causato da una serie di incredibili errori e riforme che non piacciono a nessuno). L’inquietante Renzusconi è sempre più una figura realistica…

dalla parte del progresso AA99