La democrazia secondo Matteo

Secondo quanto riportato dagli ultimi dati forniti dalla società di rilevazioni Geca, il premier Renzi da solo ha potuto parlare, a Giugno, durante i telegiornali più di tutta l’opposizione messa assieme, ben 11 ore contro le 10 e 30 minuti concesse a M5S, Forza Italia, Lega, Fratelli d’Italia e Sinistra Italiana, mentre se andassimo a sommare le ore a disposizione del Presidente del Consiglio a quelle dell’intera area di Governo, composta da Partito Democratico, Nuovo Centrodestra e Scelta Civica, arriveremmo a 30 ore e 22 minuti, impiegati, soprattutto, per fare propaganda a favore del Sì riguardo al, quantomeno delicato, Referendum Costituzionale che si terrà, molto probabilmente, nel mese di Novembre. Ancor più grave, rispetto ai dati che arrivano dalle Tv private, è l’evidente squilibrio d’opportunità anche laddove l’informazione dovrebbe essere incondizionata ed esclusivamente a servizio dei cittadini, ovvero in Rai, al contrario ancora assoggettata al Governo e sempre meno libera, soprattutto dopo l’epurazione di Nicola Porro e la chiusura del suo talk di Rai 2 Virus, l’allontanamento di Massimo Giannini dalla trasmissione Ballarò e quello, il più recente e clamoroso, di Bianca Berlinguer, direttrice da sette anni del Tg 3, sostituita da Luca Mazzà, “casualmente” coui che lasciò l’incarico nella trasmisione condotta da Giannini in dissenso con la linea portata avanti dallo stesso giornalista, accusata di essere esageratamente antirenziana. Queste decisioni sono state prese da un direttore generale, Campo Dall’Orto, che appare un fedelissimo del premier (il quale, peraltro, percepisce una super retribuzione annuale, pari a 650 mila euro, ben oltre il tetto massimo di 240 mila fissato per i manager pubblici) e approvate da un Consiglio d’Amministrazione, eletto lo scorso anno secondo i criteri della pessima Legge Gasparri (realizzata in era berlusconiana ad hoc per la lottizzazione), che non risulta nè autonomo, infatti utilizzare l’argomentazione della sua totale indipendenza nelle scelte significa nascondersi dietro ad un dito, nè imparziale, in quanto espressione della maggioranza, con sei membri su nove indubbiamente vicini al Governo, tra cui due indicati direttamente da Palazzo Chigi, la presidente Monica Maggioni e il consigliere Marco Fortis, su diktat del Tesoro.

Vedere nei blitz di viale Mazzini, dato questo quadro della situazione, un tenativo di normalizzazione della Rai è certamente legittimo, infatti tutte le nomine, in ottica Referendum, hanno un chiaro indirizzo politico, esattamente come avveniva in passato mentre i renziani di ferro si improvvisavano paladini del pluralismo d’informazione e si ritenevano fermi sostenitori di una Rai libera dai partiti (probabilmente intendevano tutti a meno del proprio). Sull’ultima serie di nomine d’inizio Agosto, peraltro dettate senza un confronto preventivo sulla linea editoriale, sono arrivate dure critiche dalla Federazione della Stampa, dal sindacato dei giornalisti della Tv pubblica Usigrai, dalle opposizioni in toto e dall’ex segretario dei Dem Bersani, che accusa la propria dirigenza di essere compartecipe dei vecchi vizi, mentre per il consigliere Rai, indicato nel CdA da Sel e M5S, Carlo Freccero queste nomine palesemente monocolore, spacciate per una riorganizzazione interna, riportano il servizio pubblico agli anni ’60, al tempo della Dc di Fanfani, e sono considerate decisioni miopi e prese in modo non trasparente da Miguel Gotor e Federico Fornaro, i senatori della minoranza interna al Partito Democratico che hanno scelto la via delle dimissioni dalla Commissione Vigilanza, in seguito all’estromissione di una personalità autorevole e competente come la Berlinguer (che garantiva un equilibrio sostanziale tra i tempi di parola dei “No” e dei “Sì” sul Referendum), attraverso un’accelerazione agostana difficilmente in buona fede.

Correva l’anno 2002 quando l’allora Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, attraverso il cosiddetto editto bulgaro, sollecitava pubblicamente i vertici Rai ad estromettere i giornalisti Enzo Biagi e Michele Santoro e il comico Daniele Luttazzi, accusati di aver fatto un uso criminoso della Tv pubblica, e poco dopo effettivamente allontanati. Rispetto ad allora il premier attuale non ha il gigantesco conflito d’interessi di Berlusconi e non utilizza i modi agghiaccianti dell’ex Presidente, ma, per accrescrere il consenso e non rischiare di cadere in seguito al Referendum sul nuovo Senato, anche Matteo Renzi pare non abbia esitato a mettere lo zampino nelle direttive, non si è risparmiato dall’attaccare in continuazione i giornalisti a lui avversi (specie quelli che non possono essere sollevati dall’incarico) e i talk show che non fanno propaganda dalla sua parte e non hanno aderito alla capziosa narrazione renziana, e sembra non avere la minima intenzione di rendere l’informazione della Tv pubblica realmente libera dalle lottizzazioni e dalle logiche di partito; tutto, di certo, prevedibile dopo le incredibilmente gravi dichiarazioni, datate 2015, di Michele Anzaldi, segretario della Commissione Vigilanza e deputato del Pd, il quale sostenne, in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera, che c’era un problema con Rai 3, in cui maltrattano, in continuazione, il Governo e che, in tale rete, non avrebbero capito che Matteo Renzi è diventato segretario del Pd e premier, ma non è finita qui, lo stesso Anzaldi, infatti, è stato il primo a scagliarsi contro Giannini, auspicando querele e sanzioni nei suoi confronti, dopo che il conduttore di Ballarò ebbe definito incestuoso il rapporto Boschi-Banca Etruria. Non dimentichiamoci, inoltre, della più che discutibile Riforma Rai approvata a Settembre dal Parlamento che somiglia molto ad una Legge Gasparri 2.0: si concentrano maggiori poteri nelle mani dell’amministratore delegato (dopo la figura del super preside introdotta con la Riforma della Scuola, non poteva mancare la messa in campo del nuovo super a.d.) e si lascia la possibilità al Governo di indicare due membri del CdA su sette totali, e non più nove come previsto fino ad allora, con il Parlamento che dovrà stabilirne quattro.

L’Italia si trova alla 77esima posizione per libertà di stampa, alle spalle di Burkina Faso, Botswana e Nicaragua, nella classifica stilata ad Aprile da ‘Reporter senza frontiere’ e dietro questo piazzamento pesa anche, inevitabilmente, la poca autonomia del servizio pubblico di ieri e di oggi, soggiogato dalla politica e usato, spesso e volentieri, per scopi elettorali. La visione renziana della Rai, in perfetta linea con quella dei governi Berlusconi, è inaccettabile e non può appartenere a chi garantiva un cambiamento radicale e prometteva di non prescindere dal pluralismo d’informazione: “i partiti fuori dalla Tv pubblica” non può e non deve rimanere solamente uno slogan da campagna elettorale, la Rai non è di proprietà delle forze politiche o del Governo, ma dei cittadini italiani.

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La Legge di Stabilità: un minestrone insipido da DC 2.0

La settimana scorsa è stata approvata la Legge di Stabilità 2016 dal Consiglio dei ministri e sta approdando in Parlamento. Legge con molti aspetti controversi che, ancora una volta, sono in netta contrapposizione agli ideali originari del centrosinistra (provvedimenti mai anticipati da Renzi nell’era pre-premierato e quindi mai legittimati, oltre che dai cittadini, dagli stessi iscritti e militanti del PD), frutto dell’estremo e unico interesse di ampliare il bacino elettorale e delle strette di mano e degli abbracci con Denis Verdini e Angelino Alfano, preferiti, nuovamente, ad un’ala del proprio partito.

In primo luogo verrà abolita la Tasi (poco oltre i 4 miliardi di euro), l’imposta sulla prima casa, e si interverrà sull’Imu agricola e sui macchinari “imbullonati”, il gettito dei quali era interamente destinato ai Comuni, ai quali verrà proibita la possibilità di aumentare le addizionali, obbligandoli al taglio del welfare (peraltro già annunciati almeno 300 milioni di nuovi ingiusti tagli, da sottrarsi ai 670 milioni che scaturiscono dall’allentamento del Patto di Stabilità) se la mancata entrata miliardaria non fosse adeguatamente compensata dai finanziamenti dello stato centrale. Sull’idea iniziale, assolutamente non condivisibile e lesiva del principio costituzionale (art.53) della progressività fiscale, di eliminare la Tasi anche sulle case di lusso e sui castelli adibiti a prima casa, l’inaspettata marcia indietro (sacrosanta) del Presidente del Consiglio Renzi delinea il suo opportunismo, poichè, dopo una lunga campagna di difesa dell’iniziativa (ultraberlusconiana), questa, così come inizialmente formulata, si stava trasformando in un boomerang. La misura rimane comunque contestabile, in quanto sarebbe potuto essere un taglio più selettivo (non può più essere retta la schizofrenia di togliere e reintrodurre in continuazione tale imposta) e le risorse avanzate sarebbero potute essere impiegate per ridurre le tasse che gravano sulle spalle di piccoli imprenditori e artigiani (detassazione con un impatto sicuramente maggiore sull’economia), mentre la Legge di Stabilità rinvia l’alleggerimento dell’IRES, l’imposta sul reddito d’impresa, alla prossima Finanziaria e non prevede ritocchi all’aliquota prevista dal primo scaglione dell’IRPEF. Il tasto dolente della manovra, però, non può che essere la trovata tipicamente di destra (infatti coincide con le proposte di Forza Italia), che favorisce evasione, corruzione, riciclaggio e autoriciclaggio, di innalzare la soglia massima dell’uso del contante da mille a tremila euro, contro la quale si sono scagliati la minoranza dem in toto (Bersani in primis), tutti i soggetti a sinistra del PD e, anche, il commissario anticorruzione Raffaele Cantone. Oltre all’aumento del limite del contante sono ugualmente schiaffi all’intelligenza, incomprensibili e del tutto negativi (disdegnoso se fosse per ricercare simpatie tra i disonesti) l’eliminazione dell’obbligo del bonifico per il pagamento degli affitti e l’alzamento della soglia di punibilità per l’omissione dell’IVA, favorendo e rendendo meno punibile il nero e il sommerso, contro i quali non si dovrebbe esitare a combattere, vista la gravità della situazione italiana per quanto riguarda l’evasione fiscale, cioè 120 miliardi di euro sottratti illecitamente ogni anno al Fisco, che inevitabilmente ricadono sulle spalle di chi paga fino all’ultimo centesimo. Anche i provvedimenti a contrasto della povertà e sulle pensioni risultano deludenti: il primo (400 milioni più 600 per la lotta alla povertà infantile) è davvero scadente e sotto la soglia della credibilità, mentre per quanto riguarda il secondo, il minimo aumento della no tax area e il part-time per gli ultimi anni non possono essere paragonabili ad una seria politica di pensianamento anticipato, finanziata dal ricalcolo delle pensioni retributive sopra i 4/5 mila euro mensili con il metodo contributivo (per l’appunto, non vengono toccate le pensioni d’oro), come preventivato dal Presidente dell’INPS Tito Boeri, che ha espresso il suo disappunto per le scelte del Governo. Passiamo, poi, all’ampio fronte degli interventi necessari non sostenuti, inanzitutto non vengono definitivamente disinnescate le clausole di salvaguardia (aumenti di IVA ordinaria e agevolata e dell’accisa sul carburante), ma solo rinviate al prossimo anno, lasciando una spada di Damocle pendente sopra le nostre teste, ed è alto il rischio che queste aumentino ancora il loro eventuale peso, inoltre sono assenti provvedimenti efficienti a favore del Sud, abbandonato al suo cupo destino, non si concretizza la promessa che Renzi fece nella primavera del 2014, poichè non si sbloccano risorse per le migliaia di imprese che aspettano il pagamento dei debiti da parte della Pubblica Amministrazione, almeno un terzo di questi rimane ancora congelato (la promessa fatta prevedeva che entro Settembre 2014 sarebbero stati tutti saldati), non sono stati fatti piani per una radicale ripresa dell’occupazione giovanile, non si stanziano fondi aggiuntivi per la messa in sicurezza del territorio (evidentemente preferiscono inceneritori e trivellazioni), mentre sono esigui quelli destinati alla terra dei fuochi (150 milioni in tre anni), non se ne parla nemmeno, invece, di finanziare ricerca e innovazione. Unici sprazzi di luce riguardano lo stanziamento di 600 milioni per i super-ammortamenti, infatti verrà data la possibilità di acquistare un bene strumentale e di scaricarlo con il 40% in più di valore, la detassazione dei salari di produttività, il canone Rai in bolletta, se non fosse che il servizio rimane governocentrico, le risorse messe in campo per l’assistenza dei disabili gravi e per la cooperazione allo sviluppo (che negli ultimi anni ha subito tagli forsennati). E le coperture della manovra? Immagino che l’interrogativo sia sorto a tutti, ebbene anche su questo punto il Governo fa un salto nel vuoto, la manovra è per lo più (14,7 miliardi) finanziata in deficit, avendo letteralmente fallito per quanto riguarda i progetti di spending review (accantonato definitivamente il piano, in gran parte lucido e intelligente, di Carlo Cottarelli), che sarebbero dovuti essere concretizzati sulle sacche di veri sprechi della spesa pubblica (che ammontano a 30/40 miliardi), partendo dai tagli agli enti inutili e alle spese eccessive per i beni intermedi, solo minimamente alleggerite, mentre si è preferito fare tagli semilineari su ogni ministeri e lineari sulle regioni (1 miliardo e 800 milioni, a cui seguiranno ulteriori tagli per 3,9 miliardi di euro per il 2017 e 5,4 miliardi per ciascuno degli anni 2018 e 2019), che ricadranno, ancora una volta sul welfare, in particolare sulla sanità (tartassandola) e si aggiungeranno ai 2,3 miliardi di tagli contenuti nel discutibilissimo Decreto enti locali approvato ad Agosto. È evidente la difficoltà dell’esecutivo di trovare fondi, anche al di fuori della spending review, per una politica sull’evasione fiscale che va nella direzione opposta a quella del contrasto e per l’assenza di coraggio, conforme agli ultimi governi, di aumentare massicciamente la tassazione sul gioco d’azzardo, dalla quale si potrebbero recuperare addirittura più di 12 miliardi con l’aliquota al 27,5% (com’era nei primi anni del 2000), rispetto ai soli 500 milioni in più stimati per il 2016, e di prendere in seria considerazione la proposta di legge sulla legalizzazione delle droghe leggere (anche su questo piena sintonia tra Renzi e Giovanardi), che porterebbe nelle casse dello Stato fino a 8,5 miliardi l’anno (per la tassazione su produzione e vendita). Il fatto più disgustoso di tutto, però, rimane la minaccia di Renzi di porre la fiducia anche su questa legge (dopo la clamorosa e più che ingiusta scelta, ai limiti della democrazia, di metterla sulla legge elettorale) in caso ci fossero troppi emendamenti, portandola all’approvazione a colpi di maggioranza e stroncando qualsiasi tipo di discussione e confronto con minoranza interna e opposizioni.

La Finanziaria (definibile minestrone insipido per il gran numero di nuove norme poco o per nulla soddisfacenti), che contiene tanti, troppi, buchi neri e provvedimenti presi a metà, ancora estremamente deboli per far ripartire definitivamente l’economia (non possono bastare 4/5 miliardi di tasse in meno, peraltro finanziati in deficit e con destroidi tagli lineari alla sanità), e solo qualche mossa condivisibile da sinistra, si trasforma, dunque, nell’emblema dell’ormai Governo della DC 2.0, con un Presidente del Consiglio, nonchè segretario del PD, pronto ad ogni compromesso verso destra (sperando non si arrivi al fatale accordo per il Ponte sullo Stretto di Messina) e ad ogni trovata politica estranea alle origini del proprio partito. Ogni legge è una mazzata sempre più grande al buonsenso e al centrosinistra italiano, vero obiettivo di rottamazione da parte di Renzi, e gran parte di questa Legge di Stabilità rimane in linea con le precedenti pessime riforme.

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Riforma del Senato: quando il nuovo non significa progresso

Appena sarà terminato il consueto stallo di Ferragosto si riaccenderà la discussione sul nuovo Senato, la cui approvazione non sembra assolutamente scontata tra un’infinità di emendamenti e critiche, che partono dalla (come al solito inascoltata) minoranza dello stesso Partito Democratico. La riforma del Senato, a lungo spacciata da Renzi per abolizione, infatti, ha molte, troppe, contraddizioni; inanzitutto il Senato sarà inelettivo e completa a perfezione l’altrettanto discutibile legge elettorale, l’Italicum (su cui, peraltro, era stata posta la fiducia, unici precedenti nel 1923 con il fascismo e nel 1953, la cosiddetta legge truffa, con la DC al governo), approvata ad inizio Maggio: i consiglieri regionali eleggeranno i senatori, che saranno cento tra consiglieri stessi, sindaci, che dovrebbero già essere impegnati 24 ore su 24 per l’amministrazione delle loro città, e nominati dal Capo dello Stato, i quali non godranno di indennità aggiuntive ma dell’odiatissimo privilegio dell’immunità parlamentare (la Camera dovrà pronunciarsi sulla richiesta d’arresto di un senatore). Il ddl Boschi-Renzi attribuisce (o meglio, lascia al Senato inelettivo), comunque, funzioni importanti, seppur in numero assolutamente minore, quali, ad esempio, il potere di discussione e approvazione delle riforme costituzionali, il diritto di ratifica dei trattati internazionali, la possibilità di eleggere due giudici su quindici della corte costituzionale e, in seduta comune, il Presidente della Repubblica. Il bicameralismo perfetto sarà, quindi, superato, ma siamo davvero sicuri che ciò era così mostruoso e dannoso? Nonostante anche l’ex Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano abbia dato il suo “via libera” alla riforma, augurandosi il superamento del bicameralismo perfetto al più presto, e le diffuse accuse di inefficienza, nella precedente legislatura (2008-2013) erano state emanate 391 leggi, di cui 301, circa i 3/4, solo con la doppia lettura (la Camera non ha ritenuto di modificare alcunchè), quindi secondo l’analisi dell’associazione Giustizia e Libertà, possiamo affermare che nel 77,8% dei casi il bicameralismo ha funzionato come un semplice controllo di qualità, nel 19,4% ha, invece, introdotto utili correzioni o integrazioni nel corpo legislativo e nel rimanente 2,8% è stato un opportuno strumento di approfondimento e riflessione, e non è stato sinonimo di lentezza legislativa. Inoltre il Parlamento italiano ha deliberato 71 leggi nel 2011 e 102 nel 2012, quello francese rispettivamente 111 e 82, quello spagnolo 50 e 25, quello inglese 25 e 23, quello tedesco 153 e 128; la produttività del bicameralismo perfetto italiano, dunque, rimaneva al di sopra della media dei principali parlamenti europei. Sempre secondo Giustizia e Libertà il bicameralismo perfetto, inoltre, permette di discutere due leggi riguardanti argomenti diversi contemporaneamente nei due rami del Parlamento, mentre, per esempio, in un monocameralismo (tra i maggiori parlamenti dell’Europa occidentale lo è solo il Portogallo) non potrebbero sovrapporsi, rallentando l’iter legislativo. Potremmo comunque pensare ad un riordino delle competenze, superando di fatto la parità assoluta tra Camera (che rimarrà composta da 630 deputati, alla faccia del risparmio) e Senato, ma, assolutamente, non rendendo inelettivo il secondo e se è vero (com’è vero) che partecipazione è libertà, togliere ai cittadini la possibilità di eleggere i propri rappresentanti in Senato e lasciare la Camera (a fronte dell’Italicum) con la maggioranza di nominati (per i “partitini” entreranno in Parlamento solo i capilista bloccati), con una lista (il premio alla lista e non alla coalizione è l’anticamera del presidenzialismo) che può prendere la maggioranza dei seggi e tutto il potere con un 11% in meno a quello dovuto o vincendo al ballottaggio nonostante, magari, rappresentasse solo un 20% dei votanti al primo turno, non sarà una svolta autoritaria, ma sicuramente una riduzione del potere decisionale dei cittadini e della rappresentanza in Parlamento. La proposta della relatrice Finocchiaro dell’elezione semidiretta, cioè listino bloccato dalle segreterie, permettendo ai cittadini solo di concorrere nella scelta dei senatori, è sullo stile del “tanto peggio, tanto meglio”. L’augurio è di una svolta, approvata la riforma, nell’eventuale referendum costituzionale, che Renzi ha promesso di indire per la conferma da parte dei cittadini del nuovo Senato. La riforma del Senato segue le altre targate Renzi, che proclama come sinonimo di innovazione, rottamazione e progresso, ma quelli sono solo slogan, in realtà le sue riforme, dal manifesto antiambientalista del decreto Sblocca Italia, che incentiva la trivellazione, la realizzazione di nuovi inceneritori e nuove autostrade, alla (non) Buona Scuola e dal demansionamento del lavoratore ai nuovi tagli lineari alla sanità sono l’esempio del nuovo che non porta un miglioramento e ha anche il coraggio di ritenersi di sinistra (è stato lui a  sfaldarla) mentre è in perfetta sintonia e a braccetto con Verdini e Giovanardi, con i quali presto ultimerà la DC 2.0.

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Renzi, dimmi con chi Verdini e ti dirò di chi sei

Renzi e la DC 2.0

Nel caso di Renzi e del suo Governo il proverbio “dimmi con chi vai e ti dirò di chi sei” è pienamente azzeccato; si era capito fin da subito, cioè dalla riconferma del Nuovo Centrodestra all’interno della stessa maggioranza del Governo Letta, preferendo ciò a nuove elezioni, e dalla netta rottura con l’alleato delle precedenti elezioni Sinistra Ecologia e Libertà, che la strada di Matteo Renzi sarebbe stata inclinata a destra. Qualche giorno fa Verdini, l’ormai ex fidato braccio destro di Berlusconi, ha abbandonato Forza Italia per dare vita all’Area Liberal Popolare ed entrare nella maggioranza, a sostegno del Governo; questo dopo la fuoriuscita dal Partito Democratico da parte di Civati a inizio Maggio, di Fassina, dopo l’approvazione della Riforma Giannini, e di altri esponenti della minoranza, con cui non era mai esistito un dialogo, a causa della visione autoritaria e centralistica del segretario e premier, e non erano mai stati fatti compromessi (come non sono fatti oggi con gli esponenti della minoranza dem che non si sono scissi), preferendo instaurarli, invece, con l’NCD di Alfano, Giovanardi, Formigoni, Lupi e Azzollini, il quale mercoledì è stato salvato dall’arresto per il ricatto da parte del suo partito di rompere la maggioranza (infatti l’NCD ha mandato sotto il Governo in due votazioni minori, precedentemente, come segnale d’avvertimento), così come erano state, per la stessa ragione, respinte le mozioni di censura contro il sottosegretario all’Agricoltura Giuseppe Castiglione, coinvolto nell’inchiesta di Mafia capitale e in particolare nelle indagini sul Centro di accoglienza di Mineo, e inizialmente con Berlusconi, attraverso il (poi saltato) Patto del Nazareno. L’entrata nell’area di Governo di Denis Verdini, quindi, sembra significare solamente una cosa: “la sinistra ci infastidisce, può anche uscire, mentre è ben accolto il centro destra”. Come dichiarato dall’ex berlusconiano, lui insieme a Renzi darà definitivamente vita al Partito della Nazione (o Democrazia Cristiana 2.0), nel quale, ovviamente, non può mancare il democristiano per eccellenza Pier Ferdinando Casini. Alle primarie del 2013 Renzi si presentò come “rottamatore” e portatore di progresso, ma, a ragion veduta, ha rottamato solo chi rifiutava il progetto di completo snaturamento del PD (si è candidato per quest’ultimo solo perchè sapeva bene che Berlusconi sarebbe stato ancora per molto tempo il leader di Forza Italia) mentre non hanno niente a che fare le sue riforme con il concetto di “progresso”: l’Italicum, nel segno della poca rappresentanza e dei capilista bloccati, lo Sblocca Italia, o meglio “sblocca trivelle”, il nuovo Senato (ancora non approvato), peggio di quello di oggi in quanto non elettivo, la Buona Scuola, in cui la maggior parte dei veri problemi vengono solamente sfiorati (la lista sarebbe lunga, lunghissima) sono tutte riforme che introducono solo novità, spacciate per progresso (Renzi cerca di far credere che coloro che sono contrari alle sue riforme sono conservatori, poichè unisce “riforma” a “nuova norma migliorativa”). Il Partito Democratico nel 2007 era nato con ideali e visione ben definiti e chiari, così come la collocazione nello scacchiere politico, cioè, rispettivamente, socialdemocrazia ed ecologismo e centrosinistra. Ora quel PD non esiste più (a meno di un’improbabile svolta al congresso del 2017), viene continuamente attaccato dallo stesso Renzi, che dice essere stato il partito delle tasse, e quegli ideali vengono difesi solo da un piccolo gruppetto di “separati in casa”, che reclamano la totale incoerenza con il programma di Bersani (il quale ritroviamo solo nelle proposte del ripudiato SEL) per il quale sono stati eletti nel 2013 e per il quale ora si trovano in Parlamento (mentre il programma Renzi non è mai stato approvato dagli italiani per governare). Alla nascita del PD sarebbe stato davvero inimmaginabile che un suo segretario, un giorno non troppo lontano, avrebbe potuto abolire l’articolo 18 o realizzato riforme per incentivare le trivellazioni. Gli errori della classe dirigente della sinistra, a partire da quella del PDS per arrivare a quella del PD di Bersani, sono stati tanti, troppi, e, uniti all’attaccamento della maggior parte degli italiani al politico forte, con molto carisma e decisionista e alla nostalgia per la DC, hanno spianato la strada, nell’era post-Berlusconi, all’iniziale plebiscito nella legittimazione del renzismo, acclamando l’ex sindaco di Firenze come salvatore della patria; ora, però, la musica sta cambiando: i risultati non arrivano (o sono minimi), le promesse e gli annunci surclassano ciò che è stato concretizzato, sindacati, insegnanti e parte dei pensionati hanno perso completamente fiducia e l’area di sinistra si ritrova spiazzata mentre quella a destra preferisce maggiore demagogia, il consenso cala e tutto è in bilico, ma la prosecuzione delle sue politiche e il rimarcamento delle sue posizioni sembra evidente. Renzi tramonterà a braccetto con la destra.

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