Perchè è necessario ripensare la globalizzazione

Dalla grave crisi economica ai cambiamenti climatici e alla dilagante povertà nel Sud del mondo: la globalizzazione basata sul neoliberismo ha fallito?

Per globalizzazione intendiamo comunemente il processo d’integrazione culturale, sociale e, soprattutto, dei mercati economici di tutto il mondo, accelleratosi negli anni ’80, quando il neoliberismo, figlio dei governi Thatcher e Reagan, cominciava a prendere piede, e completato alla fine del secolo scorso su forte spinta del GATT (General Agreement on Tariffs and Trade) prima e della WTO (World Trade Organization) poi. La rivoluzione tecnologica e le grandi innovazioni hanno portato allla disintegrazione delle barriere spazio-temporali e hanno indotto ad un ineccepibile progresso sul piano culturale, fondato su radici cosmopolite necessarie per superare il fallimentare concetto d’autarchia, che ha caratterizzato la prima metà del ‘900. Il conseguente fenomeno della globalizzazione, così com’è stato impostato, si è rivelato positivo sul piano dell’integrazione  culturale, anche se dobbiamo limitare tale ragionamento solamente al Nord del mondo, mentre sul versante più importante, quello economico, solamente le grandi multinazionali hanno massicciamente beneficiato delle scelte adottate a livello mondiale (e le cause non sono state l’integrazione dei mercati e il sistema d’interscambio, ma l’egoismo delle nazioni più forti), non preoccupandosi della condizione della stragrande maggioranza degli abitanti del Sud del mondo di profondo disagio economico, quando, invece, veniva prospettato (o, per meglio dire, promesso) dai suoi fautori un benessere comune maggiore, mentre la povertà, dati alla mano, è cresciuta; perciò il progresso sociale e culturale, nella direzione del multiculturalismo, cozza profondamente, invece, con l’ideologia della globalizzazione applicata all’economia, non sufficientemente regolamentata e fondata su un cieco e selvaggio liberismo, che ha posto solide basi (in particolare negli Stati Uniti), nel corso dei decenni precedenti al 2008, alla grande depressione economica che stiamo vivendo, a causa della concorrenza eccessiva (e sleale da parte delle multinazionali opportuniste) a scapito dei settori manifatturieri locali, dell’artigianato e delle medie e piccole imprese e dell’esagerata deregulation stabilita a livello generale dai vari governi, infatti, nel 2000, gli States fecero il passo decisivo verso la recessione proprio per l’esclusione dei prodotti derivati dalla regolamentazione, questa operazione fallimentare, in linea con molte altre (un secondo esempio può riguardare la decisione dell’allora Governo Clinton, nel ’99, di concedere alle società finanziarie Fannie Mae e Freddie Mac di sottoscrivere ipotetiche subprime per soddisfare le proprie obbligazioni immobiliari, permettendo loro la creazione di immensi castelli di sabbia senza fondamenta, che sarebbero potuti crollare, come poi effettivamente accaduto, da un momento all’altro), certifica con chiarezza che la finanza non si autoregolamenta (necessitando di un’efficiente supervisione degli organismi statali addetti e forti disincentivi ad operazioni rischiose che possono ripercuotersi su tutta la cittadinanza), come dichiarato anche dal governatore di Bankitalia Ignazio Visco (non esattamente il primo degli antiliberisti) all’ultimo festival dell’economia di Trento, accusando il principio del totale laissez-faire. Risultano ulteriori fattori determinanti la scarsa attenzione alla coesione sociale (in termini di garanzie sociali, universalità dei servizi, pari opportunità ecc.) e la totale sostituzione dell’economia reale con la finanza (che non vanno assolutamente di pari passo), inoltre non bisogna dimenticare la pessima gestione della crisi da parte delle organizzazioni internazionali, Fondo Monetario in testa, preposte alle politiche monetarie e alla ristrutturazione del debito pubblico dei paesi in recessione, a cui hanno imposto esclusivamente misure d’austerity inadeguate e peggiorative della situazione (attuando misure restrittive, come robusti tagli ai servizi e aumenti d’imposte, tutto sulla testa dei cittadini). I dati, peraltro, delianeano un’ammimistrazione nella direzione assolutamente opposta alla solidarietà dei debiti dei paesi sottosviluppati, infatti con il rafforzamento del dollaro dell’inizio degli anni ’80 il debito di una nazione del cosiddetto Terzo Mondo sarebbe passato da 630 milioni di dollari a oltre 2 miliardi e 500 milioni di dollari (con un’incremento del tasso d’interesse dal 5% al 20%), quadruplicandosi, mentre sappiamo che l’impatto di una totale cancellazione a vantaggio dei maggiori indebitati sarebbe minimo per l’economia degli Stati Uniti e degli altri creditori, i quali non hanno mai stabilito di percorrere questa strada perchè, probabilmente, avrebbero perso, di fatto, il controllo sui loro mercati (verosimilmente il debito, difficilmente saldabile, potrebbe fungere da ricatto). L’errore più grave è stato, sicuramente, sovrapporre il sacrosanto concetto di libero mercato, sul quale si fonda una moderna democrazia, al liberismo senza regole (visto come unica alternativa agli effettivamente fallimentari comunismo e statalismo, senza considerare, per evidenti ragioni d’opportunismo, esportabili modelli economici potenzialmente più efficaci non in antitesi al capitalismo ma con più garanzie sociali, quindi socialdemocrazia e socioliberalismo in primis), quella reaganiana risulta un tipo d’economia che non si cura di chi ha un diritto in meno, in nessun campo, non sono alla base le pari opportunità (che permettono la vera meritocrazia) e in cui il potere è in mano al più forte, l’esempio lampante è stato il fatto di legittimare le multinazionali a sfruttare condizioni di tutela minima o nulla per i lavoratori, nonchè d’assenza dei sindacati, e, certamente, non sono andati nella giusta direzione i tanti accordi vincolanti siglati alla fine del secolo scorso finalizzati esclusivamente alla totale salvaguardia della produttività dell’azienda. Un’altra circostanza favorevole solo alle imprese transnazionali, a scapito del pianeta, riguarda la diffusa mancanza di parametri di salvaguardia ambientale nei paesi sottosviluppati (non a caso la Cina è diventata nell’arco di pochi anni, di gran lunga, il primo inquinatore, con il 30% delle emissioni globali), con il conseguente peggioramento della già gravissima situazione legata al surriscaldamento terrestre, non essendo state stabilite regole e diritti fondamentali comuni, che favorissero l’internazionalizzazione e offrissero alle grandi aziende la possibilità di delocalizzare, senza, però, aggravare il problema dei cambiamenti climatici e garantire ai lavoratori, universalmente, un salario e condizioni lavorative dignitosi, con il fine ultimo di favorire la riduzione delle enormi disuguaglianze nella crescita e nello sviluppo economico. Oggi un miliardo e 100 mila persone vivono con appena un dollaro al giorno, un miliardo (tra cui tantissimi minorenni) soffre di malnutrizione e fa rabbrividire sapere che un salario medio orario in Cina è pari a soli 17 centesimi: questi presupposti, considerando, inoltre, che il 20% della popolazione utilizza l’86% delle risorse mondiali, che negli ultimi quindici anni i fondi per la cooperazione allo sviluppo si sono ridotti dallo 0,35% allo 0,22% del Pil dei paesi OCSE e il costo di un cacciabombardiere equivale alla spesa per la costruzione di 40 mila farmacie in Burkina Faso o in Congo, ci spingono all’assoluta necessità di ripensamento del modello di sviluppo economico globale, alternativo al liberismo (richiesta contenuta anche nell’enciclica di Papa Francesco Laudato Sì, pubblicata a giugno scorso), ma che, ovviamente, non prescinda dal libero mercato, seppur debba essere più regolamentato e che, comunque, rifiuti con decisione ogni apertura ad un ritorno alle autarchie (non è più accettabile il discorso protezionismo) e all’idea d’isolamento dello stato-nazione; le vera sfide sarebbero democratizzare le organizzazioni internazionali, disincentivare le transazioni speculative, rivedere i piani di vendita e produzione della armi, opporsi alla privatizzazione dell’acqua, promuovere con convinzione i diritti umani e realizzare un piano comune e vincolante di riduzione delle emissioni inquinanti (sperando che l’accordo raggiunto alla Cop21 possa risultare, davvero, un punto di svolta), con i reali obiettivi di un cambio di rotta universale in un’ottica verde, ecologista, per un futuro sostenibile per i nostri figli, e solidale, atteaverso la riduzione delle disuguglianze nel Sud del mondo (e anche nel Nord, soprattutto negli States), attraverso un ampio e ambizioso progetto di investimenti mirati (tesi sostenuta dai più importanti economisti progressisti, come il nobel Joseph Stiglitz, Thomas Piketty o Jean-Paul Fitoussi), partendo da istruzione, sanità, reti idriche e servizi essenziali. Un’alternativa c’è sempre, chi lo nega mente.

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La legge Cirinnà s’ha da fare, senza nuovi passi indietro

Il 26 Gennaio, finalmente, dopo troppi rinvii, si discuterà in Senato il ddl Cirinnà, il quale prevederebbe il riconoscimento delle unioni civili tra coppie etero non sposate e tra quelle dello stesso sesso e la stepchild adoption (nell’art.5), cioè la possibilità per il genitore non biologico di adottare il figlio, naturale o adottivo, del partner.

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La proposta di legge, già evidentemente limitata se paragonata alla legislazione in merito adottata dai paesi più propensi al progresso sociale, rischia di essere frutto di un ulteriore compromesso al ribasso, a causa dei mal di pancia all’interno del Partito Democratico stesso, in particolare nell’ala più legata alla tradizione cattolica, e degli alleati di Governo UDC e NCD (cos’altro pretendere quando troviamo Giovanardi e Formigoni tra i primi esponenti, nemici per eccellenza dei diritti civili?), con Alfano che vorrebbe rimanere al Medioevo e minaccia la promozione di un referendum abrogativo qualora passasse (e lo si spera) la stepchild adoption. Gli ultimi sondaggi ci dicono che circa il 67% degli italiani si dichiara favorevole al riconoscimento delle unioni civili e oltre il 50% anche al matrimonio egualitario, ma, nonostante l’apertura da parte della cittadinanza, il primo punto è stato considerato dalla politica italiana di scarsa importanza e chiuso in un cassetto per anni, mentre sul secondo non si accenna nemmeno la minima discussione, quando, invece, anche in altri stati, Irlanda in primis, di tradizione fortemente cattolica, la politica si è aperta, su spinta popolare, a provvedimenti coraggiosi e nella direzione di una società maggiormente liberale. L’Italia è, indubbiamente, uno dei paesi occidentali più arretrati nel campo dei diritti civili (così come non esiste ancora una legislazione sulle unioni civili, non si sono fatti passi in avanti sul testamento biologico, sull’eutanasia e decisi sul superamento della legge 40 al fine di regolamentare la fecondazione eterologa), infatti si ritrova tra i 9 paesi europei su 28 senza alcun riconoscimento giuridico delle coppie omosessuali (peraltro sono scarse le tutele anche per le coppie etero non sposate), per questo a Luglio è arrivata la condanna da Strasburgo, subito dopo la svolta, in quest’ambito, avvenuta negli Stati Uniti, in cui sono stati legalizzati i matrimoni gay in tutti gli stati, inoltre non possiamo stupirci se nella classifica pubblicata dall’Ilga del 2015 su 49 paesi l’Italia si posiziona al 34º posto e risulta, solamente, al 22% come rispetto dei diritti umani delle persone lgbt. Insieme a quello sull’estensione del diritto alla reversibilità della pensione il punto che fa più discutere rimane, appunto, la stepchild adoption, prevista da 7 paesi nel mondo (mentre 21 hanno adottato le adozioni gay non necessariamente del figlio biologico del partner), contro questa si schiera anche una piccola fetta del M5S (Sinistra Ecologia e Libertà unico ad essere in maniera compatta favorevole) che ritene la sua istituzione non imprescindibile, come dovrebbe, senza dubbi, risultare poichè il 20,5% delle lesbiche e il 17,7% dei gay oltre i 40 anni ha almeno un figlio, cioè più di 100 mila bambini; fin da subito la Conferenza Episcopale, ovviamente, si è dichiarata totalmente contraria alla stepchild, considerata inammissibile, contro la famiglia tradizionale e un’apertura totale alla maternità surrogata, o utero in affitto, anche se, in realtà, non sono presenti tracce d’incentivazione all’interno del testo del ddl promosso dalla senatrice dem Monica Cirinnà (una soluzione per eliminare questa paura potrebbe essere aumentare le pene per chi ricorre alla maternità surrogata o inserire più paletti per poter ricorrere alla stepchild), in ugual modo sono estremamente critici nei confronti di tutta la proposta altri comitati e movimenti di stampo cattolico, che stanno organizzando nuovi Family Day di protesta, chiaro esempio di non comprensione del concetto di libertà altrui. Dopo divorzio breve e ius soli anche la legge sulle unioni civili, nonostante i limiti che presenta, s’ha da fare, senza ulteriori passi indietro, e dopo queste riaprire gli altri discorsi importanti legati alle libertà individuali, all’uguaglianza e alla parità di genere (non di minore importante anche il discorso legalizzazione delle droghe leggere), non riproponendo più la fastidiosa scusa della “non priorità”.

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La libertà passa dai diritti: per una vera discussione sull’eutanasia ancora decenni?

L’Italia è, indubbiamente, uno dei paesi occidentali più arretrati nel campo dei diritti civili e, così come non esiste ancora una legislazione sulle unioni civili e una chiara sulla fecondazione eterologa (non più vietata dopo la sentenza della Corte Costituzionale), tutto tace sul fronte del fine vita, eppure i sondaggi sono chiari: oltre il 75% degli italiani è favorevole all’introduzione del testamento biologico e più della metà vorrebbe vedere approvata una legge sull’eutanasia (nel 2013, secondo Eurispes, erano circa il 70%), dal greco “ευ θανατος”, ovvero dolce morte. Inoltre l’Associazione Coscioni, da sempre impegnata sul tema, raccolse 100 mila sottoscrizioni per una proposta di legge durante il 2013 (più delle 50 mila necessarie per poterla presentare in Parlamento, come specificato nell’art.71 della Costituzione), ma nonostante la volontà di molti cittadini di apertura di una seria discussione e le numerose sollecitazioni da parte di Giorgio Napolitano, durante il primo settennato (soprattutto dopo il caso Piergiorgio Welby) di presidenza e il 18 Marzo 2014 in Parlamento, e di personaggi autorevoli di Camera (la stessa presidentessa Boldrini) e Senato, la politica italiana da quell’orecchio sembra proprio non averci mai sentito e aver chiuso in un cassetto la delicata tematica, per l’assenza di larghi intergruppi parlamentari d’estrazione laica (come, invece, si sta gradualmente formando per la cannabis legale) pronti a portare la battaglia fino in fondo, senza timore degli attacchi e della propaganda da parte delle istituzioni ecclesistiche, che sarebbero in prima fila per demonizzare il nuovo provvedimento (come sta accadendo anche per legge Cirinnà sulle unioni civili, già rinviata dal Governo troppe volte).

Perchè è necessaria una nuova legislazione in merito?

Il testamento biologico, cioè la dichiarazione anticipata del trattamento da ricevere in caso lo stato di lucidità mentale dovesse venire a meno durante una malattia (con la possibilità di delegare eventuali scelte ai familiari), e l’eutanasia attiva, tramite medicinali che accelerano la morte somministrati da un medico, o passiva, ovvero l’interruzione della  cura, in entrambi i casi su esplicita richiesta del malato terminale in grado di intendere e di volere, garantirebbero i fondamentali principi democratici della libera scelta, fino alla fine, e dell’autodeterminazione. L’interrogativo che dovrebbe porsi chi non è condizionato dalla religione è molto semplice: perchè un malato terminale non dovrebbe avere la possibilità di scegliere di non subire e di non prolungare sofferenze atroci e insostenibili senza speranze di guarigione? Sicuramente l’attuabilità dell’eutanasia non sarebbe messa in discussione da un numero esagerato di obiettori di coscienza e ne è dimostrazione il risultato di vari sondaggi (come quello condotto da Consulcesi nel lontano 2007), i quali ci dicono che la maggioranza dei medici sarebbe pronto ad accettare la scelta del malato, così come i collaboratori sanitari (secondo un sondaggio di Torino Medica oltre il 70% degli infermieri del capoluogo piemontese sarebbe favorevole ad una nuova legge).

Quanto bisognerà attendere per una vera discussione?

Sicuramente non è nelle intenzioni dell’esecutivo toccare il tema ed è più che probabile dover attendere parecchi anni prima che la questione riemerga e venga trattata dai rami del Parlamento per cercare di colmare il gap di progresso e diritti con la maggior parte degli stati a noi circostanti, nei quali biotestamento e almeno una tra eutanasia passiva ed attiva sono legali o depenalizzati. Per ora a cercare di limitare l’attesa non può che essere la prosecuzione di iniziative e appelli provenienti dalla società civile, trasversalmente vicina a chi deve, contro volontà, soffrire oltremisura.

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Lo spettro del TTIP che incombe sulla nostra economia

Sul TTIP (Trattato Transatlantico sul Commercio e gli Investimenti), probabilmente, si arriverà ad un accordo finale tra UE e USA entro la fine dell’anno (decisione presa dal G7 svolto in Baviera). Ma che cosa è, di preciso, e cosa comporterà l’attuazione del contenuto del TTIP?  Innanzitutto il TTIP è un accordo commerciale di libero scambio (una maxi liberalizzazione) in corso di negoziato tra l’Unione Europea e gli Stati Uniti dal luglio del 2013. Lo scopo è quello di integrare i due mercati, attraverso la riduzione dei dazi doganali, l’eliminazione delle barriere non tariffarie, cioè ogni differenza in regolamenti, norme e procedure standard applicate ai prodotti, regole sanitarie e fitosanitarie, e lo smaltimento di tutti gli altri ostacoli al commercio. Verrebbero anche eliminati i sussidi pubblici, liberalizzati gli appalti e ridotte le barriere nei servizi e ci dovrà essere piena collaborazione su temi di interesse comune (lavoro, energia, medie e piccole imprese, combustibili fossili). Un economista che si è sempre dichiarato fermamente contrario al trattato è il premio Nobel per l’economia nel 2001 Joseph Stiglitz; quest’ultimo, infatti, crede che, in realtà, il TTIP non sia un accordo di libero scambio ma di gestione della nostra economia da parte degli Stati Uniti, a scapito dei cittadini europei (e- dice- anche di quelli americani) in quanto verrà a mancare la tutela dei diritti dei consumatori e ci sarà una riduzione di garanzie. Anche uno studio della Tufts University del Massachusetts mette in forte discussione i presunti impatti positivi sull’economia del trattato; infatti rivela che l’attuazione del TTIP provocherebbe disarticolazione del mercato europeo, depressione della domanda interna e conseguente diminuzione del PIL europeo. Infatti gli unici che trarranno sicuramente vantaggi saranno le multinazionali americane (ovviamente a scapito dell’artigianato locale e dei prodotti tipici delle varie zone). Con l’attuazione del trattato tra USA e Unione Europea verrà messa a rischio la sicurezza alimentare in Europa: negli USA è diffuso il commercio di OGM (Organismi Geneticamente Modificati), dei quali non è ancora scientificamente provata la non dannosità, così come sono utilizzati ormoni e promotori della crescita bovina, considerati cancerogeni. Verranno messi a rischio beni comuni (come acqua, telecomunicazioni ed energia) e servizi pubblici (sanità, trasporti pubblici e istruzione), sui quali ci sarà sempre di più una spinta verso la privatizzazione e la loro universalità sarà messa a rischio dal business. Si metterà in discussione la tutela dell’ambiente poichè saranno ridotti i parametri di salvaguardia e si diffonderanno pratiche di estrazione del petrolio (fracking) altamente inquinanti. Per quanto riguarda l’Italia non verranno più tutelati made in Italy e prodotti tipici, oltre alle piccole aziende che verrebbero schiacciate dalle grandi multinazionali; potrebbe non essere più obbligatorio indicare l’origine geografica dei prodotti. Sui diritti dei lavoratori alcuni paesi europei dovranno fare un passo indietro, riducendoli, essendo negli USA minori rispetto a tanti altri stati, così come per quanto riguarda le politiche di tutela della privacy. Potrebbero diminuire i salari e ridursi la coesione sociale. La trasmissione Report ha dedicato al trattato in questione una puntata nell’ottobre del 2014, nella quale sono stati approfonditi molti dei fattori di criticità, tra cui il fatto che il suo contenuto risulta parzialmente sconosciuto. Per i motivi elencati in precedenza la nostra economia e le nostre vite cambieranno, molto probabilmente in negativo; l’augurio è quello che si cambi idea (anche il governo italiano) prima che sia troppo tardi: diritti e ambiente non vengono al secondo posto, e questo dobbiamo (e soprattutto coloro che lo stanno firmando) ricordarlo.

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