Europa: se non si cambia rotta si va a sbattere

Venerdì scorso abbiamo appreso la spiacevole notizia della vittoria dei pro-Brexit al Referendum per determinare la permanenza o meno della Gran Bretagna all’interno dell’Unione Europea, un pericoloso salto nel buio nonchè una svolta storica che determinerà, molto probabilmente, conseguenze negative soprattutto nel lungo periodo, sia sul fronte economico e sociale sia su quello politico. Per i britannici, ora, il rischio di una nuova e profonda recessione è reale, infatti secondo quanto riporta uno studio condotto dalla Bertelsmann Stiftung, in collaborazione con l’Ifo Institute di Monaco, il Brexit potrebbe arrivare a costare ai contribuenti inglesi addirittura oltre 310 miliardi di Euro (nel peggiore degli scenari si vedrebbe concretizzare una perdita pro capite di circa 1025 Euro), con il Pil in contrazione di ben 14 punti percentuali nell’arco di dodici anni. Le ragioni che hanno determinato tale risultato sono strettamente legate alla crescita delle disuguaglianze, alla scarsa attenzione verso la coesione sociale, a un’Unione che appare elitaria, lontana dai cittadini, e ad un disagio diffuso che risulta, evidentemente, terreno fertile per demagoghi e nazionalpopulisti e alimenta il desiderio di una profonda inversione di tendenza, che porta a correre il rischio di sprofondare maggiormente pur di rimescolare le carte in tavola. I vertici di Bruxelles saranno chiamati a prendere decisioni nette, infatti se non si stabilisse entro breve un radicale cambio di rotta si perderebbe, inevitabilmente, l’ultimo treno per scongiurare un fatale effetto a catena post Brexit e non potrebbe più essere arrestata la tragica disgregazione europea che stiamo vivendo, diretta conseguenza di un processo d’integrazione in stallo e rimasto letteralmente a metà, in quanto esiste una quasi completa unità sul versante monetario ma una sostanziale assenza di coesione su quello politico, da cui scaturisce l’inefficienza e debolezza dell’attuale impianto. Di certo siamo arrivati a questa grave situazione anche a causa delle politiche fallimentari avanzate dal PPE, della mancanza di una vera forza progressista transnazionale e della marcata subalternità del Partito Socialista Europeo alla destra, soggetto che non si incarica più di portare avanti le battaglie storicamente di sinistra (il caso Grecia, in particolare, fece emergere tutta l’arroganza e conservatorismo del loro leader Martin Schulz, che avrebbe preferito l’uscita dall’Euro da parte degli ellenici piuttosto che accettare richieste di ridimensionamento dei diktat della Troika). Ora più che mai, quindi, ci troviamo di fronte ad un bivio: la via indicata dai nazionalisti e populisti di tutto il Vecchio Continente, la più veloce ma che al contempo rappresenta una scelta miope e immensamente svantaggiosa, se non catastrofica, nell’era della globalizzazione, risulta quella del ritorno alle fallimentari autarchie d’inizio 900, ovvero isolamento, chiusura e definitivo abbandono del sogno europeo, mentre la strada ragionevole e auspicabile, che necessita tempo, impegno comune e forza di volontà per essere percorsa, è la realizzazione di un’Europa realmente unita, solidale e più democratica, che equivarrebbe al completamento dell’ambizioso, e incredibilmente lungimirante, progetto federalista di Altiero Spinelli. Il vero antidoto all’Europa della rigida e cieca austerity, degli egoismi nazionali, dell’intolleranza, dei muri e dei fili spinati, consisterebbe, infatti, nella cessione di sovranità da parte degli Stati membri sui vari ambiti politici ed economici verso l’unica istituzione europea democraticamente eletta dai cittadini, il Parlamento Europeo, oggi con competenze marginali di fronte allo strapotere della Troika (formata da Commissione Europea guidata da Juncker, Fondo Monetario Internazionale e Banca Centrale Europea) e nella revisione dei Trattati, allentando i vincoli più ferrei (soprattutto la riscrittura di quelli presenti nel Fiscal Compact), evidentemente dannosi, e concedendo una boccata di ossigeno, anche garantendo la possibilità di emettere Eurobond, ai paesi del Sud, i cosiddetti Pigs (Portogallo, Italia, Grecia e Spagna), tartassati da continui piani del tutto controproducenti e ingiusti di rigore, che inducono al taglio del welfare e che, quindi, ricadono, sempre, sulle spalle dei più deboli. È necessaria, dunque, un’Europa dal volto nuovo, che sappia allontanarsi dalle sole logiche neoliberiste, sia in grado di dare risposte, decida di stare dalla parte di chi ha un diritto in meno e proponga un coraggioso patto sociale, e che, dunque, metta in campo politiche attive e faccia robusti investimenti per ridurre la disoccupazione, sostenga le medie e piccole imprese e i settori manifatturieri locali, combatta con decisione la povertà, garantisca le pari opportunità e affronti il problema delle periferie abbandonate al degrado, si dimostri capillarmente organizzata e solidale nell’accoglienza dei profughi (fondamentale, per esempio, aprire corridoi umanitari) e dei migranti economici, avanzi efficaci progetti d’integrazione e si riveli realmente protagonista nella lotta ai cambiamenti climatici, attraverso un drastico ripensamento del modello di sviluppo in ottica verde; inoltre sarebbe indispensabile regolamentare la finanza, anche attraverso l’istituzione della Tobin Tax, e agire univocamente nell’interesse dei cittadini, impedendo nuove norme a vantaggio, in modo esclusivo, delle grandi lobby e interrompendo immediatamente le trattative per il TTIP (l’accordo di libero scambio in fase di negoziato con gli Stati Uniti, che ridurrebbe la maggioranza degli standard e parametri europei e metterebbe a rischio, tra le altre, la sicurezza alimentare), accusato di avere come unico e diabolico fine lo spostamento silenzioso del potere dai governi alle grandi multinazionali. I governi europei devono rendersi conto che questa è l’unica e l’ultima possibilità nella direzione del bene comune per non andare a sbattere, per non andare incontro alla dissoluzione dell’UE e per arginare derive nazionaliste e neofasciste, che si stanno trasformando in una grande marea nera pronta ad investirci, e, volenti o nolenti, serve un’urgente scatto europeista affinchè non risulti più pura utopia l’Europa designata nel Manifesto di Ventotene, che porterebbe notevoli svantaggi solo ai poteri forti e a chi ha tratto maggiori benefici dall’attuale sistema deficitario. O si riesce a formare una coalizione, spinta dal buonsenso, pronta a mettere solidarietà, integrazione e democrazia al primo posto oppure le prossime fughe dalla comunità e strappi su Schengen decreteranno, drammaticamente, la fine dell’Unione Europea.

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Ttip: il trattato che sacrifica la democrazia

Il Ttip (Transatlantic Trade and Investment Partnership) è un trattato in fase di negoziato tra Europa e Stati Uniti che ha lo scopo di abbattere le barriere tariffarie e quelle non tariffarie, ovvero le differenze nei regolamenti tecnici, negli standard applicati ai prodotti, nelle procedure d’omologazione, nelle regole sanitarie, nelle normative fitosanitarie e in altri spezzoni legislativi. Dell’accordo, però, sappiamo ben poco e l’accusa di poca trasparenza è sicuramente fondata, infatti le trattative continuano (il 27 febbraio a Bruxelles si è concluso il dodicesimo incontro) a porte chiuse e viene negata, con alto grado di segretezza, la conoscenza dell’effettivo procedere dei testi (vige il totale divieto di divulgazione), sacrificando la democrazia sull’altare del potere al più forte. Il Ttip influenzerà massicciamente le politiche del vecchio continente e le nostre vite perciò non è tollerabile la mancanza di un testo, accessibile alla cittadinanza, chiaro, dettagliato e aggiornato a seguito di ogni incontro, nè possono essere accettati provvedimenti calati dall’alto a vantaggio di pochi; inoltre risulta alquanto grave l’assenza di un vero dibattito sul tema nel nostro Paese (a causa della scarsissima informazione in merito), a differenza di quanto avvenuto in parecchi altri stati europei, come in Germania, in cui ad ottobre scorso si sono mobilitati duecentocinquantamila cittadini contro il trattato e la campagna di protesta “No Ttip” ha superato tre milioni e cinquecentomila adesioni. Qualora ci interrogassimo sul reale motivo della ridotta, se non nulla, trasparenza potremmo arrivare ad una conclusione simile a questa: il vero fine del pessimo trattato (cosiddetto di libero scambio, quando si tratta di selvaggio ultraliberismo) non sarebbe tagliare i dazi doganali residui, già particolarmente ridotti (e questa misura si rivelerebbe anche positiva), bensì potrebbe essere verosimile l’accusa secondo cui la reale intenzione sarebbe quella di spostare silenziosamente il potere decisionale dai cittadini e governi verso le grandi aziende multinazionali, alle quali, grazie all’arbitrato internazionale sugli investimenti (una sorta di tribunale speciale privato, chiamato ISDS), verrebbe garantita la possibilità, scavalcando le leggi nazionali e i Parlamenti, di ricorrere contro lo stato in cui si è investito nel caso questo compisse, mettendo a rischio il profitto dell’impresa, legittimi interventi volti alla tutela dei consumatori e alla regolamentazione dell’economia (per esempio, aumentando il salario minimo o la tassazione, alzando i parametri di salvaguardia ambientale o rafforzando le tutele dei lavoratori dipendenti) e la principale criticità è, appunto, legata alla natura vincolante dei termini dell’accordo. Inoltre il Ttip, sul fronte delle barriere non tariffarie, metterebbe a rischio le norme europee su OGM, etichettatura dei prodotti, clonazione animale e uso di pesticidi (negli USA la normativa vigente risulta molto meno restrittiva per i sopracitati, per esempio sono legali ottantadue antiparassitari banditi nell’UE), potrebbe permettere un’altra pratica diffusa negli States, ossia l’utilizzo di ormoni e promotori della crescita bovina, potenzialmente cancerogeni, e non è finita qui: potrebbero essere abbattuti, anche, i limiti sulle dannose tecniche di fracking per l’estrazione dei combustibili fossili e facilitati l’esportazione di petrolio da sabbie bituminose e l’uso di ingredienti nocivi, oggi vietati in Europa, per la composizione dei cosmetici, in quanto negli Stati Uniti il principio di precauzione non vale, infatti le sostanze chimiche sono considerate sicure fino a prova contraria, esattamente l’opposto di quanto accade in Europa (è chiaro, dunque, che il trattato indebolirebbe la stragrande maggioranza dei nostri standard a tutela dei cittadini). Un altro tasto dolente non può che essere la liberalizzazione dei servizi, che significherebbe aprirli alle logiche di mercato, mettere a rischio la loro universalità e spalancare le porte, inevitabilmente, alla loro privatizzazione, minando le pari opportunità e le garanzie sociali e ampliando le disuguaglianze. Proseguire in questa direzione, senza modificare alcunchè, sarebbe difficilmente giustificabile anche a seguito degli impegni presi al Cop 21 di Parigi sul fronte ambientale, in quanto un laissez-faire senza regolamentazione alcuna non può essere una scelta presa in ottica verde, quando riconversione ecologica dell’economia e rafforzamento dei parametri di salvaguardia ambientale dovrebbero essere messi al primo posto per arginare il gravissimo problema del surriscaldamento globale. Le alternative al Ttip, certamente, non potranno essere il protezionismo e l’isolamento economico, come auspicato dai fautori dell’autarchia, dimostratasi nel secolo scorso totalmente fallimentare, ma dovrebbe essere quella di garantire il libero mercato e l’interscambio ma senza ridurre le tutele alla popolazione o trascurare la difesa dell’ambiente; l’Europa solidale, unita e democratica sognata da Altiero Spinelli e ideata nel Manifesto di Ventotene non è, sicuramente, quella del Ttip così come impostato, per questo motivo è necessario invertire la rotta al più presto, cedendo sovranità per creare una vera federazione europea e non verso le multinazionali.

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La pessima trovata di alzare il limite del contante

Secondo il ministro dell’Interno Angelino Alfano il Governo promuoverebbe iniziative di centrodestra: per una volta non si può che essere d’accordo!

Martedì è stata approvata alla Camera l’importante (e sacrosanta come primo passo verso l’inclusione sociale) legge sulla cittadinanza italiana ai nati da immigrati nel nostro Paese, cioè lo Ius Soli “temperato”, ma è stato anche (e soprattutto) il giorno della nuova trovata del premier Matteo Renzi, guarda a caso totalmente anomala alla tradizione del centrosinistra, di aggiungere alla Legge di Stabilità l’aumento della soglia dell’uso del contante da mille a tremila euro, soddisfacendo la richiesta dell’alleato Nuovo Centrodestra (stessa proposta fatta anche da Forza Italia e altre liste di destra).

“Gli altri paesi europei hanno la soglia più alta!” Questa era l’obiezione più comune del fronte contrario al tetto finora in vigore, molto debole e superficiale in quanto l’Italia non può essere paragonata alla maggioranza degli altri paesi, trovandosi sul podio europeo per evasione fiscale e corruzione, che equivalgono rispettivamente alle cifre monstre di 120 e 60 miliardi di euro annui (180 miliardi che ricadono sulle spalle degli onesti), infatti il “nero” vale circa il 17% del totale del nostro PIL; inoltre è del tutto errato il riferimento al “tetto” francese fatto dal Presidente del Consiglio per dare credito alla proposta che sarà a breve concretizzata, poichè nella medesima nazione la soglia è stata fissata (regola entrata in vigore a Settembre) a mille euro. Chiaramente contraria alla nuova norma la senatrice democratica Maria Cecilia Guerra, vice-Ministro del Lavoro del Governo Letta, la quale spiega che aumentare la soglia dell’uso del contante equivarrà a favorire evasione, corruzione, riciclaggio e autoriciclaggio, anzichè contrastarli con decisione (come ci direbbe il buonsenso), e rappresenterà una grave regressione su un tema così importante. Sulla linea della compagna di partito troviamo Pierluigi Bersani, che boccia totalmente la mossa del Governo, ritenendo che non possiamo prendere la stessa medicina di un paese che non è malato e che il rischio di incentivare i consumi in nero è certificato, in primis, dall’Agenzia delle Entrate. Oltre a ciò va aggiunto che non c’è alcuna prova che la novità possa favorire i consumi in quanto, oggi, la carta di credito non può rappresentare un ostacolo per coloro che devono effettuare un acquisto da migliaia di euro (verrebbero dei dubbi se lo fosse) e poi sorge spontaneo un interrogativo: quante persone girano con una tale cifra in tasca? L’aspettativa delusa di una nuova e potente strategia sul fronte del contrasto all’evasione aveva fatto già discutere ad Agosto ma, ora, questa trovata vede tutto il fronte socialdemocratico decisamente contrario, dalla minoranza dem in toto (D’Attore sempre più vicino alla scissione) ai soggetti a sinistra del partito di Renzi, insieme ad importanti economisti, come il governatore di Bankitalia Ignazio Visco, e alle associazioni Federconsumatori e Adusbef, le quali definiscono l’ipotesi di triplicare il tetto del tutto immotivata e fuori luogo. Sicuramente sarebbe andata a vantaggio di tutti i cittadini e dell’Erario, invece, una scelta che andasse nella direzione opposta, cioè l’abbattimento dei costi delle transazioni finanziarie attraverso carta di credito, per incentivare il suo utilizzo, e l’introduzione di forti agevolazioni fiscali per i commercianti che utilizzano il POS (per contrastare l’evasione si sarebbe dovuto riaprire anche il capitolo “contrasto d’interessi”).

La norma, quindi, rischia di diventare un grande favore agli evasori e se la tattica fosse proprio cercare consenso tra questi, e non si stesse trattando di una mossa soltanto ingenua, il disgusto sarebbe immenso. Questa pessima modifica si aggiunge ad una serie incredibile di riforme più che discutibili, sperando che la lista non culmini con quella che sarebbe l’agghiacciante decisione di dare via libera alla realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina; Alfano e Verdini se la ridono, perchè sanno bene che Renzi ha spazzato via il centrosinistra e l’ha ridotto ad un piccolo gruppetto di parlamentari.

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L’austerity vince ancora

La politica fallimentare di solo rigore dell’ex Troika continua ad essere imposta

Il referendum del 5 luglio, in cui ha trionfato il “NO” alle proposte di sola austerity dei creditori, per molte persone avrebbe rafforzato la posizione del capo del governo Alexis Tsipras all’interno della trattativa, o per lo meno era una speranza. Lo scenario del compromesso doloroso (forse dolorosissimo), nonostante il risultato del referendum (che ha irrigidito maggiormente Merkel e co.), che non è stato preso, ingiustamente, in considerazione dai creditori, si è, purtroppo per il popolo greco, concretizzato (come spiegavo quanto fosse probabile in un articolo post οχι). Tsipras ha dovuto per forza cedere alle condizioni, ancora una volta pesanti e ingiuste, dei creditori, che erano state rifiutate dal popolo greco, poichè, incredibilmente, negli ultimi giorni non preoccupava più eccessivamente lo scenario che avrebbe previsto l’uscita della Grecia dall’Euro (l’integralista ministro delle finanze tedesco ha addirittura proposta il Grexit per cinque anni) per chi risiedeva dalla parte opposta del tavolo delle trattative (i capi di governo di 10 stati, altamente irresponsabili, tra cui Belgio, Paesi Bassi, Finlandia e, appunto, Germania non si sarebbero opposti ad un eventuale Grexit e, forse, lo speravano pure) e se il leader di Syriza avesse rifiutato il piano propostogli questa via si sarebbe concretizzata (il capo del governo ellenico ha voluto da subito scartare l’opzione del ritorno alla Dracma per le conseguenze sicuramente peggiori rispetto alle richieste dei creditori). Entrando nel dettaglio, il piano dell’Unione Europea (accordo raggiunto dalle due parti dopo 17 ore di trattativa) prevede un ampio pacchetto di riforme che Tsipras dovrà mettere in campo in soli tre giorni, dall’aumento dell’IVA, anche sui beni di prima necessità al taglio graduale di quella “mini” per le isole e dall’aumento dell’età pensionabile, dal taglio ai contributi statali per l’aumento delle pensioni minime e dal disincentivo al pensionamento anticipato alla privatizzazione della rete elettrica, alla reintroduzione dei licenziamenti collettivi e al forte aumento delle tasse (soprattutto di quelle sulle imprese e sui beni di lusso), tutto ciò in cambio del terzo salvataggio da 86 miliardi e l’eventuale rimodulazione della scadenza del pagamento dei debiti, solo a riforme attuate. Questo piano è l’esatta copia di quelli già imposti, durante gli anni passati, dalla Troika con conseguenti risultati pessimi (dopo i gravi errori economici commessi in passato dalla classe dirigente greca) che, uniti all’incapacità dei governi ellenici di attuare riforme indispensabili, hanno portato alla contrazione del PIL del 25%, al crollo del 33% dei consumi, all’aumento del rapporto debito pubblico/pil dal 112,5% al 180% (mentre lo scopo sarebbe stato contenerlo), all’aumento della disoccupazione dal 9% al 25%, alla riduzione delle pensioni del 48% e dei salari del 37%, all’universalità del sistema sanitario non più garantita, al licenziamento di una miriade di statali e al pagamento dei dipendenti pubblici (coloro che sono scampati ai licenziamenti) addirittura, in alcuni casi, in buoni pasto; potremmo dire che “quando una cura sbagliata continua ad essere somministrata ad un malato grave, quest’ultimo rischia di morire”, infatti le nuove misure rischiano di dare il colpo finale ad un’economia già disastrata. L’Unione Europea continua la propria serie di politiche ingiuste, fondate sul solo e spietato rigore, senza preoccuparsi di crescita e occupazione, e finchè non invertirà rotta, mettendo solidarietà e integrazione al primo posto (con lo scopo finale della creazione degli Stati Uniti d’Europa) è destinata a rimanere inefficiente e a disgregarsi. L’austerity vince ancora (anche se la prima sconfitta, per le proposte, dovrebbe essere l’UE), ma Alexis Tsipras non esce sconfitto (anche se il suo governo rischia di cadere, visto che il presidente del consiglio greco viene accusato da alcuni contestatori di aver tradito il mandato del referendum), perchè ha fatto degli errori ma sicuramente il possibile per evitare una nuova mazzata, alla fine, però, ha dovuto cedere (continuare a portare avanti la linea dello scontro avrebbe portato inevitabilmente al Grexit), costretto da continui ricatti ingiustificabili; forse il risultato del referendum si è rivelato una sorta di vittoria di Pirro ma ha aperto una grande riflessione che ha coinvolto tutto il vecchio continente, ora abbiamo la consapevolezza che la strada per un’altra Europa è lunga e molto tortuosa, però questa esiste e anche il governo italiano guidato da Renzi ha responsabilità se finora questa non è stata percorsa (completamente ininfluente nella situazione greca), così come le ha il principale partito socialdemocratico (o almeno così dovrebbe essere il PSE) guidato da Martin Schulz, che non si è opposto alla linea dell’austerity e della sua connazionale Merkel, anzi si è schierato pesantemente contro a colui che l’ha combattuta, Tsipras. Per ora possiamo rimarcare la nostra solidarietà nei confronti del popolo greco e sperare in colpi di scena che portino ad un’Europa diversa.

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Il sogno di Altiero Spinelli: gli Stati Uniti d’Europa

L’Unione Europea così com’è non funziona e la situazione greca ne è un esempio lampante. Questa è l’UE degli interessi   finanziari dei paesi potenti (la Germania della cancelliera Merkel in primis), della Troika, degli egoismi, dei muri e delle barriere, del solo rigore e dei vincoli (del Fiscal Compact, del tetto del 3% deficit/pil e del pareggio di bilancio). Negli anni ’40 (durante il periodo di confino) nell’isola di Ventotene, nel Mar Tirreno, Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni scrissero il Manifesto di Ventotene, un documento che promuoveva l’unità europea; l’idea era un’Europa libera e unita, ma il loro progetto, nonostante siano trascorsi da allora più di 70 anni, è stato concretizzato solo parzialmente. In tutto il vecchio continente, oggi, avanzano i partiti populisti, antieuro ed euroscettici, che presentano il nazionalismo (maggiore sovranità nazionale e meno Europa) come alternativa vincente all’inefficienza dell’Unione, puntando alla sua dissoluzione. Dentro una cornice di globalizzazione, in cui sono integrati i mercati mondiali e gli Stati Uniti sono la prima potenza, sarebbe impensabile la strada del ritorno alle fallimentari autarchie dell’inizio del ‘900, per questo l’altra faccia della medaglia e, probabilmente, la strada da percorrere migliore per tutti è il completamento del progetto federalista di Altiero Spinelli. La costruzione degli Stati Uniti d’Europa e la cessione di sovranità da parte dei singoli stati verso le istituzioni democratiche europee (oggi i poteri del Parlamento europeo e dell’Alto rappresentante degli esteri sono minimi) forse risultano un’utopia e probabilmente l’egoismo di pochi stati li rendono impossibili, eppure sarebbero il vero cambiamento (con la c maiuscola) e la svolta a beneficio di tutti (“l’unione farebbe la forza”). Dovrebbe essere subito riaperto il dibattito per la scrittura della Costituzione europea (idea resistita fino al 2009, cioè al rifiuto da parte di Francia e Paesi Bassi, poi abbandonata), mentre sono necessari provvedimenti per riorganizzare la Banca Centrale Europea, affinchè ponga come obiettivi occupazione e crescita, oltre a quello della stabilità dei prezzi, per l’estensione dei poteri del Parlamento europeo, per arrivare, finalmente, all’unione bancaria, per la coesione delle politiche estere e rigurdanti l’immigrazione, per la realizzazione di un esercito europeo (con ingenti risparmi per i singoli stati sulle spese per la difesa) che promuova pace e nonviolenza, per una politica industriale integrata, per la possibilità di emettere eurobond e per la costituzione di un fondo di debiti comune (tutto questo anche attraverso la revisione di ogni trattato). Molti di questi punti da attuare sono stati ribaditi come fondamentali anche nell’appello firmato dal premio Nobel nel 2001 Stiglitz e dall’economista Piketty (insieme a molti altri intelletuali e politici, per lo più progressisti) e pubblicato sul Financial Times, in cui veniva chiesto all’Unione Europea di evitare ad ogni costo l’uscita della Grecia dall’Eurozona e di invertire la rotta sulle politiche di sola austerity. La strada per un’Unione Europea solidale, libera e unita è ancora lunga e in salita, ma desidero fortemente, un giorno non troppo lontano, potermi ritenere davvero cittadino europeo. Gli egoismi nazionali vinceranno ancora a lungo??

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La situazione greca in una favola

In questo articolo vorrei provare a trasformare la delicatissima e grave situazione greca in una favola, ovviamente semplificandola al massimo, così come la racconterei ad un bambino: C’era una volta una signora di nome Atena. Da piccola visse anni fiorenti per cui si ricorda (persona molto democratica), poi, dopo vario tempo, cominciò a spendere molto di più di quanto poteva e con il suo stipendio di 1400 euro mensili non poteva continuare a comprare auto di lusso, seconde case e gioielli senza accumulare debiti su debiti, ma fino ad un certo punto furono, tutto sommato, sostenibili. All’inizio della crisi il suo salario si ridusse notevolmente e non riuscì più a pagare i propri debiti contratti con i familiari (la famiglia Europa) nè a mantenere le proprie condizioni agiate. A quel punto cugini e zii pretesero che Atena vendesse (meglio svendesse) parte del suo patrimonio e che riducesse le spese per i viveri essenziali, affinchè potesse pagare i debiti e gli interessi. Le condizioni di Atena peggiorarono, gli incassi diminuirono ancora, i debiti aumentarono ulteriormente e non ebbe più liquidità nemmeno per fare la spesa. La sciagurata andò vicina alla morte più di una volta ma in cambio del suo salvataggio vennero chiesti da parte dei parenti altri crediti per le medicine. Tutti si allontanarono da Atena e pensarono solo al proprio interesse, severissimi zia Merkel, nonno Juncker e suocero Scheauble, che optarono per la linea della rigidità e la ferrea punizione (ma la loro punizione non fece comunque ridurre i suoi debiti e peggiorò solo la sua condizione). Anche cugino Italo e cugina Iberica si ritrovarono in piena difficoltà. Alla fine, all’ulteriore pretesa di decurtazione delle proprie spese (anche sui beni di prima necessità) e di cessione anche dell’auto, senza in cambio una boccata d’ossigneno sui debiti e vedendo tutta la famiglia che voltava le spalle, si ribellò e decise di rifiutare nuove e spietate decurtazioni. Il suo obiettivo era modificare gli ideali della propria famiglia, tornando a quelli iniziali (così come la voleva il bisnonno Altiero Spinelli), e non optare per non vederla mai più (importante decisione, visto che da sola non se la sarebbe cavata). Attorno ad Atena si strinsero prozii e i parenti meno influenti in difficoltà, che però non si erano arresi alla linea degli altri. Atena si battè per una famiglia solidale, più unita e democratica, per il bene di tutti. Il finale della storia e il futuro della famiglia Europa li troverete nelle prossime pagine del libro di Atena, che saranno scritte a partire da domani. Ogni favola ha una morale e termina con “e vissero tutti felici e contenti”, la prima è chiara (la solidarietà e l’aiuto reciproco è alla base di solidi e duraturi rapporti), il lieto fine ce lo auguriamo tutti.

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ΟΧΙ! e ora?

I risultati parziali del referendum greco, annunciato alla fine della scorsa settimana, vedono il NO -ΟΧΙ- in testa con un netto   vantaggio sul SÌ (61% vs 39%), un plebiscito tra i giovani. Questo “no” rappresenta un rifiuto dei greci alle nuove misure di sola austerità (cioè aumento dell’IVA ordinaria al 23% e di quella agevolata, eliminazione dei contributi statali all’aumento delle pensioni minime, aumento dell’età pensionabile, tassazione al 29% sul reddito d’impresa, riduzione del disavanzo primario, privatizzazione di porti, aeroporti e società strategiche varie e rifiuto di ristrutturazione del debito) che sarebbero state imposte dai creditori per continuare a far pagare i debiti e gli interessi su questi dagli elleni (la sola e spietata austerità della Troika, peraltro unita a governi incapaci di fare riforme e opporsi a queste imposizioni, ha fatto contrarre il PIL greco del 25%, distrutto parte del welfare e ha enormemente aumentato il suo debito pubblico, effetto esattamente contrario a quello auspicato) e, soprattutto, rappresenta la rinnovata fiducia al presidente del consiglio e leader di Syriza Alexis Tsipras, che si sarebbe dimesso insieme al resto dei ministri (sarebbe caduto un Governo in carica solo dal 26 gennaio scorso), invece, in caso di “sì”. Per la sinistra radicale greca questo “no” è un enorme “sì” ad un’Europa solidale, federalista e diversa, fondata sull’aiuto dei paesi più in difficoltà attraverso politiche economiche espansive improntate alla crescita (quella che chiedevano gli illustri economisti Joseph Stiglitz, Piketty e Krugman). E, a questo punto, da domani cosa succederà? Effettivamente le speranze sono tante ma tutto dipenderà dalla volontà dei creditori: domani Tsipras andrà a trattare con Merkel e co. solo teoricamente con il negoziato sbilanciato a suo vantaggio, perchè Juncker, Fondo Monetario e BCE potrebbero (se vogliamo fare i pessimisti, o magari realisti) fare un’ultima offerta solo leggermente più vantaggiosa (prevedo che la richiesta e promessa fatta da Varoufakis del taglio del 30% del debito non verrà accettata), ma se non dovesse accontentare il primo ministro greco, che dovrà essere molto rigido visto il mandato del suo popolo, significherà il non auspicabile Grexit e ritorno alla Dracma (forse peggio per il popolo che nuova e ingiusta austerità) oppure se questo scenario vorrà essere evitato da entrambe le parti, si opterà per un compromesso che non soddisfi in pieno nè Grecia nè UE. Un altro rischio, a ragion veduta (Salvini, Meloni e Grillo), sarà un exploit dei partiti antieuropeisti, ultranazionalisti e euroscettici in varie aree (non per un’Europa politica e non solo finanziaria, federale, solidale e democratica ma per la sua totale dissoluzione), che stanno confondendo clamorosamente il messaggio del referendum (il M5S, per esempio, crede che il problema sia la moneta unica e non questa UE). Questa Europa fondata sui poteri forti ha fallito (purtroppo anche Schulz, capo del Partito Socialista Europeo, sta difendendo questo sistema), ci auguriamo che possa cambiare al più presto (e per fare questo ci vorrebbe una larga coslizione di governo disposti a flessibilizzare quelli esistenti o a decretare un nuovo trattato “ex novo”) anche perchè, come ha detto l’ex presidente del consiglio e ministro degli esteri, Massimo D’Alema, che a Rai News ha fatto una lucidissima analisi della situazione Grecia-UE, se non si cambia la cura sbagliata alla fine il malato muore (l’austerità infatti è una finta cura all’indebitamento, distrugge l’economia ma non riduce il debito pubblico). Non ci resta che incrociare le dita per un accordo a favore del popolo greco (anche se questa opzione non è assolutamente scontata, come raccontato prima) e a vantaggio di tutti i paesi schiacciati dalle politiche spietate subite fino ad ora (quasi punizioni severissime e ingiuste per gli evidenti errori economici commessi nel tempo in Italia, Grecia, Spagna, Portogallo ecc. a cui sono conseguiti enormi buchi di bilancio).

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