No a Fiscal Compact e pareggio di bilancio Sì ad un’Europa democratica e unita

La Grecia sta raschiando il fondo del barile e l’UE non cede alle richieste di Tsipras e Varoufakis, e quindi, di fatto, stabilisce a tavolino il loro declino. Così anche all’Italia sono imposte regole ferree, che bloccano qualsiasi spiraglio di ripresa. Sicuramente le responsabilità sul gigantesco debito pubblico di oltre 2000 miliardi di euro (più del 130% del prodotto interno lordo) sono nostre, frutto di politiche di finanza pubblica sbagliate (dagli anni 80 il disavanzo della bilancia commerciale, a parte rapide parentesi, caratterizza l’economia italiana, così come le spese da parte dello stato hanno sempre superato le entrate, il sistema pensionistico è diventato sempre più pesante, l’offerta di tassi d’interesse nominali sul debito erano più alti rispetto agli altri paesi e l’evasione fiscale è sempre stata in crescita, creando gravi buchi nel bilancio pubblico). L’Italia ha risentito dell’impatto della crisi economica già dal suo inizio soprattutto a causa del debito pubblico e a causa di una mancata reazione della politica (che non era stata lungimirante). Durante la crisi è andata, a livello economico, sempre peggio, soprattutto a causa delle pesanti regole europee che si sono andate a sommare a quelle dei trattati precedenti: errori gravi l’approvazione del pareggio di bilancio costituzionale e il mancato sforamento, magari solo temporaneo, del tetto del 3% sul rapporto deficit/pil per gli investimenti (parametro non rispettato da Francia, Belgio, Spagna e Portogallo tra le tante), sulla cui flessibilizzazione l’UE è risultata sempre intransigente nel rifiuto. Le misure europee hanno quindi creato un’ulteriore recessione (e oggi frenano la ripresa), pretendendo un pareggio di bilancio in un breve periodo (che ha portato all’indebolimento del welfare e all’aumento della tassazione) e non lasciando la possibilità di investire ad ogni paese con alto deficit. Secondo alcuni economisti il Fiscal Compact, che obbliga alla riduzione del rapporto tra debito pubblico e PIL (l’obiettivo sarebbe arrivare al 60%), taglierebbe all’Italia ogni anno più di 10-15 miliardi, mentre per altri a regime fino a 40 miliardi all’anno. Quindi il problema non è l’Euro, come sostengono i partiti euroscettici, ma i vincoli, che frenano e soffocano un’economia già massacrata. L’Europa deve cambiare, e anche in modo radicale, partendo dall’ampliamento dei poteri del parlamento europeo a scapito di Troika e commissione europea, dalla flessibilizzazione dei parametri e dall’attuazione di sole politiche espansive. Si dovrebbe velocizzare un processo di unificazione e integrazione fondato sulla solidarietà, in cui non sono pochi stati potenti a decidere il destino economico di molti, e si dovrebbe concedere la possibilità all’UE di imposizione fiscale (carbon tax e tobin tax) in cambio di maggiori finanziamenti strutturali verso ogni paese, partendo da quelli con più disoccupazione e più in difficoltà. Quindi per la ripresa servono la reazione contro la crisi della politica italiana e un’Europa unita e democratica.

dalla parte del progresso AA99

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