La democrazia secondo Matteo

Secondo quanto riportato dagli ultimi dati forniti dalla società di rilevazioni Geca, il premier Renzi da solo ha potuto parlare, a Giugno, durante i telegiornali più di tutta l’opposizione messa assieme, ben 11 ore contro le 10 e 30 minuti concesse a M5S, Forza Italia, Lega, Fratelli d’Italia e Sinistra Italiana, mentre se andassimo a sommare le ore a disposizione del Presidente del Consiglio a quelle dell’intera area di Governo, composta da Partito Democratico, Nuovo Centrodestra e Scelta Civica, arriveremmo a 30 ore e 22 minuti, impiegati, soprattutto, per fare propaganda a favore del Sì riguardo al, quantomeno delicato, Referendum Costituzionale che si terrà, molto probabilmente, nel mese di Novembre. Ancor più grave, rispetto ai dati che arrivano dalle Tv private, è l’evidente squilibrio d’opportunità anche laddove l’informazione dovrebbe essere incondizionata ed esclusivamente a servizio dei cittadini, ovvero in Rai, al contrario ancora assoggettata al Governo e sempre meno libera, soprattutto dopo l’epurazione di Nicola Porro e la chiusura del suo talk di Rai 2 Virus, l’allontanamento di Massimo Giannini dalla trasmissione Ballarò e quello, il più recente e clamoroso, di Bianca Berlinguer, direttrice da sette anni del Tg 3, sostituita da Luca Mazzà, “casualmente” coui che lasciò l’incarico nella trasmisione condotta da Giannini in dissenso con la linea portata avanti dallo stesso giornalista, accusata di essere esageratamente antirenziana. Queste decisioni sono state prese da un direttore generale, Campo Dall’Orto, che appare un fedelissimo del premier (il quale, peraltro, percepisce una super retribuzione annuale, pari a 650 mila euro, ben oltre il tetto massimo di 240 mila fissato per i manager pubblici) e approvate da un Consiglio d’Amministrazione, eletto lo scorso anno secondo i criteri della pessima Legge Gasparri (realizzata in era berlusconiana ad hoc per la lottizzazione), che non risulta nè autonomo, infatti utilizzare l’argomentazione della sua totale indipendenza nelle scelte significa nascondersi dietro ad un dito, nè imparziale, in quanto espressione della maggioranza, con sei membri su nove indubbiamente vicini al Governo, tra cui due indicati direttamente da Palazzo Chigi, la presidente Monica Maggioni e il consigliere Marco Fortis, su diktat del Tesoro.

Vedere nei blitz di viale Mazzini, dato questo quadro della situazione, un tenativo di normalizzazione della Rai è certamente legittimo, infatti tutte le nomine, in ottica Referendum, hanno un chiaro indirizzo politico, esattamente come avveniva in passato mentre i renziani di ferro si improvvisavano paladini del pluralismo d’informazione e si ritenevano fermi sostenitori di una Rai libera dai partiti (probabilmente intendevano tutti a meno del proprio). Sull’ultima serie di nomine d’inizio Agosto, peraltro dettate senza un confronto preventivo sulla linea editoriale, sono arrivate dure critiche dalla Federazione della Stampa, dal sindacato dei giornalisti della Tv pubblica Usigrai, dalle opposizioni in toto e dall’ex segretario dei Dem Bersani, che accusa la propria dirigenza di essere compartecipe dei vecchi vizi, mentre per il consigliere Rai, indicato nel CdA da Sel e M5S, Carlo Freccero queste nomine palesemente monocolore, spacciate per una riorganizzazione interna, riportano il servizio pubblico agli anni ’60, al tempo della Dc di Fanfani, e sono considerate decisioni miopi e prese in modo non trasparente da Miguel Gotor e Federico Fornaro, i senatori della minoranza interna al Partito Democratico che hanno scelto la via delle dimissioni dalla Commissione Vigilanza, in seguito all’estromissione di una personalità autorevole e competente come la Berlinguer (che garantiva un equilibrio sostanziale tra i tempi di parola dei “No” e dei “Sì” sul Referendum), attraverso un’accelerazione agostana difficilmente in buona fede.

Correva l’anno 2002 quando l’allora Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, attraverso il cosiddetto editto bulgaro, sollecitava pubblicamente i vertici Rai ad estromettere i giornalisti Enzo Biagi e Michele Santoro e il comico Daniele Luttazzi, accusati di aver fatto un uso criminoso della Tv pubblica, e poco dopo effettivamente allontanati. Rispetto ad allora il premier attuale non ha il gigantesco conflito d’interessi di Berlusconi e non utilizza i modi agghiaccianti dell’ex Presidente, ma, per accrescrere il consenso e non rischiare di cadere in seguito al Referendum sul nuovo Senato, anche Matteo Renzi pare non abbia esitato a mettere lo zampino nelle direttive, non si è risparmiato dall’attaccare in continuazione i giornalisti a lui avversi (specie quelli che non possono essere sollevati dall’incarico) e i talk show che non fanno propaganda dalla sua parte e non hanno aderito alla capziosa narrazione renziana, e sembra non avere la minima intenzione di rendere l’informazione della Tv pubblica realmente libera dalle lottizzazioni e dalle logiche di partito; tutto, di certo, prevedibile dopo le incredibilmente gravi dichiarazioni, datate 2015, di Michele Anzaldi, segretario della Commissione Vigilanza e deputato del Pd, il quale sostenne, in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera, che c’era un problema con Rai 3, in cui maltrattano, in continuazione, il Governo e che, in tale rete, non avrebbero capito che Matteo Renzi è diventato segretario del Pd e premier, ma non è finita qui, lo stesso Anzaldi, infatti, è stato il primo a scagliarsi contro Giannini, auspicando querele e sanzioni nei suoi confronti, dopo che il conduttore di Ballarò ebbe definito incestuoso il rapporto Boschi-Banca Etruria. Non dimentichiamoci, inoltre, della più che discutibile Riforma Rai approvata a Settembre dal Parlamento che somiglia molto ad una Legge Gasparri 2.0: si concentrano maggiori poteri nelle mani dell’amministratore delegato (dopo la figura del super preside introdotta con la Riforma della Scuola, non poteva mancare la messa in campo del nuovo super a.d.) e si lascia la possibilità al Governo di indicare due membri del CdA su sette totali, e non più nove come previsto fino ad allora, con il Parlamento che dovrà stabilirne quattro.

L’Italia si trova alla 77esima posizione per libertà di stampa, alle spalle di Burkina Faso, Botswana e Nicaragua, nella classifica stilata ad Aprile da ‘Reporter senza frontiere’ e dietro questo piazzamento pesa anche, inevitabilmente, la poca autonomia del servizio pubblico di ieri e di oggi, soggiogato dalla politica e usato, spesso e volentieri, per scopi elettorali. La visione renziana della Rai, in perfetta linea con quella dei governi Berlusconi, è inaccettabile e non può appartenere a chi garantiva un cambiamento radicale e prometteva di non prescindere dal pluralismo d’informazione: “i partiti fuori dalla Tv pubblica” non può e non deve rimanere solamente uno slogan da campagna elettorale, la Rai non è di proprietà delle forze politiche o del Governo, ma dei cittadini italiani.

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Il pasticcio della (non) Buona scuola

Dal preside onnipotente al solo miliardo di investimenti stanziato per quest’anno (i paesi Ocse spendono in media il 5,7% del loro PIL per il sistema scolastico, l’Italia solo il 4,5%, dopo le ultime riforme nel nome dei tagli sulla cultura), sono vari i motivi per cui la riforma della scuola delude e non soddisfa nessuno, nè studenti e famiglie nè insegnanti e, soprattutto, sindacati, poichè non da risposte alle vere necessità e alle molte problematiche della scuola italiana. La Buona scuola, o meglio Non buona scuola, approvata il mese scorso dalla Camera dei Deputati (e ora in discussione al Senato) tra le critiche di opposizione e minoranza dem (Stefano Fassina in primis), non contiene misure per il contrasto alla dispersione scolastica (al 17%, Italia tra le prime in Europa), per garantire le borse di studio, per rendere la scuola davvero inclusiva, non sblocca il contratto dei docenti (bloccato dal 2009), i quali sono tra meno retribuiti in europa, proroga il blocco del turnover, non ripristina nemmeno una parte delle ore sottratte dalla riforma Gelmini e il tempo pieno e, soprattutto, offre pochissime risorse aggiuntive ai singoli istituiti (partendo da quelli in zone più disagiate) per investire in innovazione o per garantire progetti e il potenziamento dell’offerta formativa. La riforma Giannini, invece, conferisce maggiori poteri ai presidi (i super-presidi!) come quello di chiamata diretta degli insegnanti per assegnargli incarichi di durata massima triennale e rinnovabili, selezionabili attraverso colloqui, quello di promuovere o bocciare i neoassunti durante l’anno di prova, quello di piena gestione delle risorse umane, tecnologiche, materiali e finanziarie, quello di stabilire le supplenze fino a dieci giorni anche senza specifica abilitazione del docente e, infine, quello di poter premiare gli insegnanti meritevoli (stanziati 200 milioni), su scelta, oltre che del dirigente stesso, di due insegnanti e due genitori (un genitore e uno studente alle superiori). Questo significa un’organizzazione aziendale della scuola, o forse anche peggio, in quanto alcuni presidi potrebbero incaricare o premiare gli insegnanti senza considerare il merito, instaurando sistemi di raccomandazioni o ricatti; infatti per valorizzare realmente il merito occorrerebbe l’occhio di esperti esterni, in grado di valutare il metodo d’insegnamento, le relazioni con gli alunni e la preparazione di ogni singolo docente. Rafforzare l’autonomia di ogni istituto non significa dover dare tutto nelle mani di una sola persona, centralizzando anche quello che non lo era. L’Art. in questione, il n. 9, per ora non ha subito sostanziali modifiche, nonostante i continui scioperi (il prossimo, il più importante, sarà quello degli scrutini) e cortei, l’ ultimo dei quali venerdì scorso, per impedirne l’attuazione. La questione precari è un altro tasto dolente: sui 250 mila che si sarebbero dovuti stabilizzare (sentenza della Corte europea) la riforma prevede l’assunzione graduale di 100 mila insegnanti, escludendo tutti gli altri (se si fossero organizzati i progetti di cui la scuola ha bisogno, che ho elencato all’inizio dell’articolo i docenti, potrebbe servire il contributo di almeno 200 mila docenti, cioè il doppio di quelli che verranno stabilizzati). Gli altri punti (come l’alternanza scuola-lavoro) rappresentano novità trascurabili, per quanto riguarda l’edilizia scolastica, invece, servirebbero 12 miliardi mentre ne viene stanziato solo un terzo (peraltro quasi tutto solo sulla carta). Inoltre sono poco conosciuti i tagli che verranno fatti sulla spesa per l’istruzione: verranno tagliati i compensi aggiuntivi ai Commissari Interni degli esami di stato, ulteriormente i fondi per il contrasto alla dispersione scolastica, subiranno ridimensionamenti il personale amministrativo, il personale ATA e il fondo per il miglioramento dell’offerta formativa e sono stati azzerati esoneri e semiesoneri. L’unica nota positiva è la rinuncia al 5×1000 ai singoli istituti, che sarebbe stato vantaggioso, ovviamente, solo per quelli frequentati da ragazzi con famiglie più agiate. Quindi sostanzialmente la riforma non migliora il sistema scolastico, anzi, ne peggiora alcuni punti. La Buona scuola si rivela un’altra occasione persa, affinchè l’istruzione italiana sia all’altezza, su cui investire e concentrare risorse (“chi taglia sulla cultura cancella il futuro” recitava uno striscione in una della manifestazioni per una scuola diversa) per risolvere problemi da troppo tempo solo ampliati. E pensare che i cacciabombardieri f35 (considerati prioritari in un momento di enorme crisi economica) costeranno 12 miliardi

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