Non dovevano essere saldati i debiti della PA entro settembre 2014?

In attesa del più che probabile aumento dell’IVA e dell’accisa sul carburante dal prossimo anno e l’ulteriore taglio a detrazioni e deduzioni (cioè più di 55 miliardi di tasse, che colpiranno tutti, in tre anni), che daranno il colpo di grazia alla minima ripresa che sta vivendo la nostra economia, possiamo dire che il premier Matteo Renzi non ha mantenuto un’importantissima promessa (insieme a molte altre) fatta in pompa magna a Porta a Porta lo scorso anno, cioè quella di saldare tutti (ribadisco: TUTTI) i debiti della Pubblica Amministrazione nei confronti dei fornitori privati entro la fine di Settembre 2014. Nello stesso periodo il dibattito sull’abolizione o meno dell’Art.18 distolse dal tema e tutti si dimenticarono della promessa, imprese in primis. La Relazione Annuale 2014 della Banca d’Italia rivela che, al 31 dicembre 2014, i debiti commerciali della Pubblica Amministrazione ancora da saldare risultavano 70 miliardi (60, se si sottraggono i 10 miliardi che i creditori hanno ceduto pro soluto alle banche). Questo perchè la nostra Pubblica Amministrazione continua a pagare con grande ritardo, infatti salda i debiti con propri fornitori in 144 giorni, mentre la media europea è di 34 giorni, cioè 110 giorni in meno (!!!) e la differenza è ancora più marcata se prendiamo come esempi Gran Bretagna (24 giorni in media) e Germania (solo 19 giorni). Questo significa che la PA italiana si riconferma la più lenta pagatrice d’Europa anche per il 2015 e continua ad infrangere la Direttiva Europea che impone il pagamento dei debiti in 30-60 giorni. Sempre secondo la Relazione Annuale di Bankitalia i debiti sono stati ridotti solo del 5%, mentre un’altra piccola parte era stata erogata anche se la lentezza nel pagamento della PA ha fatto in modo che si rigenerasse velocemente (dal momento che beni e servizi vengono forniti in continuazione). Quindi oltre approvare pessime riforme, come Jobs Act, Sblocca Italia e Italicum, non vengono mantenute, dal presidente del Consiglio, le promesse che riguardano, invece, politiche condivisibili, e fondamentali per la ripresa, come questa.

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Detassazione: solo un miraggio per piccole e medie imprese e artigianato

La somma dell’effetto di Expo, giubileo, costo del petrolio ai minimi, quantitative easing di Draghi, svalutazione dell’Euro vale un punto di pil e per il governo Renzi il presentarsi di queste situazioni favorevoli all’economia italiana è una fortuna sfacciata, visto che, in realtà, le politiche attuate da questo hanno portato ad una crescita minima. Il total tax rate rimane al 62% (somma di tutte le imposte e contributi a carico delle imprese) e in alcune realtà raggiunge il 75% (Reggio Calabria e, leggermente meno, Bologna ): medie, piccole e micro imprese, che rappresentano il 97% delle aziende italiane, dovranno lavorare fino al 20 di agosto solo per pagare le tasse (a Reggio Calabria fino al 29 di settembre!!), sei giorni in meno rispetto allo scorso anno solamente grazie all’unica misura di detassazione attuata (insieme alla decontribuzione per gli inprenditori che offrono occupazione, ma molti non possono assumere perchè nel loro settore non c’è abbastanza lavoro e non necessitano di ulteriori dipendenti oppure perchè non possono investire, non avendo sufficienti risorse), cioè la riduzione dell’Irap (dal 3,9% al 3,5%). Il premier Matteo Renzi promette un’ulteriore riduzione della tassazione sul lavoro ma, in realtà, il rischio maggiore è di un suo aumento, infatti se non si dovvessero trovare i 16 miliardi (improbabile visto che il governo dovrà trovare altri 2/3 miliardi per rimborsare una piccola parte delle pensioni toccate dal blocco della perequazione e dovrà attendere l’approvazione dello split payment da parte dell’UE) previsti, dal prossimo anno, scatteranno le clausole di salvaguardia, che rappresenterebbero la mazzata finale sulla minima ripresa che stiamo vivendo, ciò significa 12,4 miliardi di tasse in più nel 2016, 17,8 miliardi nel 2017 e addirittura 21,4 miliardi nel 2018, a causa dell’aumento dell’aliquota IVA dal 22% a oltre il 25%  in tre anni e di quella al 10% fino al 13% in due anni (ammazzando i consumi), dell’accisa sul carburante e dei nuovi tagli a detrazioni e deduzioni. Prima del 2016 il rischio è un aumento anche degli acconti Ires e Irap, per evitare l’aumento dell’accisa sulla benzina, che sarebbe scattata automaticamente il primo giorno di luglio, a causa del buco di 728 milioni creato dalla bocciatura del reverse charge sulla grande distribuzione da parte dell’UE, e ciò ricadrà tutto sulle spalle di medie e piccole imprese. Dal prossimo anno peraltro sarà innalzata l’aliquota contributiva dei lavoratori autonomi iscritti alla gestione separata INPS dal 27% al 28%, poi al 29% nel 2017 e molto probabilmente cresceranno ancora addizionali e tasse degli enti locali. Per fare ripartire definitivamente l’economia bisognerebbe mettere al primo posto dell’agenda del governo la detassazione sul lavoro (e anche fare un piano di piccole opere di manutenzione di scuole e edifici pubblici o legati alla riqualificazione energetica della PA) per far ripartire gli investimenti, che è nell’interesse di tutti, anche se, per ora (e speriamo solo per ora) la riduzione della pressione fiscale per artigiani, lavoratori autonomi, piccoli e medi imprenditori rimane un miraggio.

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