La legge Cirinnà s’ha da fare, senza nuovi passi indietro

Il 26 Gennaio, finalmente, dopo troppi rinvii, si discuterà in Senato il ddl Cirinnà, il quale prevederebbe il riconoscimento delle unioni civili tra coppie etero non sposate e tra quelle dello stesso sesso e la stepchild adoption (nell’art.5), cioè la possibilità per il genitore non biologico di adottare il figlio, naturale o adottivo, del partner.

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La proposta di legge, già evidentemente limitata se paragonata alla legislazione in merito adottata dai paesi più propensi al progresso sociale, rischia di essere frutto di un ulteriore compromesso al ribasso, a causa dei mal di pancia all’interno del Partito Democratico stesso, in particolare nell’ala più legata alla tradizione cattolica, e degli alleati di Governo UDC e NCD (cos’altro pretendere quando troviamo Giovanardi e Formigoni tra i primi esponenti, nemici per eccellenza dei diritti civili?), con Alfano che vorrebbe rimanere al Medioevo e minaccia la promozione di un referendum abrogativo qualora passasse (e lo si spera) la stepchild adoption. Gli ultimi sondaggi ci dicono che circa il 67% degli italiani si dichiara favorevole al riconoscimento delle unioni civili e oltre il 50% anche al matrimonio egualitario, ma, nonostante l’apertura da parte della cittadinanza, il primo punto è stato considerato dalla politica italiana di scarsa importanza e chiuso in un cassetto per anni, mentre sul secondo non si accenna nemmeno la minima discussione, quando, invece, anche in altri stati, Irlanda in primis, di tradizione fortemente cattolica, la politica si è aperta, su spinta popolare, a provvedimenti coraggiosi e nella direzione di una società maggiormente liberale. L’Italia è, indubbiamente, uno dei paesi occidentali più arretrati nel campo dei diritti civili (così come non esiste ancora una legislazione sulle unioni civili, non si sono fatti passi in avanti sul testamento biologico, sull’eutanasia e decisi sul superamento della legge 40 al fine di regolamentare la fecondazione eterologa), infatti si ritrova tra i 9 paesi europei su 28 senza alcun riconoscimento giuridico delle coppie omosessuali (peraltro sono scarse le tutele anche per le coppie etero non sposate), per questo a Luglio è arrivata la condanna da Strasburgo, subito dopo la svolta, in quest’ambito, avvenuta negli Stati Uniti, in cui sono stati legalizzati i matrimoni gay in tutti gli stati, inoltre non possiamo stupirci se nella classifica pubblicata dall’Ilga del 2015 su 49 paesi l’Italia si posiziona al 34º posto e risulta, solamente, al 22% come rispetto dei diritti umani delle persone lgbt. Insieme a quello sull’estensione del diritto alla reversibilità della pensione il punto che fa più discutere rimane, appunto, la stepchild adoption, prevista da 7 paesi nel mondo (mentre 21 hanno adottato le adozioni gay non necessariamente del figlio biologico del partner), contro questa si schiera anche una piccola fetta del M5S (Sinistra Ecologia e Libertà unico ad essere in maniera compatta favorevole) che ritene la sua istituzione non imprescindibile, come dovrebbe, senza dubbi, risultare poichè il 20,5% delle lesbiche e il 17,7% dei gay oltre i 40 anni ha almeno un figlio, cioè più di 100 mila bambini; fin da subito la Conferenza Episcopale, ovviamente, si è dichiarata totalmente contraria alla stepchild, considerata inammissibile, contro la famiglia tradizionale e un’apertura totale alla maternità surrogata, o utero in affitto, anche se, in realtà, non sono presenti tracce d’incentivazione all’interno del testo del ddl promosso dalla senatrice dem Monica Cirinnà (una soluzione per eliminare questa paura potrebbe essere aumentare le pene per chi ricorre alla maternità surrogata o inserire più paletti per poter ricorrere alla stepchild), in ugual modo sono estremamente critici nei confronti di tutta la proposta altri comitati e movimenti di stampo cattolico, che stanno organizzando nuovi Family Day di protesta, chiaro esempio di non comprensione del concetto di libertà altrui. Dopo divorzio breve e ius soli anche la legge sulle unioni civili, nonostante i limiti che presenta, s’ha da fare, senza ulteriori passi indietro, e dopo queste riaprire gli altri discorsi importanti legati alle libertà individuali, all’uguaglianza e alla parità di genere (non di minore importante anche il discorso legalizzazione delle droghe leggere), non riproponendo più la fastidiosa scusa della “non priorità”.

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Giovani a sinistra: Elly Schlein e Chiara Foglietta

Elena, detta Elly, Schlein e Chiara Foglietta sono due giovani ragazze, rispettivamente, di 30 e 31 anni, le cui vite sono caratterizzate da scelte politiche differenti ma con un’obiettivo comune, impegnarsi per la propria passione, cioè la politica, e lottare per le proprie battaglie legate alla sinistra.

Chiunque sia stato o sia tuttora vicino all’area di Pippo Civati non può non conoscere Elly Schlein, italo-americana nata a Lugano, diventata nel 2014 (a soli 29 anni) europarlamentare per il Partito Socialista Europeo, dopo essere stata scelta da oltre 53 mila cittadini. Elly si contraddistingue per una rara intraprendenza politica, avendo, ad esempio, contribuito a fondare l’associazione universitaria bolognese Progrè nel 2011 (con l’intento di sensibilizzare l’opinione pubblica sui temi legati all’immigrazione e al sovraffollamento carcerario), organizzando dal 2012 il festival annuale, caratterizzato da incontri e dibattiti con personaggi politici e attivisti, ProMiGrè ed essendo stata tra le prime esponenti del movimento che chiedeva rinnovamento e più potere decisionale ai militanti Occupy PD, nato in conseguenza all’amara vicenda dell’Aprile 2013, quando i 101 franchi tiratori impallinarono Prodi (e indirettamente Bersani e la coalizione di centrosinistra, spegnendo i barlumi di speranza di un esecutivo che non fosse di larghe intese), e per l’enorme passione, vera essenza della sana politica, entusiasmo e determinazione con cui riesce a trasmettere le proprie idee tipiche di centrosinistra (da notare, inoltre, la grande coerenza, avendo scelto di non barattarle, magari, per ruoli più importanti, viste le evidenti capacità politico-comunicative), dall’accoglienza dei migranti alla creazione di un’Europa unita e solidale, dalla sostenibilità ambientale (all’insegna della quale era stata organizzata la campagna elettorale delle europee, ribattezzata “Slow foot”, lunghe camminate e mobilitazioni tra la gente) ai diritti civili e alla legalità. A Maggio, dopo l’approvazione della nuova pessima legge elettorale (che porta anche alle dimissioni da capogruppo di Speranza e a dure contestazioni da parte di tutte le minoranze interne), la scelta dolorosa di abbandonare, insieme a Civati (con il quale lancerà Possibile), il Partito Democratico, di cui era stata eletta dirigente nazionale, non riconoscendosi più nelle decisioni prese da Matteo Renzi, come quella di riconfermare le larghe intese a livello nazionale ed estenderle in varie realtà comunali e regionali, e nelle politiche del Governo, mai legittimate dai cittadini (neanche alle primarie vinte dallo stesso Renzi nel 2013, essendosi presentato con un programma succesivamente stravolto) e considerate del tutto lontane dagli ideali originari del PD, cioè quelli socialdemocratici, laici ed ecologisti. La citazione fatta al primo Congresso di Possibile “nessuno dietro, molti davanti” possiamo vederla come emblema del suo impegno politico; per lei si prospetta un futuro roseo e di soddisfazioni.

Tra i discorsi fatti al Teatro Vittoria, a Roma, nel ritrovo, parallelo alla Leopolda della Sinistra Dem, spicca quello carico di passione (parzialmente fatto riascoltare nella trasmissione Gazebo la sera del 13 dicembre) di Chiara Foglietta, ingegnere biomedico pendolare tra Torino, città natale, e Milano (per poter coniugare gli impegni lavorativi con la politica), ragazza omosessuale, che ha deciso di rimanere all’interno del Partito Democratico e combattere per riportarlo saldamente nell’area di centrosinistra. Chiara disegna un PD laico, attento a tutte le minoranze, per l’uguaglianza di genere e le pari opportunità, che non faccia compromessi al ribasso sui diritti civili, sottolineando la necessità di un cambio di rotta radicale rispetto ai nulla di fatto sul tema, e si opponga ad ogni discriminazione, che prenda posizione per il matrimonio egualitario, che creda fortemente nella libertà di ogni cittadino e che si apra ad un movimento transnazionale, in un’ottica globale, tutte idee che la spinsero a sostenere la mozione Civati nel 2013 e che la portano ad essere molto critica verso il Governo; Chiara, però, non si arrende “perchè”, come evidenzia lei stessa, “le parole, quando sono vere e sono sincere, hanno il potere di cambiare il mondo”.

Le parole di Piero Calamandrei rispecchiano l’impegno di Elly Schlein, Chiara Foglietta e dei giovani, ragazzi e ragazze, che si dedicano alla politica con la passione di chi lotta per i propri ideali e per il bene comune: “Per fare buona politica non c’è bisogno di grandi uomini, ma basta che ci siano persone oneste, che sappiano fare modestamente il loro mestiere. Sono necessarie: la buona fede, la serietà e l’impegno morale. In politica, la sincerità e la coerenza, che a prima vista possono sembrare ingenuità, finiscono alla lunga con l’essere un buon
affare”.

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La libertà passa dai diritti: per una vera discussione sull’eutanasia ancora decenni?

L’Italia è, indubbiamente, uno dei paesi occidentali più arretrati nel campo dei diritti civili e, così come non esiste ancora una legislazione sulle unioni civili e una chiara sulla fecondazione eterologa (non più vietata dopo la sentenza della Corte Costituzionale), tutto tace sul fronte del fine vita, eppure i sondaggi sono chiari: oltre il 75% degli italiani è favorevole all’introduzione del testamento biologico e più della metà vorrebbe vedere approvata una legge sull’eutanasia (nel 2013, secondo Eurispes, erano circa il 70%), dal greco “ευ θανατος”, ovvero dolce morte. Inoltre l’Associazione Coscioni, da sempre impegnata sul tema, raccolse 100 mila sottoscrizioni per una proposta di legge durante il 2013 (più delle 50 mila necessarie per poterla presentare in Parlamento, come specificato nell’art.71 della Costituzione), ma nonostante la volontà di molti cittadini di apertura di una seria discussione e le numerose sollecitazioni da parte di Giorgio Napolitano, durante il primo settennato (soprattutto dopo il caso Piergiorgio Welby) di presidenza e il 18 Marzo 2014 in Parlamento, e di personaggi autorevoli di Camera (la stessa presidentessa Boldrini) e Senato, la politica italiana da quell’orecchio sembra proprio non averci mai sentito e aver chiuso in un cassetto la delicata tematica, per l’assenza di larghi intergruppi parlamentari d’estrazione laica (come, invece, si sta gradualmente formando per la cannabis legale) pronti a portare la battaglia fino in fondo, senza timore degli attacchi e della propaganda da parte delle istituzioni ecclesistiche, che sarebbero in prima fila per demonizzare il nuovo provvedimento (come sta accadendo anche per legge Cirinnà sulle unioni civili, già rinviata dal Governo troppe volte).

Perchè è necessaria una nuova legislazione in merito?

Il testamento biologico, cioè la dichiarazione anticipata del trattamento da ricevere in caso lo stato di lucidità mentale dovesse venire a meno durante una malattia (con la possibilità di delegare eventuali scelte ai familiari), e l’eutanasia attiva, tramite medicinali che accelerano la morte somministrati da un medico, o passiva, ovvero l’interruzione della  cura, in entrambi i casi su esplicita richiesta del malato terminale in grado di intendere e di volere, garantirebbero i fondamentali principi democratici della libera scelta, fino alla fine, e dell’autodeterminazione. L’interrogativo che dovrebbe porsi chi non è condizionato dalla religione è molto semplice: perchè un malato terminale non dovrebbe avere la possibilità di scegliere di non subire e di non prolungare sofferenze atroci e insostenibili senza speranze di guarigione? Sicuramente l’attuabilità dell’eutanasia non sarebbe messa in discussione da un numero esagerato di obiettori di coscienza e ne è dimostrazione il risultato di vari sondaggi (come quello condotto da Consulcesi nel lontano 2007), i quali ci dicono che la maggioranza dei medici sarebbe pronto ad accettare la scelta del malato, così come i collaboratori sanitari (secondo un sondaggio di Torino Medica oltre il 70% degli infermieri del capoluogo piemontese sarebbe favorevole ad una nuova legge).

Quanto bisognerà attendere per una vera discussione?

Sicuramente non è nelle intenzioni dell’esecutivo toccare il tema ed è più che probabile dover attendere parecchi anni prima che la questione riemerga e venga trattata dai rami del Parlamento per cercare di colmare il gap di progresso e diritti con la maggior parte degli stati a noi circostanti, nei quali biotestamento e almeno una tra eutanasia passiva ed attiva sono legali o depenalizzati. Per ora a cercare di limitare l’attesa non può che essere la prosecuzione di iniziative e appelli provenienti dalla società civile, trasversalmente vicina a chi deve, contro volontà, soffrire oltremisura.

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