Le pensioni d’oro e l’equità intergenerazionale

Nel mese scorso la disoccupazione giovanile ha raggiunto i massimi storici, il 44,2% dei giovani tra i 15 e i 24 anni, infatti, è disoccupato (+1,9% rispetto al mese precedente), peggio solo, dall’inizio delle rilevazioni, nel primo trimestre del 1977, e negli ultimi otto anni (prima dell’inizio della crisi) la percentuale è più che raddoppiata mentre, secondo uno studio del 2014 dell’Ocse, il 56% dei giovani che, invece, trova lavoro è precario (+30% rispetto al 2000). Il Rapporto sullo stato sociale ci dice anche che la pensione media si ridurrà sempre più rispetto al salario medio, passando dal 45% attuale al 33% nel 2036. Siamo davanti ad un evidente problema di assenza di equità intergenerazionale, in quanto giovani precari (che, paradossalmente, con i loro contributi pagano le pensioni d’oro) o disoccupati potranno godere di una pensione davvero misera nel migliore dei casi, non arrivarci proprio nel peggiore, anche perchè nel 2050, quando la Riforma Fornero sarà totalmente a regime, l’età minima pensionabile sarà di 69 anni e 9 mesi, mentre era di appena 60 anni per gli uomini e 55 per le donne (ovviamente con un minimo di anni di contributi) prima del 2011. Oggi le pensioni superiori a 5000 euro mensili pesano per più di 13 miliardi sul sistema pensionistico, considerando invece tutti gli assegni sopra i 3000 (erogati a un pensionato su sei) questi pesano per 45 miliardi, e in media gli stessi pensionati ricevono quasi il 40% in più rispetto a quanto versato, questo a causa del pessimo sistema di calcolo retributivo. La pensione ottenuta con il metodo retributivo era calcolata in misura percentuale, in rapporto alla media di retribuzione percepita solo durante gli ultimi anni di lavoro; sappiamo bene che i salari percepiti negli ultimi anni di carriera lavorativa sono mediamente maggiori e, purtroppo, si è capito troppo tardi che forse il retributivo era un privilegio insostenibile (l’Italia spende, per la previdenza, il 16,5% del PIL, appena meno della Grecia), che ha anche contribuito, nel lungo periodo, all’ingigantirsi del debito pubblico italiano (nel 2011 è stato sostituito totalmente con il metodo contributivo, con cui si riceve, come pensione, quanto percepito in media durante tutti gli anni lavorativi). Addirittura c’è un pensionato, ovvero l’ex manager e ingegnere elettronico della Telecom Mauro Sentinelli, che percepisce dall’INPS, come riportato in un’edizione del mese di Giugno del Corriere della Sera, circa 91 mila e 300 euro lordi mensili (più di un milione annuo), di cui quasi 54 mila (più della metà) mai versati; se fosse stato applicato il sistema contributivo la sua enorme pensione sarebbe di circa 37 mila euro lordi mensili. In prima linea, tra le pensioni d’oro, troviamo gli insopportabili vitalizi, ottenuti dai parlamentari e consiglieri regionali, che concedono, come pensione, il doppio o il triplo in più rispetto a quanto realmente versato durante la carica e quelli degli ex politici pesano sui conti pubblici più di 250 milioni di euro; per esempio l’ex Presidente del consiglio Giuliano Amato (come riportava Ballarò in un approfondimento) ha finora percepito dall’INPS, grazie al suo vitalizio, più di tre volte e mezzo quanto realmente versato durante tutta la carriera lavorativa. Tutti sembrano d’accordo nel mettere mano a questi squilibri, da sinistra a destra, ma alla fine sembra sempre prevalere la parolina magica: diritto acquisito. Nel nuovo piano pensionistico il presidente dell’INPS ed economista Tito Boeri pianifica una maggiore flessibilità in uscita previo penalità, l’erogazione di un reddito minimo agli ultracinquantacinquenni disoccupati, la possibilità di versare contributi aggiuntivi su base volontaria, l’estensione del contributo di solidarietà e, infine, il fondamentale ricalcolo degli assegni pensionistici, presumibilmente sopra i 3000/4000 euro lordi mensili, con il metodo contributivo, di cui lo stesso Boeri assicura l’attuabilità; gli ultimi due interventi sono finalizzati a ridurre o eliminare il gap tra i contributi versati e ciò che viene mensilmente incassato (le proposte di introdurre direttamente un tetto massimo alle pensioni di 5000 euro, oltre a risultare incostituzionale, non garantisce al pensionato d’oro di ricevere nemmeno quanto versato), per quanto riguarda le pensioni maggiori, e da questi il recupero sarebbe di almeno 7 miliardi di euro in un anno. Dopo questo sarebbe fondamentale revisionare anche le pensioni da guerra, da cui si potrebbe recuperare, secondo quanto riportato nel piano di spending review dell’ex commissario Cottarelli, almeno 300 milioni e le, non poche, pensioni triple e quadruple. Tra le proposte di Boeri, o meglio il piano di reinvestimento del risparmio proveniente dai tagli, non troviamo, però, la necessaria riduzione generale del cuneo fiscale (meno oneri contributivi su tutti i contratti a tempo indeterminato), che garantirebbe salari potenzialmente maggiori e respiro alle imprese, e una soluzione definitiva al problema degli esodati. Ancora lontani, per assenza di fondi immediati, dal poter sperare in una riduzione razionale dell’età pensionabile, almeno in specifici settori lavorativi e dove deve essere naturale il turnover. La speranza è in una ripresa sostanziosa, anche se davvero improbabile vedendo i piani del Governo Renzi, che ridia un futuro chiaro a tutti i giovani, soprattutto per gli atipici, affinchè possano avere una stabilità lavorativa e possano ottenere una pensione decente, ma nel frattempo è davvero assurdo che il peso di porzioni di assegni pensionistici d’oro mai versati ricadano sulle loro spalle. Oggi i privilegi che costano miliardi non vanno più bene…

dalla parte del progresso AA99

Annunci

Lo spettro del TTIP che incombe sulla nostra economia

Sul TTIP (Trattato Transatlantico sul Commercio e gli Investimenti), probabilmente, si arriverà ad un accordo finale tra UE e USA entro la fine dell’anno (decisione presa dal G7 svolto in Baviera). Ma che cosa è, di preciso, e cosa comporterà l’attuazione del contenuto del TTIP?  Innanzitutto il TTIP è un accordo commerciale di libero scambio (una maxi liberalizzazione) in corso di negoziato tra l’Unione Europea e gli Stati Uniti dal luglio del 2013. Lo scopo è quello di integrare i due mercati, attraverso la riduzione dei dazi doganali, l’eliminazione delle barriere non tariffarie, cioè ogni differenza in regolamenti, norme e procedure standard applicate ai prodotti, regole sanitarie e fitosanitarie, e lo smaltimento di tutti gli altri ostacoli al commercio. Verrebbero anche eliminati i sussidi pubblici, liberalizzati gli appalti e ridotte le barriere nei servizi e ci dovrà essere piena collaborazione su temi di interesse comune (lavoro, energia, medie e piccole imprese, combustibili fossili). Un economista che si è sempre dichiarato fermamente contrario al trattato è il premio Nobel per l’economia nel 2001 Joseph Stiglitz; quest’ultimo, infatti, crede che, in realtà, il TTIP non sia un accordo di libero scambio ma di gestione della nostra economia da parte degli Stati Uniti, a scapito dei cittadini europei (e- dice- anche di quelli americani) in quanto verrà a mancare la tutela dei diritti dei consumatori e ci sarà una riduzione di garanzie. Anche uno studio della Tufts University del Massachusetts mette in forte discussione i presunti impatti positivi sull’economia del trattato; infatti rivela che l’attuazione del TTIP provocherebbe disarticolazione del mercato europeo, depressione della domanda interna e conseguente diminuzione del PIL europeo. Infatti gli unici che trarranno sicuramente vantaggi saranno le multinazionali americane (ovviamente a scapito dell’artigianato locale e dei prodotti tipici delle varie zone). Con l’attuazione del trattato tra USA e Unione Europea verrà messa a rischio la sicurezza alimentare in Europa: negli USA è diffuso il commercio di OGM (Organismi Geneticamente Modificati), dei quali non è ancora scientificamente provata la non dannosità, così come sono utilizzati ormoni e promotori della crescita bovina, considerati cancerogeni. Verranno messi a rischio beni comuni (come acqua, telecomunicazioni ed energia) e servizi pubblici (sanità, trasporti pubblici e istruzione), sui quali ci sarà sempre di più una spinta verso la privatizzazione e la loro universalità sarà messa a rischio dal business. Si metterà in discussione la tutela dell’ambiente poichè saranno ridotti i parametri di salvaguardia e si diffonderanno pratiche di estrazione del petrolio (fracking) altamente inquinanti. Per quanto riguarda l’Italia non verranno più tutelati made in Italy e prodotti tipici, oltre alle piccole aziende che verrebbero schiacciate dalle grandi multinazionali; potrebbe non essere più obbligatorio indicare l’origine geografica dei prodotti. Sui diritti dei lavoratori alcuni paesi europei dovranno fare un passo indietro, riducendoli, essendo negli USA minori rispetto a tanti altri stati, così come per quanto riguarda le politiche di tutela della privacy. Potrebbero diminuire i salari e ridursi la coesione sociale. La trasmissione Report ha dedicato al trattato in questione una puntata nell’ottobre del 2014, nella quale sono stati approfonditi molti dei fattori di criticità, tra cui il fatto che il suo contenuto risulta parzialmente sconosciuto. Per i motivi elencati in precedenza la nostra economia e le nostre vite cambieranno, molto probabilmente in negativo; l’augurio è quello che si cambi idea (anche il governo italiano) prima che sia troppo tardi: diritti e ambiente non vengono al secondo posto, e questo dobbiamo (e soprattutto coloro che lo stanno firmando) ricordarlo.

dalla parte del progresso AA99