La preoccupante deriva nazionalista della Francia

L’estrema destra francese, quella del Front National di Marine e Marion Le Pen, ha vinto le elezioni regionali di domenica scorsa, ritrovandosi davanti a tutti, al primo turno, in sei regioni su tredici (prima elezione dopo la nuova e contestatissima legge che ha riorganizzato il Paese in 13 macroregioni) e confermandosi primo partito su scala nazionale al 27,73%, dunque 15 punti percentuali in più rispetto alle regionali del 2010, mentre il Partito Socialista del Capo dello Stato François Holland e del primo ministro Manuel Valls è evidentemente in piena caduta libera, risultando terzo partito. Preludio dell’ampio consenso attuale fu il sorprendente risultato raggiunto alle Europee dello scorso anno e, successivamente agli atroci attacchi terroristici del 13 novembre a Parigi in cui hanno perso la vita 130 persone, sono aumentati, a livello generale, sentimenti d’intolleranza, xenofobia e islamofobia, cavalcati prontamente dalla Le Pen che, tra rigurgiti di un nazionalismo nostalgico delle fallimentari autarchie del ‘900 (“ovviamente” antieuro, antieuropeista e protezionista) e una radicale contrarietà ad ogni progresso in campo etico e sociale (anzi, il risultato sarebbe un’ampia regressione), si presenta, in tutto e per tutto, da incendiaria travestita da pompiere, in quanto continua a soffiare sul fuoco della paura e dell’estrema e becera demagogia, attuando una vigliacca e cinica propaganda capziosa che rende le minoranze, soprattutto gli immigrati, il capro espiatorio ed è finalizzata solamente alla guerra tra poveri e all’accrescimento del consenso. Tra le proposte del Front National (che ha come modello di società quella illiberale della Russia di Putin), ancor più integralista e conservatore della Lega Nord di casa nostra, ne troviamo parecchie che si commentano da sole, non degne di una moderna democrazia occidentale, e che, quindi, fanno accapponare la pelle, come la possibilità di reintrodurre l’incivile pena di morte, infrangendo la Dichiarazione universale dei diritti umani e andando contro ogni buonsenso, di abrogare l’affirmative action per l’inclusione sociale, di limitare il sacrosanto diritto al culto e di ledere totalmente l’uguaglianza di trattamento e le pari opportunità per aprire una corsia preferenziale (totalmente ingiusta e discriminatoria) per i francesi in materia d’occupazione (verrebbe a meno anche la considerazione del merito a prescindere dalla nazionalità), alloggi e welfare. Tale deriva nazionalista e xenofoba non si può che ritenere preoccupante e molto pericolosa perchè non dobbiamo dimenticare che nel 2017 in Francia ci saranno le elezioni presidenziali e perchè si sta delineando nella patria dell’uguglianza, della libertà e della tolleranza, a causa di un centrosinistra francese che perde terreno (le liste alternative di sinistra, ecologisti in primis, hanno ottenuto, sommando i risultati, più del 7%) essendo troppe volte subalterno alla destra (le frontiere chiuse a Ventimiglia e i profughi respinti ne sono l’emblema) e non molto attento alla tenuta della coesione sociale e, certamente, non può che influire a vantaggio dei nazionalisti anche un processo d’integrazione europea rimasto a metà, infatti esiste l’unione monetaria ma non quella politica, con il rischio concretizzato che molti preferiscano perseguire la strada più breve ma profondamente sbagliata tra le due presenti, cioè ritornare sui passi fatti in passato, scegliendo la finta medicina dell’uscita dall’Euro (con gravissime conseguenze economiche), invece di lottare per un’Europa più unita e solidale, questo seppur la Francia stia sforando il tetto deficit/pil da parecchio tempo e abbia sentito meno di altri paesi il peso dell’austerity e dei diktat della Troika. La situazione, inoltre, va a sommarsi a parecchi altri preoccupanti scenari al cui interno regnano muri realmente eretti o mentali da cui deduciamo le proporzioni dell’ondata nera che sta investendo il vecchio continente: dalle becere e disumane politiche sull’immigrazione (e non solo) adottate da Viktor Orbàn (il quale, peraltro, lo scorso anno, arrivò a dichiarare di non riconoscere più come fondamentale risultare una democrazia liberale) in Ungheria e dai primi ministri dei paesi dell’Est Europa (Repubblica Ceca su tutti, dove i profughi venivano marchiati dalla polizia), alla recente vittora dei nazionalpopulisti di Diritto e Giustizia alle presidenziali in Polonia, stato in cui, peraltro, a novembre migliaia di estremisti si sono riuniti per bruciare le bandiere dell’Unione Europea, e all’ascesa dei movimenti “frontisti” in Svizzera, in Austria e nei Paesi Bassi, oltre all’avanzata della Lega nel nostro Paese e dello Ukip, partito inglese dell’alleato del Movimento 5 Stelle nell’Europarlamento Nigel Farage (il cui risultato, un solo seggio ottenuto alle ultime elezioni, però, ha deluso le aspettive dei suoi seguaci). Questo quadro d’Europa non può che inquietare e non poco chi sta dalla parte della solidarietà e della tolleranza e l’augurio è che almeno in Francia possa prevalere il buonsenso.

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La becera intolleranza di Orbán

In Siria ci sono migliaia di persone che ogni giorno si preparano a scappare dalle bombe, dal terrorismo, da una guerra che ha fatto più di 200 mila vittime e da uno scenario che cancella totalmente il termine “futuro”; sono state costrette a fuggire, dal 2011, circa nove milioni di persone, disperati, tra questi tantissimi bambini e adolescenti, con la speranza di arrivare sani e salvi a destinazione e di una vita serena altrove.

Gli accaduti dei giorni scorsi in Ungheria e le decisioni prese dal presidente di estrema destra Viktor Orbán, pensando al sanguinoso e lugubre scenario da cui scappano i siriani, risultano incredibilmente disumane, fondate su una pura intolleranza e su beceri neonazionalismo e xenofobia. Sconvolgente che centinaia di profughi, nelle ultime ore, non essendogli stato riconosciuto tale status, siano stati arrestati per clandestinità (ritenuti criminali per essere scappati da una guerra?!), così come l’annuncio dello stesso Orbán (che sta mettendo in pratica, purtroppo, ciò che ha dichiarato lo scorso anno, cioè che non riconosce più come fondamentale risultare una democrazia liberale) di costruire un altro muro al confine con la Croazia. Intanto continuano l’uso della forza e di spray urticanti da parte delle forze armate sui profughi, bambini inclusi, che protestano (peraltro letteralmente e barbaramente trattati come bestiame, essendo stati costretti, qualche giorno fa, ad accalcarsi per prendere al volo due o tre pezzi di pane lanciati dall’esercito) e dimostrazioni profondamente razziste, quali lo sgambetto della reporter Petra Lazslo ai migranti in fuga e l’affissione di un manifesto ad Asotthalom, al confine con la Serbia, che avvertiva del rischio contagio da immigrato, attraverso il contatto con gli oggetti da loro lasciati. Orbán e il suo Governo dimenticano però (o, probabilmente, ignorano) che nel 1956, quando l’Unione Sovietica invase l’Ungheria, circa 250 mila persone si rifugiarono e trovarono accoglienza in tutt’Europa, mentre ora, a parti invertite, il rifiuto alle quote europee di immigrati (per non parlare del ripudio all’idea del diritto d’asilo comune) e la non solidarietà sono totali e con sfumature e derive molto preoccupanti. A braccetto con l’Ungheria nella ripugnante lotta contro l’accoglienza dei profughi ci sono Polonia, Slovacchia e Repubblica Ceca (dove fino a qualche giorno fa marchiavano i profughi), paradossalmente anch’esse caratterizzate, in passato, da grandi emigrazioni e oggi ancorate ad un nazionalismo autarchico che esclude radicalmente l’idea di una società multiculturale, cozzando con gli ideali di un’Europa unita e solidale; quest’ultima, purtroppo, com’era pensata nel Manifesto di Ventotene di Altiero Spinelli, appare ancora piuttosto difficile da realizzare (nonostante ciò occorre, comunque, insistere, senza alcun dubbio, sul versante integrazione europea poichè l’alternativa sarebbe solo quella del ritorno a fallimentari autarchie, appunto, sullo stile ungherese) e la resistenza dei paesi dell’Est rimarca la difficoltà ad unire e superare finalmente fastidiosi egoismi nazionali riguardo varie materie che impediscono anche solo l’idea degli Stati Uniti d’Europa, ma, mentre con la Grecia si è arrivati (ingiustamente) fino in fondo, l’opposizione alle iniziative di Orbán è stata, forse, troppo debole, soprattutto (ancora una volta) da parte del Partito Socialista Europeo.

Davanti ad un profugo Orbán mette un muro (oltre che gli infiniti muri mentali), un filo spinato, ma se fosse in Siria, sotto le bombe, magari, con i propri figli, non scapperebbe?!

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L’Europa dei muri o della solidarietà?

La foto del corpicino senza vita di Aylan, ritrovato sulla costa di Bodrum, ha commosso l’Europa e il mondo intero ed oggi è l’emblema delle dimensioni dell’emergenza immigrazione. Insieme ad Aylan, che aveva tre anni, sono morti la madre e il fratellino, Galip, di cinque anni, solo il padre è sopravvissuto al dramma; davvero gravissimo che prima del tentativo di raggiungere la Turchia nella loro fuga da Kobane, dove è in atto una sanguinosa guerra, la loro richiesta d’asilo politico in Canada era stata rigettata. L’accaduto, appunto, ha confermato che sul tema dell’accoglienza si giocherà il futuro dell’Europa e forse del globo, nessuno potrà più voltare le spalle. Finora il vecchio continente, sotto l’aspetto dell’unione negli intenti e dell’organizzazione, ha letteralmente fallito, infatti sono prevalsi gli egoismi nazionali e l’intolleranza, soprattutto in Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca e Polonia, che si oppongono ad ogni proposta di integrazione europea sul tema (deve far riflettere anche il seguente dato: l’Ungheria ha, nell’ultimo anno, peraltro, accolto solo il 9,4% delle richieste d’asilo mentre la Svezia ne accetta oltre il 76%). Più che positive le decisioni, prese negli ultimi giorni, di cambio di rotta e apertura totale all’accoglienza da parte della Germania, in cui, a tal fine, è stato annunciato che verranno stanziati altri sei miliardi (la giustissima solidarietà di oggi, poteva essere mostrata anche nei confronti del popolo greco sul fronte finanza) e sono pronti ad accogliere 500 mila profughi l’anno, dell’Austria e anche, inaspettatamente, dell’Inghilterra, dove il nazionalconservatore Cameron ha promesso altri 100 milioni per l’accoglienza, mentre i paesi dell’est, specialmente quelli precedentemente specificati, continuano la loro campagna di rifiuto totale all’aiuto e, nel caso dell’Ungheria, proseguono l’uso della forza sui migranti che protestano e rapidamente anche la costruzione del muro al confine della Serbia, nel nome di un becero ultranazionalismo (che fomenta una profonda e radicale xenofobia) invocato dal premier di estrema destra Viktor Orban, che si dimentica (anzi, ignora) totalmente dei 250 mila ungheresi fuggiti dal suo Paese (che trovarono accoglienza nel resto d’Europa) dopo l’invasione Sovietica del 1956. La tristezza che si prova davanti alla foto del piccolo Aylan è immensa e fa soffrire ancor di più la consapevolezza che la probabilità che tragedie simili riaccadano è altissima, eppure non si parla di operazioni di salvataggio di dimensioni maggiori, visto la regressione tra quella Mare Nostrum e quella limitata di Triton (controllo delle acque internazionali non oltre i 30 miglia dalle coste italiane), nonostante sia gestita da Frontex e non dalla sola Italia, e soprattutto non si parla di corridoi umanitari, che sconfiggerebbero una grossa fetta di traffico degli esseri umani e ridurrebbero drasticamente tragedie come quelle che si ripetono nel canale di Sicilia o nel tratto di mare turco, e di una convinta svolta anche sul modello di sviluppo economico del Sud del mondo che vogliamo, poichè l’integrazione dei mercati, da molti considerata neocolonialismo, e l’inserimento delle multinazionali (che hanno acquisito gran parte dei terreni), senza regole comuni, sono stati solo a scapito delle popolazioni locali (così come è fondamentale appoggiare attivamente la creazione di un governo di solidarietà nazionale in Libia). Inoltre è auspicabile un cambio netto nella considerazione dei migranti che scappano non da guerre e conflitti ma, magari, da persecuzioni, dittature, fame e profonda povertà, (da aggiungere che, paradossalmente, in vari casi viene rifiutata la richiesta d’asilo anche di chi scappa da guerre) per lo più clandestini, considerati criminali per il reato sperare in un futuro migliore, sminuendo le gravi, probabilmente inimmaginabili, condizioni da cui fuggono, dimostrati dalla loro scelta di affrontare il rischio di non raggiungere mai il paese prescelto (su questo punto il Governo Renzi dovrebbe rendere una priorità la riscrittura della legge sull’asilo politico, stracciando la fallimentare Bossi-Fini, solo fonte di clandestinità). Fino ad oggi ci siamo trovati nell’Europa dei muri, la grande sfida è superare gli errori commessi e le divisioni, anche se è davvero incredibile che risulti ancora un’utopia il diritto d’asilo europeo e il superamento dell’inefficiente trattato di Dublino III per responsabilità comune sul tema, o che alcuni paesi necessitavano di un gravissimo accaduto per aprire gli occhi, attivarsi e capire le dimensioni dell’emergenza, mentre altre sensibilità non sono state sfiorate nemmeno da quello.

Passando, invece, alle reazioni sul tema nel nostro Paese, continuano a riempire i giornali le dichiarazioni del Papa, che ha incentivato ogni parrocchia all’accoglienza, e del solito Salvini, che qualche settimana fa ha addirittura usato il termine “genocidio” per indicare una presunta sostituzione degli italiani con i migranti. La politica della paura e dell’intolleranza, cioè quella portata avanti dai paesi dell’est Europa, dal nazionalpopulista Salvini, “cara”, in generale, a tutte le destre europee, è il metodo più semplice, becero e vigliacco per accrescere consenso: nel corso della storia continua a riaccadere che in momenti di crisi e profonda depressione economica, come questo, il capro espiatorio diventa la minoranza, facendo credere sia la principale preoccupazione, in questo caso gli immigrati, senza alcuna umanità seppur conoscendo le situazioni di estremo disagio da cui fuggono. Da ciò scaturisce la consueta guerra tra poveri, quando in realtà, toccando un solo elemento su cui si scaldano tutti i demagoghi italiani (che non fanno che, attraverso il loro propagandismo sul tema, nascondere i veri problemi dell’Italia, quali mafie, corruzione, evasione fiscale ecc.), i 35 euro al giorno non giungono materialmente all’immigrato ma sono destinati alle cooperative che gestiscono la loro accoglienza e la spesa pubblica italiana a questo fine non supera il miliardo (su oltre 800 miliardi di spesa pubblica con sacche di veri sprechi ben maggiori), peraltro fondi finanziati in gran parte dall’Unione Europea. Spesso si scorda che tra la fine dell’800 e la fine del 900 quasi 30 milioni di italiani (nostri nonni e bisnonni), tra cui oltre quattro milioni clandestinamente (accolti come bestie), emigrarono per lo stesso motivo di quelli che migrano (non a causa di guerre) oggi, cioè per un futuro migliore per sè e per la propria famiglia, e non possiamo far passare inosservato che gli immigrati in Italia, oggi, producono l’8,8% del prodotto interno lordo, cioè 123 miliardi di ricchezza, e lo Stato incassa 3,9 miliardi di euro dalle imposte che versano, al netto delle spese per il welfare (comprese sanità e istruzione). Però anche in Italia, come in tutt’Europa, è necessario stabilire un’organizzazione capillare, formulare ampli programmi di integrazione e fornire finanziamenti sufficienti e certi ai comuni che accolgono, a quel punto applicando anche sul nostro territorio quote obbligatorie, a cui Toti, Zaia (quello per eccellenza “dell’aiutiamoli sul posto” quando furono Lega e Pdl al governo che tagliarono indiscriminatamente i fondi per la cooperazione allo sviluppo) e co. non possano sottrarsi, anche perchè la disorganizzazione a cui non pone rimedio il  Governo non può che alimentare tensioni. Inoltre deve far riflettere il fatto che l’Italia è una dei paesi che nel 2014 ha, ingiustamente, rifiutato più richieste d’asilo inviate da siriani (accettate solo il 64,3%, meno dell’Ungheria!, contro il 99,8% della Svezia), anche se avrebbero dovuto tutti avere il sacrosanto status di rifugiato, essendo in fuga da una guerra.

Insomma, l’auspicio è di una chiara unione d’intenti, almeno da parte di tutti i paesi dell’Europa occidentale, per un’efficiente gestione del fenomeno, che non dovrà essere visto come un pericolo ma come una risorsa, nel nome della solidarietà e della tolleranza

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