La democrazia secondo Matteo

Secondo quanto riportato dagli ultimi dati forniti dalla società di rilevazioni Geca, il premier Renzi da solo ha potuto parlare, a Giugno, durante i telegiornali più di tutta l’opposizione messa assieme, ben 11 ore contro le 10 e 30 minuti concesse a M5S, Forza Italia, Lega, Fratelli d’Italia e Sinistra Italiana, mentre se andassimo a sommare le ore a disposizione del Presidente del Consiglio a quelle dell’intera area di Governo, composta da Partito Democratico, Nuovo Centrodestra e Scelta Civica, arriveremmo a 30 ore e 22 minuti, impiegati, soprattutto, per fare propaganda a favore del Sì riguardo al, quantomeno delicato, Referendum Costituzionale che si terrà, molto probabilmente, nel mese di Novembre. Ancor più grave, rispetto ai dati che arrivano dalle Tv private, è l’evidente squilibrio d’opportunità anche laddove l’informazione dovrebbe essere incondizionata ed esclusivamente a servizio dei cittadini, ovvero in Rai, al contrario ancora assoggettata al Governo e sempre meno libera, soprattutto dopo l’epurazione di Nicola Porro e la chiusura del suo talk di Rai 2 Virus, l’allontanamento di Massimo Giannini dalla trasmissione Ballarò e quello, il più recente e clamoroso, di Bianca Berlinguer, direttrice da sette anni del Tg 3, sostituita da Luca Mazzà, “casualmente” coui che lasciò l’incarico nella trasmisione condotta da Giannini in dissenso con la linea portata avanti dallo stesso giornalista, accusata di essere esageratamente antirenziana. Queste decisioni sono state prese da un direttore generale, Campo Dall’Orto, che appare un fedelissimo del premier (il quale, peraltro, percepisce una super retribuzione annuale, pari a 650 mila euro, ben oltre il tetto massimo di 240 mila fissato per i manager pubblici) e approvate da un Consiglio d’Amministrazione, eletto lo scorso anno secondo i criteri della pessima Legge Gasparri (realizzata in era berlusconiana ad hoc per la lottizzazione), che non risulta nè autonomo, infatti utilizzare l’argomentazione della sua totale indipendenza nelle scelte significa nascondersi dietro ad un dito, nè imparziale, in quanto espressione della maggioranza, con sei membri su nove indubbiamente vicini al Governo, tra cui due indicati direttamente da Palazzo Chigi, la presidente Monica Maggioni e il consigliere Marco Fortis, su diktat del Tesoro.

Vedere nei blitz di viale Mazzini, dato questo quadro della situazione, un tenativo di normalizzazione della Rai è certamente legittimo, infatti tutte le nomine, in ottica Referendum, hanno un chiaro indirizzo politico, esattamente come avveniva in passato mentre i renziani di ferro si improvvisavano paladini del pluralismo d’informazione e si ritenevano fermi sostenitori di una Rai libera dai partiti (probabilmente intendevano tutti a meno del proprio). Sull’ultima serie di nomine d’inizio Agosto, peraltro dettate senza un confronto preventivo sulla linea editoriale, sono arrivate dure critiche dalla Federazione della Stampa, dal sindacato dei giornalisti della Tv pubblica Usigrai, dalle opposizioni in toto e dall’ex segretario dei Dem Bersani, che accusa la propria dirigenza di essere compartecipe dei vecchi vizi, mentre per il consigliere Rai, indicato nel CdA da Sel e M5S, Carlo Freccero queste nomine palesemente monocolore, spacciate per una riorganizzazione interna, riportano il servizio pubblico agli anni ’60, al tempo della Dc di Fanfani, e sono considerate decisioni miopi e prese in modo non trasparente da Miguel Gotor e Federico Fornaro, i senatori della minoranza interna al Partito Democratico che hanno scelto la via delle dimissioni dalla Commissione Vigilanza, in seguito all’estromissione di una personalità autorevole e competente come la Berlinguer (che garantiva un equilibrio sostanziale tra i tempi di parola dei “No” e dei “Sì” sul Referendum), attraverso un’accelerazione agostana difficilmente in buona fede.

Correva l’anno 2002 quando l’allora Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, attraverso il cosiddetto editto bulgaro, sollecitava pubblicamente i vertici Rai ad estromettere i giornalisti Enzo Biagi e Michele Santoro e il comico Daniele Luttazzi, accusati di aver fatto un uso criminoso della Tv pubblica, e poco dopo effettivamente allontanati. Rispetto ad allora il premier attuale non ha il gigantesco conflito d’interessi di Berlusconi e non utilizza i modi agghiaccianti dell’ex Presidente, ma, per accrescrere il consenso e non rischiare di cadere in seguito al Referendum sul nuovo Senato, anche Matteo Renzi pare non abbia esitato a mettere lo zampino nelle direttive, non si è risparmiato dall’attaccare in continuazione i giornalisti a lui avversi (specie quelli che non possono essere sollevati dall’incarico) e i talk show che non fanno propaganda dalla sua parte e non hanno aderito alla capziosa narrazione renziana, e sembra non avere la minima intenzione di rendere l’informazione della Tv pubblica realmente libera dalle lottizzazioni e dalle logiche di partito; tutto, di certo, prevedibile dopo le incredibilmente gravi dichiarazioni, datate 2015, di Michele Anzaldi, segretario della Commissione Vigilanza e deputato del Pd, il quale sostenne, in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera, che c’era un problema con Rai 3, in cui maltrattano, in continuazione, il Governo e che, in tale rete, non avrebbero capito che Matteo Renzi è diventato segretario del Pd e premier, ma non è finita qui, lo stesso Anzaldi, infatti, è stato il primo a scagliarsi contro Giannini, auspicando querele e sanzioni nei suoi confronti, dopo che il conduttore di Ballarò ebbe definito incestuoso il rapporto Boschi-Banca Etruria. Non dimentichiamoci, inoltre, della più che discutibile Riforma Rai approvata a Settembre dal Parlamento che somiglia molto ad una Legge Gasparri 2.0: si concentrano maggiori poteri nelle mani dell’amministratore delegato (dopo la figura del super preside introdotta con la Riforma della Scuola, non poteva mancare la messa in campo del nuovo super a.d.) e si lascia la possibilità al Governo di indicare due membri del CdA su sette totali, e non più nove come previsto fino ad allora, con il Parlamento che dovrà stabilirne quattro.

L’Italia si trova alla 77esima posizione per libertà di stampa, alle spalle di Burkina Faso, Botswana e Nicaragua, nella classifica stilata ad Aprile da ‘Reporter senza frontiere’ e dietro questo piazzamento pesa anche, inevitabilmente, la poca autonomia del servizio pubblico di ieri e di oggi, soggiogato dalla politica e usato, spesso e volentieri, per scopi elettorali. La visione renziana della Rai, in perfetta linea con quella dei governi Berlusconi, è inaccettabile e non può appartenere a chi garantiva un cambiamento radicale e prometteva di non prescindere dal pluralismo d’informazione: “i partiti fuori dalla Tv pubblica” non può e non deve rimanere solamente uno slogan da campagna elettorale, la Rai non è di proprietà delle forze politiche o del Governo, ma dei cittadini italiani.

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Referendum: inaccettabile l’invito all’astensionismo

Domenica si terrà il referendum abrogativo sulla concessione delle estrazioni di idrocarburi in mare entro le 12 miglia marittime (circa 20 km dalla costa), ottenuto da nove Consigli regionali (di Basilicata, Marche, Puglia, Sardegna, Veneto, Calabria, Liguria, Campania e Molise) che hanno depositato le firme necessarie per la consultazione popolare. Il Governo ha stabilito in modo del tutto surrettizio e scorretto di non accorpare il referendum alle elezioni amministrative di inizio Giugno, non permettendo una campagna informativa sufficientemente lunga e, di conseguenza, sarà sicuramente maggiore la difficoltà per raggiungere il quorum, fissato al 50%+1 degli aventi diritto al voto; inoltre il costo di questa operazione di spachettamento raggiungerà una cifra enorme, ossia oltre 300 milioni di euro, un inaccettabile spreco di denaro pubblico, così come risulta decisamente grave e negativo, sotto il profilo istituzionale, l’invito all’astensione, quando, invece, era lo stesso Presidente del Consiglio, nonchè segretario del Pd, Matteo Renzi a richiedere a gran voce, nel 2011, l’Election Day (e, poi, criticare Bersani per non averlo ottenuto) per l’importante referendum abrogativo sull’acqua e sul nucleare. Lascia attoniti anche l’irruzione nella scena del Presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano che, qualche giorno fa, ha dichiarato legittima, non una scelta incoerente con il dovere civico e non in contrasto con quanto riportato dall’articolo 48 della Costituzione repubblicana (cui recita che votare è un diritto e, appunto, un dovere) la posizione dell’astensione, in perfetta sintonia con il premier, nonostante entrambi dovrebbero essere i principali depositari delle regole democratiche. Sarebbero stati quanto meno apprezzabili, infatti, un impegno in senso opposto, che rimarcasse e non demolisse l’importanza della partecipazione popolare, costantemente in calo, e una coraggiosa battaglia a viso aperto, seppur per il “no”, accettando il rischio di sconfitta sul piano politico. Per questo, sul tema in questione, aumentano le distanze con la sinistra, in toto, con la minoranza dem, a cui si deve riconoscere il coraggio di aver rifiutato con decisione il diktat del segretario e di dissentire sulla furbesca linea di partito, e con il Governatore della Puglia, anch’esso del Pd, Michele Emiliano, da sempre contro le trivellazioni, che ha puntato il dito contro Renzi, definendolo come un venditore di pentole, il cui invito da pubblico ufficiale sarebbe potenzialmente sanzionabile per l’articolo 98 del testo unico del 1957, confermato dalla Cassazione nel 1985, che vieta la possibilità di indurre gli elettori all’astensione anche per quanto riguarda i referendum.

Recarsi alle urne significa, quindi, combattere il partito dell’astensione e della disinformazione, difendere lo strumento della consultazione popolare (tanto più se si considerano mai legittimate le riforme renziane, essendo stati stravolti il programma delle primarie Pd del 2013 e quello di Bersani con cui e per cui sono entrati in Parlamento i democratici) e cercare di impedire la riuscita del boicottaggio messo in atto da un Governo arrogante, che vive come un pericolo un esito referendario opposto a quello auspicato e preferisce non promuovere la democrazia per questo referendum sulle trivelle con il fine di evitare il pericolo di intralci ma non esita a fare campagna “pro domo sua” per quanto riguarda il referendum costituzionale dell’autunno prossimo (accusando, in modo palesemente incoerente e opportunista, come privi d’argomenti coloro che non voteranno), peraltro trasformato in senso personalistico da un primo ministro non all’altezza del ruolo che ricopre. Il motivo centrale, attorno a cui ruotano i molti altri, per non disertare le urne, però, rimane sempre e solo uno: sfruttare l’occasione per far sentire la propria voce e dimostrare che le scelte calate dall’alto, in questo caso quelle a vantaggio dei petrolieri, non sono accettate.

Votare SÌ per dire NO alle trivelle:

Entrando nel merito, il referendum coinvolge direttamente 21 concessioni (in corrispondenza a 43 piattaforme) che, in caso di vittoria del “sì”, non potrebbero più essere prorogabili (oggi possono essere prolungate fino all’esaurimento del giacimento). Una vittoria del fronte del No Triv non si tradurrebbe in un netto cambio di rotta sulle politiche ambientali (ambito in cui il Governo si è rivelato fallimentare, colpevole in primis di aver scritto il manifesto antiambientalista quale è il Decreto Sblocca Italia), come prospettato da alcuni, in quanto la reale forza del quesito non è particolarmente elevata, ma favorirebbe comunque, come passaggio successivo, investimenti maggiori nelle energie alternative e pulite in tempi più rapidi. Le prime falsità dei sostenitori del “no” o, peggio, di chi invita ad astenersi riguardano la maggiore dipendenza energetica dai paesi esteri, qualora si fermassero le trivelle, il pericolo immediato di perdita dei posti di lavoro (di cui, peraltro, non sappiamo il numero esatto) e l’assenza di tempo necessario per invertire la rotta in ottica verde: in realtà le trivellazioni riescono a coprire meno dell’1% del fabbisogno nazionale di petrolio (poco e di scarsa qualità) e del 3% di gas, in secondo luogo varie concessioni rimarrebbero in essere ancora dieci o, addirittura, diciotto anni (la prima scadrebbe nel 2017 e l’ultima nel 2034), quindi un ampio periodo utile per organizzare e compiere una necessaria e ambiziosa transizione energetica (favorendo un modello d’economia slegato dall’estrazioni di carbonio, come stabilito alla Cop21) e adeguatamente lungo per la ricollocazione dei lavoratori. Per giunta secondo quanto emerge dalla nuova edizione del National Solar Jobs Census, stilato dalla Solar Foundation, i posti di lavoro offerti dall’industria solare, in questo caso statunitense, sono nettamente superiori a quelli che derivano dall’estrazione di combustibili fossili. Certamente, poi, non risulterebbe una perdita rilevante il mancato introito da royalties, le cui aliquote di tassazione, per chi trivella in mare, sono sicuramente ridotte, tra le più basse al mondo: il 10%per il gas e il 7% per il petrolio, senza considerare le inconcepibili franchige e i notevoli incentivi indiretti; inoltre nel 2015 tutte le estrazioni, sia su mare che in terra, hanno prodotto un gettito da royalties pari a soli 352 milioni, ovvero cifra simile a quella sperperata dal Governo per aver rifiutato l’Election Day.

Fermare le trivellazioni significherebbe, dunque, per lo meno, eliminare, nelle fette di mare in questione, la presenza di sostanze chimiche scaturite dalle piattaforme, dannose per le biodiversità, infatti il reale impatto ambientale potrebbe essere notevolmente maggiore rispetto a quello segnalato dal Ministero dell’Ambiente, poichè le rilevazioni risultano non completamente trasparenti e, secondo quanto denunciato da Greenpeace, l’organo istituzionale chiamato a valutare i risultati del monitoraggio sul mare che circonda le piattaforme offshore, cioè l’Ispra, opera, paradossalmente, su committenza della società che possiede le piattaforme oggetto d’approfondimento ENI (secondo i risultati delle ricerche condotte, invece, dalla stessa ong Greenpeace e contenuti nel documento “Trivelle fuorilegge” i parametri ambientali stabiliti per legge sarebbero sforati vicino a oltre il 70% delle piattaforme). Lo stop alle trivelle permetterebbe, anche, di contrastare la subsidenza e l’erosione delle coste, ridurre a zero i rischi di disastri ambientali, seppur non troppo elevati (ma, comunque, non giustificabili) e, soprattutto, indurre il Governo a puntare su una graduale, ma di fondamentale importanza, riconversione energetica volta a tutelare l’ambiente e l’ecosistema e a scommettere su un modello di sviluppo sostenibile che combatta i cambiamenti climatici.

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La legge Cirinnà s’ha da fare, senza nuovi passi indietro

Il 26 Gennaio, finalmente, dopo troppi rinvii, si discuterà in Senato il ddl Cirinnà, il quale prevederebbe il riconoscimento delle unioni civili tra coppie etero non sposate e tra quelle dello stesso sesso e la stepchild adoption (nell’art.5), cioè la possibilità per il genitore non biologico di adottare il figlio, naturale o adottivo, del partner.

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La proposta di legge, già evidentemente limitata se paragonata alla legislazione in merito adottata dai paesi più propensi al progresso sociale, rischia di essere frutto di un ulteriore compromesso al ribasso, a causa dei mal di pancia all’interno del Partito Democratico stesso, in particolare nell’ala più legata alla tradizione cattolica, e degli alleati di Governo UDC e NCD (cos’altro pretendere quando troviamo Giovanardi e Formigoni tra i primi esponenti, nemici per eccellenza dei diritti civili?), con Alfano che vorrebbe rimanere al Medioevo e minaccia la promozione di un referendum abrogativo qualora passasse (e lo si spera) la stepchild adoption. Gli ultimi sondaggi ci dicono che circa il 67% degli italiani si dichiara favorevole al riconoscimento delle unioni civili e oltre il 50% anche al matrimonio egualitario, ma, nonostante l’apertura da parte della cittadinanza, il primo punto è stato considerato dalla politica italiana di scarsa importanza e chiuso in un cassetto per anni, mentre sul secondo non si accenna nemmeno la minima discussione, quando, invece, anche in altri stati, Irlanda in primis, di tradizione fortemente cattolica, la politica si è aperta, su spinta popolare, a provvedimenti coraggiosi e nella direzione di una società maggiormente liberale. L’Italia è, indubbiamente, uno dei paesi occidentali più arretrati nel campo dei diritti civili (così come non esiste ancora una legislazione sulle unioni civili, non si sono fatti passi in avanti sul testamento biologico, sull’eutanasia e decisi sul superamento della legge 40 al fine di regolamentare la fecondazione eterologa), infatti si ritrova tra i 9 paesi europei su 28 senza alcun riconoscimento giuridico delle coppie omosessuali (peraltro sono scarse le tutele anche per le coppie etero non sposate), per questo a Luglio è arrivata la condanna da Strasburgo, subito dopo la svolta, in quest’ambito, avvenuta negli Stati Uniti, in cui sono stati legalizzati i matrimoni gay in tutti gli stati, inoltre non possiamo stupirci se nella classifica pubblicata dall’Ilga del 2015 su 49 paesi l’Italia si posiziona al 34º posto e risulta, solamente, al 22% come rispetto dei diritti umani delle persone lgbt. Insieme a quello sull’estensione del diritto alla reversibilità della pensione il punto che fa più discutere rimane, appunto, la stepchild adoption, prevista da 7 paesi nel mondo (mentre 21 hanno adottato le adozioni gay non necessariamente del figlio biologico del partner), contro questa si schiera anche una piccola fetta del M5S (Sinistra Ecologia e Libertà unico ad essere in maniera compatta favorevole) che ritene la sua istituzione non imprescindibile, come dovrebbe, senza dubbi, risultare poichè il 20,5% delle lesbiche e il 17,7% dei gay oltre i 40 anni ha almeno un figlio, cioè più di 100 mila bambini; fin da subito la Conferenza Episcopale, ovviamente, si è dichiarata totalmente contraria alla stepchild, considerata inammissibile, contro la famiglia tradizionale e un’apertura totale alla maternità surrogata, o utero in affitto, anche se, in realtà, non sono presenti tracce d’incentivazione all’interno del testo del ddl promosso dalla senatrice dem Monica Cirinnà (una soluzione per eliminare questa paura potrebbe essere aumentare le pene per chi ricorre alla maternità surrogata o inserire più paletti per poter ricorrere alla stepchild), in ugual modo sono estremamente critici nei confronti di tutta la proposta altri comitati e movimenti di stampo cattolico, che stanno organizzando nuovi Family Day di protesta, chiaro esempio di non comprensione del concetto di libertà altrui. Dopo divorzio breve e ius soli anche la legge sulle unioni civili, nonostante i limiti che presenta, s’ha da fare, senza ulteriori passi indietro, e dopo queste riaprire gli altri discorsi importanti legati alle libertà individuali, all’uguaglianza e alla parità di genere (non di minore importante anche il discorso legalizzazione delle droghe leggere), non riproponendo più la fastidiosa scusa della “non priorità”.

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Quale futuro a sinistra?

La sinistra unita non c’è ancora, questione di tempo o frammentazione ad oltranza?

Da Possibile di Pippo Civati a Sinistra Ecologia e Libertà, dall’Altra Europa con Tsipras (entrata in Parlamento con i senatori Campanella e Bocchino) alla Federazione dei Verdi ed ecologisti, senza dimenticare i fuoriusciti Sergio Cofferati e Stefano Fassina e i vari Rifondazione, Radicali e l’extraparlamentare Coalizione Sociale di Landini: le sinistre in Italia sono davvero una miriade. A fine giugno sembrava certo che durante l’autunno sarebbe nata una nuova sinistra unita, inizialmente annunciata più volte da tutti i coinvolti, soprattutto pareva essere stato decisivo il discorso di Vendola durante l’ultimo congresso del suo partito, nel quale rivelava la chiusura dell’esperienza Sel e apriva ad un nuovo ciclo, con l’intento di portare avanti un progetto comune e riprodurre un vero centrosinistra di governo, legato agli ideali che Renzi ha polverizzato, ma i primi piccoli dissidi si sono presentati immediatamente, in particolare tra Possibile e parte degli altri soggetti socialdemocratici insieme ai sindacati, i quali si sono rifiutati di sostenere i referendum abrogativi promossi dal partito di Civati, poi non arrivati alle 500 mila firme necessarie per poter essere depositate in Cassazione (nonostante ciò possiamo ritenere un successo di partecipazione le 300 mila ottenute, frutto di mobilitazione e impegno di migliaia di volontari), e hanno accusato l’ex Pd di non aver voluto aspettare per presentarne uno in accordo comune. Oggi, inoltre, Sel preferirebbe che la futura lista di sinistra potesse, in vista delle elezioni amministrative, stabilire anche eventuali alleanze con il Partito Democratico previo accordi su candidati e punti principali dei programmi, probabilmente solo in alcune strategiche città (Cagliari sarebbe una di queste, in quanto Pd e Sel sosterrebbero il sindaco uscente Zedda, esponente dello stesso Sinistra Ecologia e Libertà), mentre Possibile si oppone totalmente all’ipotesi. In più a vari esponenti, civatiani in primis, non piace l’apertura di Fassina all’uscita dall’Euro, proposta sempre appartenuta alla destra populista e cavallo di battaglia dei nazionalisti ed antieuropeisti. Un soggetto unitario che possa competere contro Renzi e opporsi al Governo, quindi, appare ancora come un miraggio e gli ex elettori del Pd che non si riconoscono nelle politiche di centrodestra e nella gestione autoritaria del partito da parte del segretario, nonchè premier, si sentono, in gran parte, spaesati e a guadagnarci, purtroppo, sembra solo il Movimento Cinque Stelle.

D’altro canto troviamo la minoranza dem (o, per meglio dire, le minoranze), guidata da Bersani, D’Attorre e Speranza, i quali hanno provato ad opporsi, talvolta troppo debolmente (a causa di una mancanza d’ascolto totale da parte della maggioranza) a molte delle riforme horror di Renzi (che ha sempre preferito fare accordi con Alfano, Formigoni e Giovanardi, con cui sta creando la DC 2.0) e all’avvicinanento al partito di Denis Verdini e di personaggi (da notare che si tratta di padri costituenti…) come i reosospesi per gesti sessisti D’Anna e Barani, esigendo, senza successo, un Partito Democratico ancorato al centrosinistra e che non rinnegasse totalmente il programma di Bersani con il quale e per il quale sono entrati in Parlamento nel 2013. A lungo soprattutto Pier Luigi Bersani ha contrastato i punti critici della riforma del Senato, cioè inelettività e contrappesi assenti, giungendo ad un accordo con Renzi e Maria Elena Boschi che, però, rischia di ripercuotersi contro la minoranza stessa e affossarla, in quanto potrebbe trasformarsi in una sorta di “tanto peggio, tanto meglio”, se la legge elettorale per stabilire i neosenatori prevedesse il listino e ricalcasse, sostanzialmente, la proposta di mediazione di Anna Finocchiaro; quest’ultima ipotesi era stata smentita, precedentemente, dall’ex segretario del Pd, ma l’indizio principale che si possa giungere a tale, insperata, conclusione è contenuto nell’art.2, che prevede una sedicente rettifica, tutta da spiegare, degli eletti da parte dei consiglieri regionali.

Lasciare la sinistra frammentata o renderla una semplice accozzaglia di liste sarebbero mosse chiaramente perdenti; non può essere del tutto assente dallo scacchiere politico una vera coalizione di soggetti progressisti, laici ed ecologisti che possa rappresentare chi non lo si sente più dal partito di Renzi e i sinistroidi che stanno votando i 5stelle turandosi il naso. La speranza è l’ultima a morire quindi, nonostante risulti alquanto difficile, non possiamo che incrociare le dita affinchè, prima o poi, il Pd possa essere riconvertito e tornare un soggetto di centrosinistra e realmente democratico, com’era con Bersani al timone. Solo inguaribile ottimismo??

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A sinistra

La settimana scorsa l’Altra Europa con Tsipras, nata come lista per le elezioni europee dello scorso anno, è entrata in Parlamento con i senatori Fabrizio Bocchino e Francesco Campanella, entrambi ex M5S e Alternativa Libera, così come in precedenza era nato Possibile, guidato da Pippo Civati, ed era stato lanciato, da parte del fuoriuscito dal PD Stefano Fassina, il movimento Futuro a sinistra. Sembrerebbe un’ulteriore frammentazione dell’area a sinistra del Partito Democratico, ma in realtà è solo l’inizio di vari percorsi paralleli per arrivare alla meta comune, cioè un nuovo soggetto unitario con una chiara identità e volontà d’intenti, come dichiarato anche da Vendola nell’ultimo, in tutti i sensi, congresso di Sinistra Ecologia e Libertà; questo soggetto, che nascerà probabilmente in autunno, si proporrà come casa comune per elettori di sinistra che non si riconoscono nelle politiche di centrodestra (dallo Sblocca Italia alla legge elettorale e dal Jobs Act alla riforma della scuola), sempre più apprezzate dall’alleato di governo Angelino Alfano, nei modi perennemente propagandistici e nell’autoritarismo di Matteo Renzi, a cui, peraltro, sta arrivando in soccorso (dopo l’instabilità dell’ultimo periodo) Denis Verdini (ovviamente, viene preferito a Fassina, Cofferati e Civati), che ha lasciato Forza Italia per formare il gruppo dei “liberalpopolari” insieme a dieci o più seguaci e per completare il Partito della Nazione, possiamo dire che la nuova Democrazia Cristiana prende sempre più forma. Il resto dell’estate servirà come periodo di insediamento dei nuovi movimenti, in particolare di Possibile con l’iniziativa referendaria (otto quesiti per l’abrogazione di alcune delle pessime riforme del Governo Renzi), sul territorio, partendo dalla mobilitazione dei neoiscritti e dall’apertura di un dibattito popolare sui temi tipicamente di sinistra. Alcuni sperano in una nuova Syriza o Podemos e nella costituzione di una sinistra radicale, mentre altri sperano nella collaborazione con i grillini, ma la prima pista, cioè la riproposizione tout court (naturalmente alcune proposte saranno simili o sovrapponibili) dei medesimi soggetti politici, difficilmente potrà essere vincente, perchè il contesto politico italiano è differente da quello spagnolo o da quello greco, in Italia servirebbe piuttosto un nuovo centrosinistra (visto che i mal di Renzi sono diffusi) di governo che riprenda alcune delle vecchie battaglie e ne metta in campo di innovative attuabili (Podemos, per esempio, propone un populismo di sinistra, che parte dal reddito di cittadinanza da 145 miliardi, mentre nel nostro Paese l’alternativa al populismo di destra è il buon senso), mentre per quanto riguarda la seconda pista dipende tutto dal Movimento 5 Stelle, che anche sul territorio difficilmente si aprirà al confronto seppur su temi comuni (ecologia, antiproibizionismo e diritti civili). I punti principali della nuova sinistra, che sarà composta anche da Verdi, Radicali, Coalizione Sociale, Rifondazione e da eventuali ed ulteriori fuoriusciti del PD (Alfredo D’Attorre il più plausibile), saranno tre: il primo sarà la partecipazione, fondamentale il coinvolgimento, la mobilitazione ed essere vicini alle idee e alle opinioni dei militanti (il programma di partenza sarà comunque molto simile a quello di Civati per le primarie PD di fine 2013); il secondo sarà puntare sui giovani, nonostante alcuni personaggi, come Vendola, Cofferati e forse Landini, avranno ruoli sicuramente importanti, la classe dirigente dovrà essere composta in gran parte da under 45, quali, per esempio, Elly Schlein, Marco Furfaro, Luca Pastorino, Nicola Fratoianni, Monica Gregori, oltre al leader che molto probabilmente sarà lo stesso Pippo Civati; il terzo sarà l’europeismo “antiausterity”, cioè spingere per un’Europa unita, solidale e democratica, ripartendo da un duro contrasto all’austerity e agli insostenibili diktat della Troika (argomento di grande attualità a causa della situazione greca). Fondamentali anche le battaglie per la legalizzazione delle droghe leggere, sempre più fattibile dopo la nuova proposta di legge firmata da 217 parlamentari, per la laicità, la tutela delle minoranze e i diritti civili, a partire dalle unioni civili, la cui approvazione continua ad essere ritardata dal Governo (lasciati chiusi nel cassetto modifica della legge 40 sulla fecondazione eterologa, eutanasia, testamento biologico e ius soli), per la lotta alle mafie e alla corruzione, per il contrasto alla precarietà e per il rilancio della spending review mirata sui veri sprechi (finora toccati solo i servizi e gli enti locali) e della revisione sulle pensioni d’oro per la riduzione delle imposte, allentando la pressione fiscali inanzitutto sulle fasce più deboli e sul lavoro (rilancio della media e piccola impresa), per il sostegno al reddito, per la manutenzione territoriale (dalle grandi alle piccole opere) e per investire in istruzione e cultura. Sono davvero troppi gli spaesati o sfiduciati a sinistra che oggi votano, magari senza troppa convinzione, il M5S o si astengono, perciò il compito sarà recuperarli, poi si potrà parlare di percentuali e potrebbero esserci sorprese positive, chissà… tutto è Possibile!

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La legalizzazione s’ha da fare

Mercoledì è stata depositata la proposta di legge per la legalizzazione delle droghe leggere (cannabis e derivati), di cui il Sottosegretario agli esteri e liberale Benedetto Della Vedova è stato il primo promotore; il ddl è stato firmato da 218 parlamentari (intergruppo parlamentare composto da M5S, Sinistra Ecologia e Libertà e alcuni esponenti di PD, Gruppo Misto, Scelta Civica e Forza Italia), ma è sostenuto anche da soggetti extraparlamentari tipicamente antiproibizionisti, cioè Radicali, Rifondazione Comunista ed ecologisti (solo Lega, Fratelli d’Italia-AN e Area Popolare si sono dichiarati totalmente contrari). La sollecitazione più forte per il superamento del proibizionismo è arrivata dalla Procura Nazionale Antimafia, che nella Relazione annuale, pubblicato a Marzo, parla di fallimento della linea della repressione, perseguita negli ultimi anni, e invita la politica ad approvare misure che puntino alla depenalizzazione; infatti la mancata distinzione tra droghe leggere e pesanti (legge Fini-Giovanardi, ritenuta incostituzionale esattamente un anno fa) non ha assolutamente risolto il problema, anzi, lo spaccio è aumentato e di conseguenza è cresciuto il numero dei consumatori. Il disegno di legge impone anche rigidi e sacrosanti paletti e regolamenta l’autoproduzione: ovviamente rimane la proibizione all’uso della sostanza per i minorenni mentre i maggiorenni potranno detenere una modica quantità ad uso ricreativo (15 grammi a casa, 5 grammi fuori) e potranno coltivare fino a 5 piantine (non potrà essere venduto il raccolto); le piantine potranno essere coltivate e lavorate in maniera associata (nei cosiddetti Cannabis Social Club composti da, al massimo, 50 membri), tutto ciò solo tramite apposite autorizzazioni; la vendita al dettaglio avverrà  in negozi (simili a Coffee Shop) che dovranno possedere la licenza dei Monopoli dello Stato; non si potrà fumare in nessun luogo pubblico o aperto al pubblico e restano, naturalmente, le sanzioni in caso di guida in stato di assenza di lucidità (sanzioni che verranno, giustamente, inasprite dalla legge sul reato d’omicidio stradale); una parte dei proventi derivati dalla legalizzazione verrà destinata al Fondo nazionale per la lotta alle droghe. Come prevedibile ci sono state anche dure contestazioni (Giovanardi e co.), innescate dalla dichiarazione di Salvini, che si ritiene favorevole alla regolamentazione della prostituzione e contrario alla legalizzazione della marijuana, considerando il sesso non dannoso mentre la droga sì (simpatica la risposta della radicale Rita Bernardini che considera la frase degna della Ruspa d’Oro). Così come il nazionalpopulista Salvini molti italiani (secondo i sondaggi, comunque, la minoranza) si dice proibizionista, in quanto cannabis e derivati creano seri danni alla salute e secondo loro la legalizzazione accrescerebbe i consumi; sappiamo bene che la cannabis crea, soprattutto, danni cerebrali (dannosi anche alcool, sigarette e potrei aggiungere anche il gioco d’azzardo, tutti legali) ma proibirla, dai risultati ottenuti, non è stata la soluzione adatta per contrastarla e i dati olandesi dimostrano che la legalizzazione (da non confondere con liberalizzazione) non accrescerebbe il numero dei consumatori, anzi lo potrebbe ridurre, in quanto fumare uno spinello non sarebbe più un atto di trasgressione delle regole (le contraddizioni sono davvero poche e deboli). Nei Paesi Bassi, in cui le droghe leggere sono legali da decenni, la media dei giovani che fa uso di cannabis almeno una volta al mese è del 9,7%, percentuale incredibilmente inferiore a quella italiana (28,9%) o tedesca (20,9%), in cui vige il proibizionismo, così come dal 1997 al 2003, in soli sei anni, il numero dei CoffeeShop si è ridotto del 36%, grazie ad un sensibile calo della domanda. Lo Stato italiano incasserebbe dalla tassazione sulla vendita e sulla produzione tra i 6 e gli 8 miliardi di euro (non credo facciano schifo al Governo), al netto dei risparmi sul suo contrasto, cioè altri 1/2 miliardi; verrebbero sottratti quasi 20 miliardi di introiti alla malavita, che oggi ha il controllo sulla sostanza, e sarebbe una mazzata per tutto il mondo della criminalità. Inoltre si aprirebbe una filiera produttiva da migliaia di nuovi posti di lavoro. Per questi motivi la legalizzazione s’ha da fare; se vogliamo superare il fallimentare proibizionismo e vogliamo più soldi allo Stato e meno alle mafie non ci resta che incrociare le dita e sperare di arrivare presto alla svolta sul tema, quindi all’approvazione della proposta di legge.

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Il Reddito Minimo funzionerebbe a tre condizioni

No Job, no money, now what?

A Maggio l’occupazione è calata (- 63 mila posti di lavoro) e la povertà è aumentata (i cittadini sotto la soglia di povertà sono 10 milioni), così come cresce ancora il numero degli sfratti, i disoccupati sono più di 3 milioni e 300 mila mentre i precari sono circa 3 milioni (in calo solo grazia all’effetto decontribuzione conseguente alla stabilizzazione). Per la lotta alla povertà e per rilanciare i consumi la misura più efficiente da adottare potrebbe essere il Reddito Minimo Garantito, offerto a disoccupati e precari (sotto forma di integrazione salariale), spesso confuso con l’utopistico e inattuabile reddito di cittadinanza, che, invece, verrebbe offerto a tutti i cittadini, indistintamente dalla situazione economica che arriverebbe a costare più di 300 miliardi l’anno (solo il partito Podemos, in Spagna, lo ha proposto all’interno del proprio programna economico, prevedendo l’insostenibile costo di 145 miliardi di euro l’anno). In Italia favorevoli al RMG sono Movimento 5 Stelle, che ha organizzato il 9 maggio la marcia Perugia-Assisi per richiedere la sua attuazione e ha presentato una proposta di legge, Sinistra Ecologia e Libertà, il nuovo soggetto di sinistra, del fuoriuscito dal PD Pippo Civati, Possibile, l’extraparlamentare Coalizione Sociale guidata dal sindacalista Landini (tra i principali favorevoli troviamo Don Luigi Ciotti) e alcuni esponenti della minoranza dem. Il M5S propone un Reddito Minimo, chiamato anche reddito di dignità, di 780 euro lordi mensili (9360 euro annuali, reddito che verrebbe tassato al 23%, trovandosi nel primo scaglione IRPEF) , che verrebbe assegnato a tutti coloro che non arrivano a tale soglia, pretendendo la ricerca attiva di un lavoro (e dopo il rifiuto a tre offerte lavorative decade il beneficio)  e tenendo conto del reddito familiare, delle persone all’interno dello stesso nucleo che ne beneficiano e dei familiari a carico (quindi i paletti lo traformano da un sussidio ai singoli cittadini ad uno a base familiare). Se anche in Italia, rimasto unico Paese nell’UE senza reddito minimo (anche in Grecia, infatti, è stato istituito), dovesse essere applicato così come formulato dai pentastellati costerebbe 17 miliardi; secondo alcuni economisti come il presidente dell’INPS Tito Boeri, che aveva proposto un reddito minimo solo per gli ultracinquantenni disoccupati, i calcoli sono approssimativi e il RMG del M5S potrebbe costare almeno 2 miliardi in più, mentre secondo l’ISTAT costerebbe allo Stato “solo” 14,9 miliardi di euro e il beneficio raggiungerebbe 2 milioni e 759 mila famiglie (il Reddito Minimo proposto da SEL costerebbe 23,5 miliardi). Sempre dal partito di Beppe Grillo sono state elencate le coperture finanziarie (per la prima volta è un approfondimento economico sicuramente limitato ma non populista), dal taglio alle spese inutili sui beni intermedi al taglio delle auto blu dei dirigenti sanitari (piccola digressione per dire che costano quasi un miliardo di euro ed è assolutamente evitabile la concessione e l’utilizzo da parte di questi). Sicuramente è una misura attuabilissima “antipovertà” (nonostante venga accusata di assistenzialismo) ed è una soluzione per far “girare moneta” ma può funzionare solo a tre condizioni, che non corrispondono ad alcune richieste di grillini e SEL:

  • Prima del Reddito Minimo gli sforzi dovranno concentrarsi su una robusta riduzione della pressione fiscale e degli oneri contributivi a carico delle medie e piccole imprese e su un piano di creazione diretta di posti di lavoro per la manutenzione territoriale, per cercare di rilanciare l’occupazione e, poi, combattere la povertà nello sviluppo e crescita economica (inoltre dovranno essere messe in atto politiche attive per l’accompagnamento e l’inserimento nel mercato del lavoro)
  • Affinchè non appaia come disincentivo al lavoro l’integrazione salariale per un precario dovrà portarlo ad un reddito minimo superiore rispetto a quello di un disoccupato: se il reddito minimo di un disoccupato potrà risultare di 550/600 euro netti mensili, quello di un precario dovrà essere di almeno 800 euro netti mensili; fondamentale, per questo, anche una legge sul salario minimo orario
  • Tra i paletti e le limitazioni, oltre a tener conto del reddito familiare totale, bisognerà considerare anche la situazione patrimoniale mobiliare e immobiliare familiare, per ridurre maggiormente il rischio “furbetti”, così come dovrà essere impedito di accedere al beneficio a coloro che decidono di autolicenziarsi senza giusta causa

dalla parte del progresso AA99