Riforma del Senato: quando il nuovo non significa progresso

Appena sarà terminato il consueto stallo di Ferragosto si riaccenderà la discussione sul nuovo Senato, la cui approvazione non sembra assolutamente scontata tra un’infinità di emendamenti e critiche, che partono dalla (come al solito inascoltata) minoranza dello stesso Partito Democratico. La riforma del Senato, a lungo spacciata da Renzi per abolizione, infatti, ha molte, troppe, contraddizioni; inanzitutto il Senato sarà inelettivo e completa a perfezione l’altrettanto discutibile legge elettorale, l’Italicum (su cui, peraltro, era stata posta la fiducia, unici precedenti nel 1923 con il fascismo e nel 1953, la cosiddetta legge truffa, con la DC al governo), approvata ad inizio Maggio: i consiglieri regionali eleggeranno i senatori, che saranno cento tra consiglieri stessi, sindaci, che dovrebbero già essere impegnati 24 ore su 24 per l’amministrazione delle loro città, e nominati dal Capo dello Stato, i quali non godranno di indennità aggiuntive ma dell’odiatissimo privilegio dell’immunità parlamentare (la Camera dovrà pronunciarsi sulla richiesta d’arresto di un senatore). Il ddl Boschi-Renzi attribuisce (o meglio, lascia al Senato inelettivo), comunque, funzioni importanti, seppur in numero assolutamente minore, quali, ad esempio, il potere di discussione e approvazione delle riforme costituzionali, il diritto di ratifica dei trattati internazionali, la possibilità di eleggere due giudici su quindici della corte costituzionale e, in seduta comune, il Presidente della Repubblica. Il bicameralismo perfetto sarà, quindi, superato, ma siamo davvero sicuri che ciò era così mostruoso e dannoso? Nonostante anche l’ex Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano abbia dato il suo “via libera” alla riforma, augurandosi il superamento del bicameralismo perfetto al più presto, e le diffuse accuse di inefficienza, nella precedente legislatura (2008-2013) erano state emanate 391 leggi, di cui 301, circa i 3/4, solo con la doppia lettura (la Camera non ha ritenuto di modificare alcunchè), quindi secondo l’analisi dell’associazione Giustizia e Libertà, possiamo affermare che nel 77,8% dei casi il bicameralismo ha funzionato come un semplice controllo di qualità, nel 19,4% ha, invece, introdotto utili correzioni o integrazioni nel corpo legislativo e nel rimanente 2,8% è stato un opportuno strumento di approfondimento e riflessione, e non è stato sinonimo di lentezza legislativa. Inoltre il Parlamento italiano ha deliberato 71 leggi nel 2011 e 102 nel 2012, quello francese rispettivamente 111 e 82, quello spagnolo 50 e 25, quello inglese 25 e 23, quello tedesco 153 e 128; la produttività del bicameralismo perfetto italiano, dunque, rimaneva al di sopra della media dei principali parlamenti europei. Sempre secondo Giustizia e Libertà il bicameralismo perfetto, inoltre, permette di discutere due leggi riguardanti argomenti diversi contemporaneamente nei due rami del Parlamento, mentre, per esempio, in un monocameralismo (tra i maggiori parlamenti dell’Europa occidentale lo è solo il Portogallo) non potrebbero sovrapporsi, rallentando l’iter legislativo. Potremmo comunque pensare ad un riordino delle competenze, superando di fatto la parità assoluta tra Camera (che rimarrà composta da 630 deputati, alla faccia del risparmio) e Senato, ma, assolutamente, non rendendo inelettivo il secondo e se è vero (com’è vero) che partecipazione è libertà, togliere ai cittadini la possibilità di eleggere i propri rappresentanti in Senato e lasciare la Camera (a fronte dell’Italicum) con la maggioranza di nominati (per i “partitini” entreranno in Parlamento solo i capilista bloccati), con una lista (il premio alla lista e non alla coalizione è l’anticamera del presidenzialismo) che può prendere la maggioranza dei seggi e tutto il potere con un 11% in meno a quello dovuto o vincendo al ballottaggio nonostante, magari, rappresentasse solo un 20% dei votanti al primo turno, non sarà una svolta autoritaria, ma sicuramente una riduzione del potere decisionale dei cittadini e della rappresentanza in Parlamento. La proposta della relatrice Finocchiaro dell’elezione semidiretta, cioè listino bloccato dalle segreterie, permettendo ai cittadini solo di concorrere nella scelta dei senatori, è sullo stile del “tanto peggio, tanto meglio”. L’augurio è di una svolta, approvata la riforma, nell’eventuale referendum costituzionale, che Renzi ha promesso di indire per la conferma da parte dei cittadini del nuovo Senato. La riforma del Senato segue le altre targate Renzi, che proclama come sinonimo di innovazione, rottamazione e progresso, ma quelli sono solo slogan, in realtà le sue riforme, dal manifesto antiambientalista del decreto Sblocca Italia, che incentiva la trivellazione, la realizzazione di nuovi inceneritori e nuove autostrade, alla (non) Buona Scuola e dal demansionamento del lavoratore ai nuovi tagli lineari alla sanità sono l’esempio del nuovo che non porta un miglioramento e ha anche il coraggio di ritenersi di sinistra (è stato lui a  sfaldarla) mentre è in perfetta sintonia e a braccetto con Verdini e Giovanardi, con i quali presto ultimerà la DC 2.0.

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