Cop21: ultima chiamata per salvare il pianeta

Mai come oggi il futuro del pianeta si trova ad un bivio e la Cop21 risulta l’ultima possibilità per salvarlo.

Il nostro futuro e, soprattutto, quello dei nostri figli è nelle mani di 150 leader riuniti a Parigi per la conferenza mondiale sui cambiamenti climatici, chiamata Cop21 essendo il ventunesimo tentativo di cambiamento, che ora dovrà essere, per forza, radicale (il summit, iniziato il 29 novembre, troverà conclusione l’11 dicembre). Non c’è scelta, come ci spiegano gli esperti del clima siamo arrivati ad un punto di non ritorno, dall’inizio della rivoluzione industriale, infatti, la concentrazione atmosferica dell’anidride carbonica è aumentata del 40% a causa del massiccio uso di combustibili fossili, la concentrazione del gas metano si è alzata del 150% e la concentrazione del protossido d’azoto è cresciuta del 20%, e  per evitare l’aumento di danni irreversibili e catastrofi ambientali, entro il 2050, quando saremo in 9 miliardi, si dovranno ridurre, secondo le maggiori associazioni ecologiste, almeno dell’80% le emissioni globali di anidride carbonica e si dovrà restare sotto 1,5 gradi di surriscaldamento (inoltre secondo il climatologo Hansen l’unica soluzione sarebbe introdurre una tassa sui combustibili fossili), lasciando campo aperto alle energie alternative; è molto probabile, però, si possa raggiungere un’intesa per rimanere solamente entro i due gradi, che significherebbe, invece, una riduzione di emissioni pari al 50% e non garantirebbe sicurezza, tantomeno prosperità, soprattutto nel caso in cui l’accordo non fosse vincolante e si rivelasse inadeguata la somma stanziata per gli investimenti “verdi” nei paesi sottosviluppati (oppure mal monitorato il suo reale utilizzo), quindi le intenzioni potrebbero non tramutarsi in un cambio di rotta netto, tenendo presente chi storce il naso, in particolare l’India, che vorrebbe egoisticamente continuare ad aver mano libera sulla produzione di carbone e non vorrebbe perdere autonomia nelle scelte industriali (mettendo a rischio lo stesso tetto dei 2 gradi). La speranza, quindi, è che prevalga il buon senso e non si ricalchi il nulla di fatto, o quasi, all’indomani degli ultimi 20 summit, infatti nonostante gli impegni assunti con il Protocollo di Kyoto del 1997, le emissioni mondiali complessive, invece di ridursi del 5% entro il 2012, come deciso, sono aumentate, tra il 1990 e il 2010, da 28,3 miliardi di tonnellate a 37,6, portando a toccare, nel 2014, il record delle temperature globali, con un aumento di 0,46 gradi rispetto al trentennio 1970-2000. I motivi principali per cui siamo arrivati a tanto sono essenzialmente due, ovvero una crescita scriteriata e un consumismo sregolato, frutto di mancanza totale di lungimiranza da parte della politica mondiale, infatti per anni la stragrande maggioranza dei governi ha assecondato quella che si sarebbe poi potuta rivelare una gravissima problematica, e della generale ricerca cieca ed egoista del solo profitto economico che cozza con la consapevolezza di ciò che si sarebbe lasciato in eredità alle nuove generazioni (la Terra era ritenuta una grande risorsa da sfruttare, in che modo e in che misure non interessava), per decenni si è permesso, nella parte di globo industrializzata, alle grandi imprese di fare, a livello d’inquinamento, il bello e il cattivo tempo. Inoltre una grande spinta ai processi di alterazione climatica (lo dimostra il dato inquitente della Cina, primo inquinatore con il 30% delle emissioni, aumentate vertiginosamente negli ultimi anni) è stata garantita con la scelta dell’integrazione dei mercati mondiali, ovvero la globalizzazione economica, senza aver stabilito regole basilari comuni, infatti in parecchi dei paesi in via di sviluppo in cui delocalizzano le multinazionali, oltre ad assere del tutto assenti le tutele e i diritti fondamentali dei lavoratori, non sono mai esistiti veri e propri piani di salvaguardia ambientale. La necessità di un progetto ambizioso che punti ad un ripensamento del modello di sviluppo mondiale in un’ottica verde (cioè investimenti globali nell’energia pulita, parametri stringenti antismog, meno trivellazioni, fine dei disboscamenti, protezione delle biodiversità, bonifica delle aree degradate), richiesta arrivata anche da Papa Francesco attraverso l’enciclica Laudato Si’ pubblicata il 18 giugno scorso, è dimostrata totalmente da una data, cioè 13 agosto 2015, giorno in cui erano finite le risorse terrestri per l’anno (per quanto riguarda il 2014 fu il 17 agosto), da allora stiamo consumando il capitale naturale che sarebbe servito in futuro, ma non può ch’esser ancora più triste scoprire che l’ultima volta che la popolazione mondiale riuscì a mantenere i propri consumi sfruttando le risorse terrestri annuali fu il 1970, ben 45 anni fa, quando la giornata del sovrasfruttamento cadeva il 31 dicembre. L’emblema principale di decenni di sfruttamento intensivo del pianeta rimane, senza dubbio, il disboscamento della Foresta Amazzonica (chiamata il polmone del mondo per la sua incredibile estensione, 7 milioni di km²), essendo stati distrutti, addirittura, più di 55 milioni di ettari della stessa, andando ad intaccare questa fondamentale riserva terrestre. Ormai non c’è più margine d’errore e non c’è più tempo, questa è l’ultima chiamata e #100%rinnovabile non dovrà rimanere più solo uno slogan, come richiedono i milioni di persone che si sono mobilitati in tutto il mondo il 29 novembre, è vostro dovere fare la scelta giusta, mettere l’ambiente al primo posto e cambiare il cupo destino a cui sta andando incontro il nostro pianeta. Sarete in grado?

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Ambiente: Governo assolutamente insufficiente

Il dato è impetuoso: dal 1950 addirittura un terzo del suolo nazionale è stato cementificato (senza criterio e piani urbanistici intelligenti). La mancata lungimiranza dei vari governi, la poca tutela del territorio e poca attenzione ad uno sviluppo scriteriato (diboscamento e cementificazione in primis) hanno fatto in modo che aree che appartengono a più di 6500 comuni, cioè l’89%, su cui sorgono oltre 6200 scuole e 550 ospedali,  fossero a rischio idrogeologico e le vittime a causa di frane e inondazioni, negli ultimi quarant’anni, sono state circa quattromila. Dopo l’alluvione in Liguria, l’area in cui il tasso di mortalità medio a causa del dissesto è il più alto, la speranza era che finalmente fossero stanziate risorse strutturali per mettere in sicurezza tutto il territorio, invece l’annuncio del ministro dell’ambiente Galletti è stato assolutamente deludente: un solo miliardo all’anno per i prossimi sette (nella legge finanziaria precedente fu stanziata una somma irrisoria, solo 180 milioni per il triennio 2014-2016) mentre ne servirebbero almeno 40 per eliminare totalmente il grave problema (dal 1944 sono i danni causati da frane e inondazioni sono costati 61,5 miliardi). Le responsabilità dell’uomo (sregolatezza assoluta) e delle amministrazioni in queste catastrofi sono evidenti, una tra queste ricade sulle spalle di vari governi, cioè l’aver attuato condoni edilizi (ultimo dei quali nel 2003 dal governo Berlusconi II), il non avere mai realmente perseguito o realizzato leggi efficaci e dure contro l’abusivismo edilizio e il non avere mai stanziato miliardi almeno per le aree a rischio maggiore, fattori che hanno solo peggiorato la situazione. Il decreto Sblocca Italia, cioè nuove trivellazioni, nuovi fondi alle grandi opere inutili e proroga delle concessioni autostradali, è stato un altro segnale molto chiaro lanciato dal governo: l’ambiente viene al terzo posto o forse anche all’ultimo. Le politiche ambientali prioritarie, come la bonifica delle aree maggiormente inquinate e la protezione delle biodiversità (al Nord a grande rischio di perdita), non sono mai state prese in considerazione. Alla fine del mese scorso in 60 mila a Lanciano hanno manifestato contro il progetto Ombrina, cioè nuove trivellazioni nel mar Adriatico, così anche in Puglia alcuni sindaci PD hanno minacciato l’autosospensione in caso non venisse immediatamente bloccato (anche Emiliano ha annunciato che darà battaglia per il contrasto alle trivelle) dal governo una nuova colonizzazione del mare affacciato alla loro terra. Il governo non tocca, o forse nemmeno sfiora, neanche il tema inceneritori, dannosi e costosi (quasi mezzo miliardo di euro), che potrebbero essere assecondati se si mettesse finalmente in campo, a livello nazionale, l’attuabile progetto “rifiuti zero” (cioè favorire il riutilizzo a scapito di inquinamento e discariche), così come lo stesso Renzi è assolutamente favorevole al TTIP (il trattato in corso di negoziato tra UE e USA sul libero scambio tra le due aree) che introdurrà gli OGM (Organismi Geneticamente Modificati) nella nostra economia (oltre a ridurre diritti e garanzie per i consumatori), pratiche di estrazione (fracking) del gas di scisto molto dannose per l’ambiente e imporrà la riduzione dei parametri di salvaguardua ambientale, tutto a vantaggio delle grandi multinazionali. Oggi le energie rinnovabili coprono meno del 18% del fabbisogno italiano, nonostante sia un’energia meno cara e più pulita e con Renzi la percentuale rischia solo di calare, mentre in campagna elettorale per le primarie per la segreteria del PD del 2013 prometteva, addirittura, che con lui l’energia alternativa avrebbe superato il 50% del fabbisogno (promessa, un po’ come le altre, in stile Berlusconi). Unica nota agrodolce è l’imperfetta ma comunque importante legge sugli ecoreati, che da un lato aumenta le pene e introduce nuove doverose norme ma dall’altro può lasciare impunite, per esempio, le stragi ambientali dell’Ilva di Taranto o Porto Tolle (tesi sostenuta e ripetuta più volte dal portavoce dei Verdi Angelo Bonelli), a causa di alcune falle all’interno del provvedimento. Invece sono la tutela dell’ambiente (il quale è un dovere mettere al primo posto), la messa in sicurezza del territorio e tutte le politiche di sostenibilità e green economy che si traducono in un futuro migliore per i nostri figli e per le generazioni che verranno (e su questo bisognerebbe aprire una grande riflessione). E pensare che l’efficientamento energetico degli edifici pubblici (risparmio e benefici ambientali), la valorizzazione delle aree verdi e l’estensione della raccolta differenziata porta a porta, giá sperimentata in moltissimi comuni, significherebbero centinaia di migliaia di posti di lavoro in più…

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