Europa: se non si cambia rotta si va a sbattere

Venerdì scorso abbiamo appreso la spiacevole notizia della vittoria dei pro-Brexit al Referendum per determinare la permanenza o meno della Gran Bretagna all’interno dell’Unione Europea, un pericoloso salto nel buio nonchè una svolta storica che determinerà, molto probabilmente, conseguenze negative soprattutto nel lungo periodo, sia sul fronte economico e sociale sia su quello politico. Per i britannici, ora, il rischio di una nuova e profonda recessione è reale, infatti secondo quanto riporta uno studio condotto dalla Bertelsmann Stiftung, in collaborazione con l’Ifo Institute di Monaco, il Brexit potrebbe arrivare a costare ai contribuenti inglesi addirittura oltre 310 miliardi di Euro (nel peggiore degli scenari si vedrebbe concretizzare una perdita pro capite di circa 1025 Euro), con il Pil in contrazione di ben 14 punti percentuali nell’arco di dodici anni. Le ragioni che hanno determinato tale risultato sono strettamente legate alla crescita delle disuguaglianze, alla scarsa attenzione verso la coesione sociale, a un’Unione che appare elitaria, lontana dai cittadini, e ad un disagio diffuso che risulta, evidentemente, terreno fertile per demagoghi e nazionalpopulisti e alimenta il desiderio di una profonda inversione di tendenza, che porta a correre il rischio di sprofondare maggiormente pur di rimescolare le carte in tavola. I vertici di Bruxelles saranno chiamati a prendere decisioni nette, infatti se non si stabilisse entro breve un radicale cambio di rotta si perderebbe, inevitabilmente, l’ultimo treno per scongiurare un fatale effetto a catena post Brexit e non potrebbe più essere arrestata la tragica disgregazione europea che stiamo vivendo, diretta conseguenza di un processo d’integrazione in stallo e rimasto letteralmente a metà, in quanto esiste una quasi completa unità sul versante monetario ma una sostanziale assenza di coesione su quello politico, da cui scaturisce l’inefficienza e debolezza dell’attuale impianto. Di certo siamo arrivati a questa grave situazione anche a causa delle politiche fallimentari avanzate dal PPE, della mancanza di una vera forza progressista transnazionale e della marcata subalternità del Partito Socialista Europeo alla destra, soggetto che non si incarica più di portare avanti le battaglie storicamente di sinistra (il caso Grecia, in particolare, fece emergere tutta l’arroganza e conservatorismo del loro leader Martin Schulz, che avrebbe preferito l’uscita dall’Euro da parte degli ellenici piuttosto che accettare richieste di ridimensionamento dei diktat della Troika). Ora più che mai, quindi, ci troviamo di fronte ad un bivio: la via indicata dai nazionalisti e populisti di tutto il Vecchio Continente, la più veloce ma che al contempo rappresenta una scelta miope e immensamente svantaggiosa, se non catastrofica, nell’era della globalizzazione, risulta quella del ritorno alle fallimentari autarchie d’inizio 900, ovvero isolamento, chiusura e definitivo abbandono del sogno europeo, mentre la strada ragionevole e auspicabile, che necessita tempo, impegno comune e forza di volontà per essere percorsa, è la realizzazione di un’Europa realmente unita, solidale e più democratica, che equivarrebbe al completamento dell’ambizioso, e incredibilmente lungimirante, progetto federalista di Altiero Spinelli. Il vero antidoto all’Europa della rigida e cieca austerity, degli egoismi nazionali, dell’intolleranza, dei muri e dei fili spinati, consisterebbe, infatti, nella cessione di sovranità da parte degli Stati membri sui vari ambiti politici ed economici verso l’unica istituzione europea democraticamente eletta dai cittadini, il Parlamento Europeo, oggi con competenze marginali di fronte allo strapotere della Troika (formata da Commissione Europea guidata da Juncker, Fondo Monetario Internazionale e Banca Centrale Europea) e nella revisione dei Trattati, allentando i vincoli più ferrei (soprattutto la riscrittura di quelli presenti nel Fiscal Compact), evidentemente dannosi, e concedendo una boccata di ossigeno, anche garantendo la possibilità di emettere Eurobond, ai paesi del Sud, i cosiddetti Pigs (Portogallo, Italia, Grecia e Spagna), tartassati da continui piani del tutto controproducenti e ingiusti di rigore, che inducono al taglio del welfare e che, quindi, ricadono, sempre, sulle spalle dei più deboli. È necessaria, dunque, un’Europa dal volto nuovo, che sappia allontanarsi dalle sole logiche neoliberiste, sia in grado di dare risposte, decida di stare dalla parte di chi ha un diritto in meno e proponga un coraggioso patto sociale, e che, dunque, metta in campo politiche attive e faccia robusti investimenti per ridurre la disoccupazione, sostenga le medie e piccole imprese e i settori manifatturieri locali, combatta con decisione la povertà, garantisca le pari opportunità e affronti il problema delle periferie abbandonate al degrado, si dimostri capillarmente organizzata e solidale nell’accoglienza dei profughi (fondamentale, per esempio, aprire corridoi umanitari) e dei migranti economici, avanzi efficaci progetti d’integrazione e si riveli realmente protagonista nella lotta ai cambiamenti climatici, attraverso un drastico ripensamento del modello di sviluppo in ottica verde; inoltre sarebbe indispensabile regolamentare la finanza, anche attraverso l’istituzione della Tobin Tax, e agire univocamente nell’interesse dei cittadini, impedendo nuove norme a vantaggio, in modo esclusivo, delle grandi lobby e interrompendo immediatamente le trattative per il TTIP (l’accordo di libero scambio in fase di negoziato con gli Stati Uniti, che ridurrebbe la maggioranza degli standard e parametri europei e metterebbe a rischio, tra le altre, la sicurezza alimentare), accusato di avere come unico e diabolico fine lo spostamento silenzioso del potere dai governi alle grandi multinazionali. I governi europei devono rendersi conto che questa è l’unica e l’ultima possibilità nella direzione del bene comune per non andare a sbattere, per non andare incontro alla dissoluzione dell’UE e per arginare derive nazionaliste e neofasciste, che si stanno trasformando in una grande marea nera pronta ad investirci, e, volenti o nolenti, serve un’urgente scatto europeista affinchè non risulti più pura utopia l’Europa designata nel Manifesto di Ventotene, che porterebbe notevoli svantaggi solo ai poteri forti e a chi ha tratto maggiori benefici dall’attuale sistema deficitario. O si riesce a formare una coalizione, spinta dal buonsenso, pronta a mettere solidarietà, integrazione e democrazia al primo posto oppure le prossime fughe dalla comunità e strappi su Schengen decreteranno, drammaticamente, la fine dell’Unione Europea.

dalla parte del progresso AA99

25 Aprile: democrazia, libertà, antifascismo

Smettere di coltivare il prezioso seme del 25 Aprile, ritenere l’antifascismo ideale superato, non più centrale, e dimenticarsi della fondamentale importanza della resistenza per ottenere la libertà significa lasciare terreno ai neofascismi, ultranazionalismi e razzismi, perchè solo con un ricordo sempre acceso e vivo di ciò che fu si creano le condizioni per portare avanti battaglie che vanno nella giusta direzione e per evitare di ricadere negli stessi gravi errori. Democrazia, libertà e antifascismo sono i tre principali ideali che caratterizzarono la resistenza, su cui nacque il Comitato di Liberazione Nazionale e per cui persero o rischiarono la vita migliaia di partigiani, perciò non possiamo smettere di lottare, nè ora nè mai, per difenderli e abbiamo il compito, per nulla banale, di tramandare quanto rappresenta il 25 Aprile. In nome dei valori sopracitati, il 25 Aprile di quest’anno non potrà che essere dedicato a Giulio Regeni, brutalmente torturato e assassinato per le sue inchieste scomode, che colpivano specifici interessi e poteri.

Non dimentichiamolo: la stella polare è sempre la libertà!

dalla parte del progresso AA99

Giovani a sinistra: Elly Schlein e Chiara Foglietta

Elena, detta Elly, Schlein e Chiara Foglietta sono due giovani ragazze, rispettivamente, di 30 e 31 anni, le cui vite sono caratterizzate da scelte politiche differenti ma con un’obiettivo comune, impegnarsi per la propria passione, cioè la politica, e lottare per le proprie battaglie legate alla sinistra.

Chiunque sia stato o sia tuttora vicino all’area di Pippo Civati non può non conoscere Elly Schlein, italo-americana nata a Lugano, diventata nel 2014 (a soli 29 anni) europarlamentare per il Partito Socialista Europeo, dopo essere stata scelta da oltre 53 mila cittadini. Elly si contraddistingue per una rara intraprendenza politica, avendo, ad esempio, contribuito a fondare l’associazione universitaria bolognese Progrè nel 2011 (con l’intento di sensibilizzare l’opinione pubblica sui temi legati all’immigrazione e al sovraffollamento carcerario), organizzando dal 2012 il festival annuale, caratterizzato da incontri e dibattiti con personaggi politici e attivisti, ProMiGrè ed essendo stata tra le prime esponenti del movimento che chiedeva rinnovamento e più potere decisionale ai militanti Occupy PD, nato in conseguenza all’amara vicenda dell’Aprile 2013, quando i 101 franchi tiratori impallinarono Prodi (e indirettamente Bersani e la coalizione di centrosinistra, spegnendo i barlumi di speranza di un esecutivo che non fosse di larghe intese), e per l’enorme passione, vera essenza della sana politica, entusiasmo e determinazione con cui riesce a trasmettere le proprie idee tipiche di centrosinistra (da notare, inoltre, la grande coerenza, avendo scelto di non barattarle, magari, per ruoli più importanti, viste le evidenti capacità politico-comunicative), dall’accoglienza dei migranti alla creazione di un’Europa unita e solidale, dalla sostenibilità ambientale (all’insegna della quale era stata organizzata la campagna elettorale delle europee, ribattezzata “Slow foot”, lunghe camminate e mobilitazioni tra la gente) ai diritti civili e alla legalità. A Maggio, dopo l’approvazione della nuova pessima legge elettorale (che porta anche alle dimissioni da capogruppo di Speranza e a dure contestazioni da parte di tutte le minoranze interne), la scelta dolorosa di abbandonare, insieme a Civati (con il quale lancerà Possibile), il Partito Democratico, di cui era stata eletta dirigente nazionale, non riconoscendosi più nelle decisioni prese da Matteo Renzi, come quella di riconfermare le larghe intese a livello nazionale ed estenderle in varie realtà comunali e regionali, e nelle politiche del Governo, mai legittimate dai cittadini (neanche alle primarie vinte dallo stesso Renzi nel 2013, essendosi presentato con un programma succesivamente stravolto) e considerate del tutto lontane dagli ideali originari del PD, cioè quelli socialdemocratici, laici ed ecologisti. La citazione fatta al primo Congresso di Possibile “nessuno dietro, molti davanti” possiamo vederla come emblema del suo impegno politico; per lei si prospetta un futuro roseo e di soddisfazioni.

Tra i discorsi fatti al Teatro Vittoria, a Roma, nel ritrovo, parallelo alla Leopolda della Sinistra Dem, spicca quello carico di passione (parzialmente fatto riascoltare nella trasmissione Gazebo la sera del 13 dicembre) di Chiara Foglietta, ingegnere biomedico pendolare tra Torino, città natale, e Milano (per poter coniugare gli impegni lavorativi con la politica), ragazza omosessuale, che ha deciso di rimanere all’interno del Partito Democratico e combattere per riportarlo saldamente nell’area di centrosinistra. Chiara disegna un PD laico, attento a tutte le minoranze, per l’uguaglianza di genere e le pari opportunità, che non faccia compromessi al ribasso sui diritti civili, sottolineando la necessità di un cambio di rotta radicale rispetto ai nulla di fatto sul tema, e si opponga ad ogni discriminazione, che prenda posizione per il matrimonio egualitario, che creda fortemente nella libertà di ogni cittadino e che si apra ad un movimento transnazionale, in un’ottica globale, tutte idee che la spinsero a sostenere la mozione Civati nel 2013 e che la portano ad essere molto critica verso il Governo; Chiara, però, non si arrende “perchè”, come evidenzia lei stessa, “le parole, quando sono vere e sono sincere, hanno il potere di cambiare il mondo”.

Le parole di Piero Calamandrei rispecchiano l’impegno di Elly Schlein, Chiara Foglietta e dei giovani, ragazzi e ragazze, che si dedicano alla politica con la passione di chi lotta per i propri ideali e per il bene comune: “Per fare buona politica non c’è bisogno di grandi uomini, ma basta che ci siano persone oneste, che sappiano fare modestamente il loro mestiere. Sono necessarie: la buona fede, la serietà e l’impegno morale. In politica, la sincerità e la coerenza, che a prima vista possono sembrare ingenuità, finiscono alla lunga con l’essere un buon
affare”.

dalla parte del progresso AA99

 

L’attualità della “questione femminile”

“Alcune (nel 1981)  tra le maggiori ingiustizie di cui le donne sono state vittime per secoli erano state da poco cancellate: basterà ricordare che solo da pochi anni (più esattamente solo dal 1969) era stato abrogato l’art.559 del codice penale che puniva l’adulterio come reato. Beninteso, solo se commesso dalla moglie. Il marito infatti, in forza del successivo art. 560, veniva punito solo se teneva una concubina nella casa coniugale o notoriamente altrove. Innovazioni fondamentali erano state introdotte dal nuovo codice di famiglia, dal 1975. Per limitarci ad alcuni esempi: la potestà sui figli, sino a quell’anno solo “patria”, che diventava genitoriale, e dunque, finalmente spettava anche alla madre; la moglie non era più obbligata a seguire il marito ovunque questi decidesse di fissare la propria residenza; mentre prima assumeva il cognome del marito, ora lo aggiunge al proprio… Cose che oggi sembrano scontate, ma allora non lo erano affatto. Ma rimanevano, nei nostri codici, regole inaccettabili, che si faticava a capire perchè si tardasse tanto ad abrogare. Mi limito ad alcuni esempi: fino al 1996, il nostro codice penale, regolando il delitto di “ratto”, ne prevedeva due tipi, puniti con pena diversa a seconda che il ratto fosse “a fine di matrimonio” o “a fine di libidine”. […] Se il rapitore aveva intenzioni matrimoniali, anche qualora la donna non condividesse, la pena era inferiore a quella che avrebbe meritato se l’avesse rapita “a fine di libidine”. […] Non meno inquietanti le regole in materia di violenza sessuale, che sino al 1996 era considerata “delitto contro la moralità pubblica e il buon costume”, e solo in quall’anno venne rubricata come “lesione della libertà personale”. Come se questo non bastasse, perchè si realizzassero gli estremi per questo delitto, era necessario che la violenza si traducesse in “congiunzione carnale” (art.519). […] Per finire, come dimenticare la celebre “causa d’onore”? Fino al 1981, anno in cui venne finalmente abrogato, l’art.587 del codice penale stabiliva che chi uccideva per questa causa “nell’atto in cui scopriva l’illegittima relazione carnale del coniuge, della figlia e della sorella, e nello stato d’ira determinato dall’offesa dell’onor suo e della sua famiglia” non veniva punito come omicida, vale a dire con la reclusione non inferiore a ventun anni o in presenza di aggravante per futili motivi fino all’ergastolo. La pena andava dai tre ai sette anni. […] Gli esempi potrebbero continuare, se passassimo alle discriminazioni, non meno gravi, presenti in altri settori, quali ad esempio il diritto al lavoro. Ma credono che quelli che precedono siano sufficienti a dare un’idea dello sconcerto da cui si veniva presi, in quegli anni, di fronte alle difficoltà e dell’ostilità con cui si scontravano i tentativi di modificare la mentalità di chi continuava a ritenere giustificate quelle regole”. Tratto dal libro “L’ambiguo malanno” di Eva Cantarella.

Questo era lo scenario di assoluta arretratezza, descritto in maniera dettagliata e precisa nel saggio di Eva Cantarella, che caratterizzava l’Italia, in cui fino a pochi anni fa esistevano, appunto, ancora norme incredibilmente discriminatorie nei confronti del sesso femminile (potrei aggiungere al lungo elenco riportato sopra anche l’aborto, cioè la possibilità di interrompere la gravidanza entro i primi tre mesi, illegale fino al 1978). Non possiamo negare che anche oggi, purtroppo, quello femminile venga considerato il sesso debole, rendendo ancora attuale la cosiddetta “questione femminile” (detto da ragazzo che sostiene pari opportunità e l’uguaglianza di genere). Da una ricerca di Vox Populi sul Social network Twitter, finalizzata a creare la mappa italiana dell’intolleranza e durata otto mesi, scopriamo che ben più di un milione e centomila tweet sono stati a sfondo chiaramente sessista (su un milione e ottocentomila tweet, oltre che sessisti, razzisti, omofobi e antisemiti). Discriminazioni che si ripetono ciclicamente, per esempio, dopo accaduti di stupri e abusi sessuali a danno di ragazze minorenni ci sono ancora molte persone che pensano l’idiozia assoluta (mix tra ignoranza e profondo sessismo) che questo avvenga per il vestiario non consono della giovane, il quale, a dir loro, potrebbe provocare e, addirittura, giustificare una violenza. Molto grave anche la situazione sul fronte delle violenze domestiche, spesso dettate da una mentalità malata di superiorità. Se entriamo nel settore del lavoro la situazione di disparità di trattamenti tra donna e uomo è ancora, in varie situazione, evidente; il salario dei lavoratori italiani a parità di competenze e meriti è superiore del 7,3% (più del 16% la media degli stati dell’UE) rispetto a quello delle lavoratrici, che devono lavorare 59 giorni in più per guadagnare come un uomo, ugualmente il divario tra l’occupazione maschile e quella femminile è del 17,6% (qui l’idea medievale della donna che deve stare a casa a fare le pulizie, che è ancora, purtroppo, radicata e imposta in alcune zone, influisce eccome) mentre gli accordi europei di Lisbona vorrebbero l’occupazione femminile al 60% (nei paesi dell’Ocse la media delle donne occupate era nel 2013 del 65%, con l’Italia al 51%, cioè meno ventisei percento rispetto alla Germania). Inoltre è sempre attuale il problema delle dimissioni in bianco, cioè il ricatto del datore di lavoro di costrizione alle dimissioni (dimissioni fatte firmare al momento dell’assunzione da ufficializzare nella tale eventualità) in caso di maternità; secondo il Rapporto annuale dell’Istat più dell’8% delle madri (hanno dichiarato 800 mila donne tra il 2008 e il 2009 tale accaduto nel corso della propria vita) sono state costrette, nella propria carriera, a rassegnare le dimissioni a seguito di gravidanza. Fino all’anno scorso le donne rettori erano solo cinque su settantotto mentre quelle nei consigli d’amministrazione rappresentavano solo il 17%. Anche in ambito politico ci sono varie anomalie: le donne in Parlamento nel ’96 erano il 9%, nella legislatura 2008-2013 circa il 20% e oggi sono il 30,8%; sicuramente un sensibile progresso è innegabile ma non si spiega come sia possibile che quel 20% di uomini in più rispetto a un’esatta metà tra i sessi in Parlamento sia davvero più preparato e capace di donne politicanti. La nuova legge elettorale (pessima per molte ragioni), l’Italicum, prevede (ingiuste) liste bloccate per i capilista, senza quote rosa, così come non è prevista nelle preferenze per eleggere il resto dei parlamentari l’impossibilità più di due uomini su tre preferenze (come era previsto per le elezioni Europee del 2014). L’auspicata “pari opportunità tra i sessi” per entrare in Parlamento non troverebbe ostacoli solo in una legge elettorale (sistema maggioritario o “corretto”) che prevede collegi uninominali, in cui i candidati, ancora meglio se scelti precedentemente attraverso primarie, con quote rosa applicate, obbligatorie all’interno dei singoli soggetti sul territorio, sfidanti, legati al proprio partito o movimento, vengono eletti in ogni singolo collegio. Quindi questo non è assolutamente una questione superata e l’augurio è quello di un interessamento maggiore della politica per velocizzare i passi in avanti.

                          dalla parte del progresso AA99

L’uguaglianza, il merito e la politica

Siamo davvero sicuri che i due principi portanti di una società, cioè uguaglianza delle opportunità e merito (senza l’uno non esiste l’altro), vengano pienamente garantiti?

Da anni la parola uguaglianza è caduta nel dimenticatoio, nonostante sia uno dei valori fondamentali della socialdemocrazia, del centrosinistra e non solo; l’unico politico che l’ha rispolverata è stato Pippo Civati per le primarie per la segreteria del PD del 2013 e ora attraverso l’uguale presente nel simbolo del suo nuovo movimento, Possibile. Ovviamente l’uguaglianza di cui parla Civati non ha niente a che fare con l’egualitarismo (che si trova solo nell’ideale comunista primordiale e in cui viene escluso il merito) o l’uguaglianza negli esiti, ma quella nella opportunità (ovvero pari opportunità) e non è in contrapposizione al merito come credono molti da destra, anzi è indispensabile che tutti partano con le stesse possibilità per poter emergere, per poi poter premiare e valorizzare il merito; un esempio banale di circostanza in cui non ci sono pari oportunità è questo: se in una gara di corsa la metà dei gareggianti dovessero partire più indietro rispetto agli altri, questi sarebbero in netto svantaggio e se non dovessero arrivare alla vittoria non sarebbe per mancanza di capacitá o per demeriti. Le pari opportunità sono minate quando l’etnia, il sesso, le opinioni, la religione, disabilità, l’origine, la lingua e l’orientamento sessuale si traducono in disparità di trattamento. Stupisce che, ancora oggi, anche in stati occidentali, quindi non parliamo di quelli in cui ci sono dittature, sono sottosviluppati o emergenti, in alcune situazioni le pari opportunità vengano messe in seria discussione, per esempio negli Stati Uniti: secondo gli ultimi studi, infatti, se negli States nasci da famiglie disagiate avrai molte più difficoltà ad emergere (addirittura come 50 anni fa) rispetto a chi non ha questa sfortuna (ma non dovrebbe esserlo), anche per la netta differenza di qualità d’insegnamento tra le varie scuole e università. Inoltre la costituzione di sette stati degli USA impedisce espressamente ai non credenti di detenere cariche pubbliche (discriminando espressamente e impedendo pari opportunità alla categoria degli atei). Le pari opportunità e indirettamente il merito sono lesi anche in Italia in varie circostanze, in alcune per trascuratezza e responsabilità politiche, in altre per difficoltà nel regolamentare la concorrenza: dalle raccomandazioni e dai clientelismi alla concorrenza sleale (fatta, per esempio, dalle aziende che evadono nei confronti di quelle oneste), dai molteplici interessi che può avere una singola persona e dal fatto che esistono università pubbliche di serie A e di serie B, scuole in alcune zone disagiate sulle quali si investe meno o quando non vengono garantite le borse di studio (per i meritevoli che hanno alle spalle famiglie in difficoltà economica), ai pochi asili nido pubblici e dal momento che alcune volte (vorrei sottolineare che siamo nel 2015 e sembra impossibile!) il sesso è un ostacolo lavorativo o salariale, infatti le donne a parità di lavoro, capacità, competenze e contratti hanno in media salari inferiori rispetto a quelli maschili. Un intervento politico necessario, nella direzione delle pari opportunità, è una legge efficiente sul conflitto di interesse, che oggi, sostanzialmente, manca e che consentirebbe maggiore concorrenza, mentre è l’antitesi di uguaglianza la nuova norma, contenuta nella Riforma della Pubblica Amministrazione, che attribuisce un peso maggiore all’Ateneo di provenienza del laureato, oltre al voto all’esame, nei concorsi pubblici, avvantaggiando chi ha frequentato università di serie A più costose (non vengono scollegati merito e disponibilità economica), così come andava nella direzione opposta dare la possibilità di devolvere il 5×1000 ad un singolo istituto, poi idea, fortunatamente, non concretizzata, in quanto avrebbe svantaggiato le scuole di periferia e in zone disagiate, in cui le famiglie degli studenti hanno disponibilità economiche inferiori. Quindi in alcuni casi non può essere premiato il merito, in quanto, appunto, è assente la fondamentale prerogativa dell’uguaglianza (le vere meritocrazie hanno alla base solide pari opportunità). Il concetto di merito lo sentiamo per lo più reclamare da destra, dai liberisti, che spesso dimenticano l’imprescindibilità delle stesse condizioni di partenza (al giorno d’oggi viene dimenticata anche da una parte della pseudosinistra), prerogativa che, come spiegato prima, non è assolutamente scontata. I casi più eclatanti di sola lesione del merito, invece, sono questi: il premio produttività offerto ai manager pubblici italiani va a quasi la totalità di questi, mentre in Inghilterra, per esempio, solo il 25% raggiunge questo bonus, in quanto i criteri di raggiungimento inglesi sono realmente legati ai meriti e alle capacità e non a formalità, così come non si premia il merito in un’altra circostanza, la retribuzione di un lavoratore laureato è, in linea generale, solo leggermente superiore a quella di un diplomato (tema analizzato da Ignazio Visco all’ultimo festival dell’economia). Uguaglianza e merito, dunque, devono essere complementari e tornare al centro del dibattito politico, soprattutto a sinistra, e grazie a Civati anche questo è Possibile.

dalla parte del progresso AA99