Ttip: il trattato che sacrifica la democrazia

Il Ttip (Transatlantic Trade and Investment Partnership) è un trattato in fase di negoziato tra Europa e Stati Uniti che ha lo scopo di abbattere le barriere tariffarie e quelle non tariffarie, ovvero le differenze nei regolamenti tecnici, negli standard applicati ai prodotti, nelle procedure d’omologazione, nelle regole sanitarie, nelle normative fitosanitarie e in altri spezzoni legislativi. Dell’accordo, però, sappiamo ben poco e l’accusa di poca trasparenza è sicuramente fondata, infatti le trattative continuano (il 27 febbraio a Bruxelles si è concluso il dodicesimo incontro) a porte chiuse e viene negata, con alto grado di segretezza, la conoscenza dell’effettivo procedere dei testi (vige il totale divieto di divulgazione), sacrificando la democrazia sull’altare del potere al più forte. Il Ttip influenzerà massicciamente le politiche del vecchio continente e le nostre vite perciò non è tollerabile la mancanza di un testo, accessibile alla cittadinanza, chiaro, dettagliato e aggiornato a seguito di ogni incontro, nè possono essere accettati provvedimenti calati dall’alto a vantaggio di pochi; inoltre risulta alquanto grave l’assenza di un vero dibattito sul tema nel nostro Paese (a causa della scarsissima informazione in merito), a differenza di quanto avvenuto in parecchi altri stati europei, come in Germania, in cui ad ottobre scorso si sono mobilitati duecentocinquantamila cittadini contro il trattato e la campagna di protesta “No Ttip” ha superato tre milioni e cinquecentomila adesioni. Qualora ci interrogassimo sul reale motivo della ridotta, se non nulla, trasparenza potremmo arrivare ad una conclusione simile a questa: il vero fine del pessimo trattato (cosiddetto di libero scambio, quando si tratta di selvaggio ultraliberismo) non sarebbe tagliare i dazi doganali residui, già particolarmente ridotti (e questa misura si rivelerebbe anche positiva), bensì potrebbe essere verosimile l’accusa secondo cui la reale intenzione sarebbe quella di spostare silenziosamente il potere decisionale dai cittadini e governi verso le grandi aziende multinazionali, alle quali, grazie all’arbitrato internazionale sugli investimenti (una sorta di tribunale speciale privato, chiamato ISDS), verrebbe garantita la possibilità, scavalcando le leggi nazionali e i Parlamenti, di ricorrere contro lo stato in cui si è investito nel caso questo compisse, mettendo a rischio il profitto dell’impresa, legittimi interventi volti alla tutela dei consumatori e alla regolamentazione dell’economia (per esempio, aumentando il salario minimo o la tassazione, alzando i parametri di salvaguardia ambientale o rafforzando le tutele dei lavoratori dipendenti) e la principale criticità è, appunto, legata alla natura vincolante dei termini dell’accordo. Inoltre il Ttip, sul fronte delle barriere non tariffarie, metterebbe a rischio le norme europee su OGM, etichettatura dei prodotti, clonazione animale e uso di pesticidi (negli USA la normativa vigente risulta molto meno restrittiva per i sopracitati, per esempio sono legali ottantadue antiparassitari banditi nell’UE), potrebbe permettere un’altra pratica diffusa negli States, ossia l’utilizzo di ormoni e promotori della crescita bovina, potenzialmente cancerogeni, e non è finita qui: potrebbero essere abbattuti, anche, i limiti sulle dannose tecniche di fracking per l’estrazione dei combustibili fossili e facilitati l’esportazione di petrolio da sabbie bituminose e l’uso di ingredienti nocivi, oggi vietati in Europa, per la composizione dei cosmetici, in quanto negli Stati Uniti il principio di precauzione non vale, infatti le sostanze chimiche sono considerate sicure fino a prova contraria, esattamente l’opposto di quanto accade in Europa (è chiaro, dunque, che il trattato indebolirebbe la stragrande maggioranza dei nostri standard a tutela dei cittadini). Un altro tasto dolente non può che essere la liberalizzazione dei servizi, che significherebbe aprirli alle logiche di mercato, mettere a rischio la loro universalità e spalancare le porte, inevitabilmente, alla loro privatizzazione, minando le pari opportunità e le garanzie sociali e ampliando le disuguaglianze. Proseguire in questa direzione, senza modificare alcunchè, sarebbe difficilmente giustificabile anche a seguito degli impegni presi al Cop 21 di Parigi sul fronte ambientale, in quanto un laissez-faire senza regolamentazione alcuna non può essere una scelta presa in ottica verde, quando riconversione ecologica dell’economia e rafforzamento dei parametri di salvaguardia ambientale dovrebbero essere messi al primo posto per arginare il gravissimo problema del surriscaldamento globale. Le alternative al Ttip, certamente, non potranno essere il protezionismo e l’isolamento economico, come auspicato dai fautori dell’autarchia, dimostratasi nel secolo scorso totalmente fallimentare, ma dovrebbe essere quella di garantire il libero mercato e l’interscambio ma senza ridurre le tutele alla popolazione o trascurare la difesa dell’ambiente; l’Europa solidale, unita e democratica sognata da Altiero Spinelli e ideata nel Manifesto di Ventotene non è, sicuramente, quella del Ttip così come impostato, per questo motivo è necessario invertire la rotta al più presto, cedendo sovranità per creare una vera federazione europea e non verso le multinazionali.

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Perchè è necessario ripensare la globalizzazione

Dalla grave crisi economica ai cambiamenti climatici e alla dilagante povertà nel Sud del mondo: la globalizzazione basata sul neoliberismo ha fallito?

Per globalizzazione intendiamo comunemente il processo d’integrazione culturale, sociale e, soprattutto, dei mercati economici di tutto il mondo, accelleratosi negli anni ’80, quando il neoliberismo, figlio dei governi Thatcher e Reagan, cominciava a prendere piede, e completato alla fine del secolo scorso su forte spinta del GATT (General Agreement on Tariffs and Trade) prima e della WTO (World Trade Organization) poi. La rivoluzione tecnologica e le grandi innovazioni hanno portato allla disintegrazione delle barriere spazio-temporali e hanno indotto ad un ineccepibile progresso sul piano culturale, fondato su radici cosmopolite necessarie per superare il fallimentare concetto d’autarchia, che ha caratterizzato la prima metà del ‘900. Il conseguente fenomeno della globalizzazione, così com’è stato impostato, si è rivelato positivo sul piano dell’integrazione  culturale, anche se dobbiamo limitare tale ragionamento solamente al Nord del mondo, mentre sul versante più importante, quello economico, solamente le grandi multinazionali hanno massicciamente beneficiato delle scelte adottate a livello mondiale (e le cause non sono state l’integrazione dei mercati e il sistema d’interscambio, ma l’egoismo delle nazioni più forti), non preoccupandosi della condizione della stragrande maggioranza degli abitanti del Sud del mondo di profondo disagio economico, quando, invece, veniva prospettato (o, per meglio dire, promesso) dai suoi fautori un benessere comune maggiore, mentre la povertà, dati alla mano, è cresciuta; perciò il progresso sociale e culturale, nella direzione del multiculturalismo, cozza profondamente, invece, con l’ideologia della globalizzazione applicata all’economia, non sufficientemente regolamentata e fondata su un cieco e selvaggio liberismo, che ha posto solide basi (in particolare negli Stati Uniti), nel corso dei decenni precedenti al 2008, alla grande depressione economica che stiamo vivendo, a causa della concorrenza eccessiva (e sleale da parte delle multinazionali opportuniste) a scapito dei settori manifatturieri locali, dell’artigianato e delle medie e piccole imprese e dell’esagerata deregulation stabilita a livello generale dai vari governi, infatti, nel 2000, gli States fecero il passo decisivo verso la recessione proprio per l’esclusione dei prodotti derivati dalla regolamentazione, questa operazione fallimentare, in linea con molte altre (un secondo esempio può riguardare la decisione dell’allora Governo Clinton, nel ’99, di concedere alle società finanziarie Fannie Mae e Freddie Mac di sottoscrivere ipotetiche subprime per soddisfare le proprie obbligazioni immobiliari, permettendo loro la creazione di immensi castelli di sabbia senza fondamenta, che sarebbero potuti crollare, come poi effettivamente accaduto, da un momento all’altro), certifica con chiarezza che la finanza non si autoregolamenta (necessitando di un’efficiente supervisione degli organismi statali addetti e forti disincentivi ad operazioni rischiose che possono ripercuotersi su tutta la cittadinanza), come dichiarato anche dal governatore di Bankitalia Ignazio Visco (non esattamente il primo degli antiliberisti) all’ultimo festival dell’economia di Trento, accusando il principio del totale laissez-faire. Risultano ulteriori fattori determinanti la scarsa attenzione alla coesione sociale (in termini di garanzie sociali, universalità dei servizi, pari opportunità ecc.) e la totale sostituzione dell’economia reale con la finanza (che non vanno assolutamente di pari passo), inoltre non bisogna dimenticare la pessima gestione della crisi da parte delle organizzazioni internazionali, Fondo Monetario in testa, preposte alle politiche monetarie e alla ristrutturazione del debito pubblico dei paesi in recessione, a cui hanno imposto esclusivamente misure d’austerity inadeguate e peggiorative della situazione (attuando misure restrittive, come robusti tagli ai servizi e aumenti d’imposte, tutto sulla testa dei cittadini). I dati, peraltro, delianeano un’ammimistrazione nella direzione assolutamente opposta alla solidarietà dei debiti dei paesi sottosviluppati, infatti con il rafforzamento del dollaro dell’inizio degli anni ’80 il debito di una nazione del cosiddetto Terzo Mondo sarebbe passato da 630 milioni di dollari a oltre 2 miliardi e 500 milioni di dollari (con un’incremento del tasso d’interesse dal 5% al 20%), quadruplicandosi, mentre sappiamo che l’impatto di una totale cancellazione a vantaggio dei maggiori indebitati sarebbe minimo per l’economia degli Stati Uniti e degli altri creditori, i quali non hanno mai stabilito di percorrere questa strada perchè, probabilmente, avrebbero perso, di fatto, il controllo sui loro mercati (verosimilmente il debito, difficilmente saldabile, potrebbe fungere da ricatto). L’errore più grave è stato, sicuramente, sovrapporre il sacrosanto concetto di libero mercato, sul quale si fonda una moderna democrazia, al liberismo senza regole (visto come unica alternativa agli effettivamente fallimentari comunismo e statalismo, senza considerare, per evidenti ragioni d’opportunismo, esportabili modelli economici potenzialmente più efficaci non in antitesi al capitalismo ma con più garanzie sociali, quindi socialdemocrazia e socioliberalismo in primis), quella reaganiana risulta un tipo d’economia che non si cura di chi ha un diritto in meno, in nessun campo, non sono alla base le pari opportunità (che permettono la vera meritocrazia) e in cui il potere è in mano al più forte, l’esempio lampante è stato il fatto di legittimare le multinazionali a sfruttare condizioni di tutela minima o nulla per i lavoratori, nonchè d’assenza dei sindacati, e, certamente, non sono andati nella giusta direzione i tanti accordi vincolanti siglati alla fine del secolo scorso finalizzati esclusivamente alla totale salvaguardia della produttività dell’azienda. Un’altra circostanza favorevole solo alle imprese transnazionali, a scapito del pianeta, riguarda la diffusa mancanza di parametri di salvaguardia ambientale nei paesi sottosviluppati (non a caso la Cina è diventata nell’arco di pochi anni, di gran lunga, il primo inquinatore, con il 30% delle emissioni globali), con il conseguente peggioramento della già gravissima situazione legata al surriscaldamento terrestre, non essendo state stabilite regole e diritti fondamentali comuni, che favorissero l’internazionalizzazione e offrissero alle grandi aziende la possibilità di delocalizzare, senza, però, aggravare il problema dei cambiamenti climatici e garantire ai lavoratori, universalmente, un salario e condizioni lavorative dignitosi, con il fine ultimo di favorire la riduzione delle enormi disuguaglianze nella crescita e nello sviluppo economico. Oggi un miliardo e 100 mila persone vivono con appena un dollaro al giorno, un miliardo (tra cui tantissimi minorenni) soffre di malnutrizione e fa rabbrividire sapere che un salario medio orario in Cina è pari a soli 17 centesimi: questi presupposti, considerando, inoltre, che il 20% della popolazione utilizza l’86% delle risorse mondiali, che negli ultimi quindici anni i fondi per la cooperazione allo sviluppo si sono ridotti dallo 0,35% allo 0,22% del Pil dei paesi OCSE e il costo di un cacciabombardiere equivale alla spesa per la costruzione di 40 mila farmacie in Burkina Faso o in Congo, ci spingono all’assoluta necessità di ripensamento del modello di sviluppo economico globale, alternativo al liberismo (richiesta contenuta anche nell’enciclica di Papa Francesco Laudato Sì, pubblicata a giugno scorso), ma che, ovviamente, non prescinda dal libero mercato, seppur debba essere più regolamentato e che, comunque, rifiuti con decisione ogni apertura ad un ritorno alle autarchie (non è più accettabile il discorso protezionismo) e all’idea d’isolamento dello stato-nazione; le vera sfide sarebbero democratizzare le organizzazioni internazionali, disincentivare le transazioni speculative, rivedere i piani di vendita e produzione della armi, opporsi alla privatizzazione dell’acqua, promuovere con convinzione i diritti umani e realizzare un piano comune e vincolante di riduzione delle emissioni inquinanti (sperando che l’accordo raggiunto alla Cop21 possa risultare, davvero, un punto di svolta), con i reali obiettivi di un cambio di rotta universale in un’ottica verde, ecologista, per un futuro sostenibile per i nostri figli, e solidale, atteaverso la riduzione delle disuguglianze nel Sud del mondo (e anche nel Nord, soprattutto negli States), attraverso un ampio e ambizioso progetto di investimenti mirati (tesi sostenuta dai più importanti economisti progressisti, come il nobel Joseph Stiglitz, Thomas Piketty o Jean-Paul Fitoussi), partendo da istruzione, sanità, reti idriche e servizi essenziali. Un’alternativa c’è sempre, chi lo nega mente.

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