Giovani a sinistra: Elly Schlein e Chiara Foglietta

Elena, detta Elly, Schlein e Chiara Foglietta sono due giovani ragazze, rispettivamente, di 30 e 31 anni, le cui vite sono caratterizzate da scelte politiche differenti ma con un’obiettivo comune, impegnarsi per la propria passione, cioè la politica, e lottare per le proprie battaglie legate alla sinistra.

Chiunque sia stato o sia tuttora vicino all’area di Pippo Civati non può non conoscere Elly Schlein, italo-americana nata a Lugano, diventata nel 2014 (a soli 29 anni) europarlamentare per il Partito Socialista Europeo, dopo essere stata scelta da oltre 53 mila cittadini. Elly si contraddistingue per una rara intraprendenza politica, avendo, ad esempio, contribuito a fondare l’associazione universitaria bolognese Progrè nel 2011 (con l’intento di sensibilizzare l’opinione pubblica sui temi legati all’immigrazione e al sovraffollamento carcerario), organizzando dal 2012 il festival annuale, caratterizzato da incontri e dibattiti con personaggi politici e attivisti, ProMiGrè ed essendo stata tra le prime esponenti del movimento che chiedeva rinnovamento e più potere decisionale ai militanti Occupy PD, nato in conseguenza all’amara vicenda dell’Aprile 2013, quando i 101 franchi tiratori impallinarono Prodi (e indirettamente Bersani e la coalizione di centrosinistra, spegnendo i barlumi di speranza di un esecutivo che non fosse di larghe intese), e per l’enorme passione, vera essenza della sana politica, entusiasmo e determinazione con cui riesce a trasmettere le proprie idee tipiche di centrosinistra (da notare, inoltre, la grande coerenza, avendo scelto di non barattarle, magari, per ruoli più importanti, viste le evidenti capacità politico-comunicative), dall’accoglienza dei migranti alla creazione di un’Europa unita e solidale, dalla sostenibilità ambientale (all’insegna della quale era stata organizzata la campagna elettorale delle europee, ribattezzata “Slow foot”, lunghe camminate e mobilitazioni tra la gente) ai diritti civili e alla legalità. A Maggio, dopo l’approvazione della nuova pessima legge elettorale (che porta anche alle dimissioni da capogruppo di Speranza e a dure contestazioni da parte di tutte le minoranze interne), la scelta dolorosa di abbandonare, insieme a Civati (con il quale lancerà Possibile), il Partito Democratico, di cui era stata eletta dirigente nazionale, non riconoscendosi più nelle decisioni prese da Matteo Renzi, come quella di riconfermare le larghe intese a livello nazionale ed estenderle in varie realtà comunali e regionali, e nelle politiche del Governo, mai legittimate dai cittadini (neanche alle primarie vinte dallo stesso Renzi nel 2013, essendosi presentato con un programma succesivamente stravolto) e considerate del tutto lontane dagli ideali originari del PD, cioè quelli socialdemocratici, laici ed ecologisti. La citazione fatta al primo Congresso di Possibile “nessuno dietro, molti davanti” possiamo vederla come emblema del suo impegno politico; per lei si prospetta un futuro roseo e di soddisfazioni.

Tra i discorsi fatti al Teatro Vittoria, a Roma, nel ritrovo, parallelo alla Leopolda della Sinistra Dem, spicca quello carico di passione (parzialmente fatto riascoltare nella trasmissione Gazebo la sera del 13 dicembre) di Chiara Foglietta, ingegnere biomedico pendolare tra Torino, città natale, e Milano (per poter coniugare gli impegni lavorativi con la politica), ragazza omosessuale, che ha deciso di rimanere all’interno del Partito Democratico e combattere per riportarlo saldamente nell’area di centrosinistra. Chiara disegna un PD laico, attento a tutte le minoranze, per l’uguaglianza di genere e le pari opportunità, che non faccia compromessi al ribasso sui diritti civili, sottolineando la necessità di un cambio di rotta radicale rispetto ai nulla di fatto sul tema, e si opponga ad ogni discriminazione, che prenda posizione per il matrimonio egualitario, che creda fortemente nella libertà di ogni cittadino e che si apra ad un movimento transnazionale, in un’ottica globale, tutte idee che la spinsero a sostenere la mozione Civati nel 2013 e che la portano ad essere molto critica verso il Governo; Chiara, però, non si arrende “perchè”, come evidenzia lei stessa, “le parole, quando sono vere e sono sincere, hanno il potere di cambiare il mondo”.

Le parole di Piero Calamandrei rispecchiano l’impegno di Elly Schlein, Chiara Foglietta e dei giovani, ragazzi e ragazze, che si dedicano alla politica con la passione di chi lotta per i propri ideali e per il bene comune: “Per fare buona politica non c’è bisogno di grandi uomini, ma basta che ci siano persone oneste, che sappiano fare modestamente il loro mestiere. Sono necessarie: la buona fede, la serietà e l’impegno morale. In politica, la sincerità e la coerenza, che a prima vista possono sembrare ingenuità, finiscono alla lunga con l’essere un buon
affare”.

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Quale futuro a sinistra?

La sinistra unita non c’è ancora, questione di tempo o frammentazione ad oltranza?

Da Possibile di Pippo Civati a Sinistra Ecologia e Libertà, dall’Altra Europa con Tsipras (entrata in Parlamento con i senatori Campanella e Bocchino) alla Federazione dei Verdi ed ecologisti, senza dimenticare i fuoriusciti Sergio Cofferati e Stefano Fassina e i vari Rifondazione, Radicali e l’extraparlamentare Coalizione Sociale di Landini: le sinistre in Italia sono davvero una miriade. A fine giugno sembrava certo che durante l’autunno sarebbe nata una nuova sinistra unita, inizialmente annunciata più volte da tutti i coinvolti, soprattutto pareva essere stato decisivo il discorso di Vendola durante l’ultimo congresso del suo partito, nel quale rivelava la chiusura dell’esperienza Sel e apriva ad un nuovo ciclo, con l’intento di portare avanti un progetto comune e riprodurre un vero centrosinistra di governo, legato agli ideali che Renzi ha polverizzato, ma i primi piccoli dissidi si sono presentati immediatamente, in particolare tra Possibile e parte degli altri soggetti socialdemocratici insieme ai sindacati, i quali si sono rifiutati di sostenere i referendum abrogativi promossi dal partito di Civati, poi non arrivati alle 500 mila firme necessarie per poter essere depositate in Cassazione (nonostante ciò possiamo ritenere un successo di partecipazione le 300 mila ottenute, frutto di mobilitazione e impegno di migliaia di volontari), e hanno accusato l’ex Pd di non aver voluto aspettare per presentarne uno in accordo comune. Oggi, inoltre, Sel preferirebbe che la futura lista di sinistra potesse, in vista delle elezioni amministrative, stabilire anche eventuali alleanze con il Partito Democratico previo accordi su candidati e punti principali dei programmi, probabilmente solo in alcune strategiche città (Cagliari sarebbe una di queste, in quanto Pd e Sel sosterrebbero il sindaco uscente Zedda, esponente dello stesso Sinistra Ecologia e Libertà), mentre Possibile si oppone totalmente all’ipotesi. In più a vari esponenti, civatiani in primis, non piace l’apertura di Fassina all’uscita dall’Euro, proposta sempre appartenuta alla destra populista e cavallo di battaglia dei nazionalisti ed antieuropeisti. Un soggetto unitario che possa competere contro Renzi e opporsi al Governo, quindi, appare ancora come un miraggio e gli ex elettori del Pd che non si riconoscono nelle politiche di centrodestra e nella gestione autoritaria del partito da parte del segretario, nonchè premier, si sentono, in gran parte, spaesati e a guadagnarci, purtroppo, sembra solo il Movimento Cinque Stelle.

D’altro canto troviamo la minoranza dem (o, per meglio dire, le minoranze), guidata da Bersani, D’Attorre e Speranza, i quali hanno provato ad opporsi, talvolta troppo debolmente (a causa di una mancanza d’ascolto totale da parte della maggioranza) a molte delle riforme horror di Renzi (che ha sempre preferito fare accordi con Alfano, Formigoni e Giovanardi, con cui sta creando la DC 2.0) e all’avvicinanento al partito di Denis Verdini e di personaggi (da notare che si tratta di padri costituenti…) come i reosospesi per gesti sessisti D’Anna e Barani, esigendo, senza successo, un Partito Democratico ancorato al centrosinistra e che non rinnegasse totalmente il programma di Bersani con il quale e per il quale sono entrati in Parlamento nel 2013. A lungo soprattutto Pier Luigi Bersani ha contrastato i punti critici della riforma del Senato, cioè inelettività e contrappesi assenti, giungendo ad un accordo con Renzi e Maria Elena Boschi che, però, rischia di ripercuotersi contro la minoranza stessa e affossarla, in quanto potrebbe trasformarsi in una sorta di “tanto peggio, tanto meglio”, se la legge elettorale per stabilire i neosenatori prevedesse il listino e ricalcasse, sostanzialmente, la proposta di mediazione di Anna Finocchiaro; quest’ultima ipotesi era stata smentita, precedentemente, dall’ex segretario del Pd, ma l’indizio principale che si possa giungere a tale, insperata, conclusione è contenuto nell’art.2, che prevede una sedicente rettifica, tutta da spiegare, degli eletti da parte dei consiglieri regionali.

Lasciare la sinistra frammentata o renderla una semplice accozzaglia di liste sarebbero mosse chiaramente perdenti; non può essere del tutto assente dallo scacchiere politico una vera coalizione di soggetti progressisti, laici ed ecologisti che possa rappresentare chi non lo si sente più dal partito di Renzi e i sinistroidi che stanno votando i 5stelle turandosi il naso. La speranza è l’ultima a morire quindi, nonostante risulti alquanto difficile, non possiamo che incrociare le dita affinchè, prima o poi, il Pd possa essere riconvertito e tornare un soggetto di centrosinistra e realmente democratico, com’era con Bersani al timone. Solo inguaribile ottimismo??

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Renzi, dimmi con chi Verdini e ti dirò di chi sei

Renzi e la DC 2.0

Nel caso di Renzi e del suo Governo il proverbio “dimmi con chi vai e ti dirò di chi sei” è pienamente azzeccato; si era capito fin da subito, cioè dalla riconferma del Nuovo Centrodestra all’interno della stessa maggioranza del Governo Letta, preferendo ciò a nuove elezioni, e dalla netta rottura con l’alleato delle precedenti elezioni Sinistra Ecologia e Libertà, che la strada di Matteo Renzi sarebbe stata inclinata a destra. Qualche giorno fa Verdini, l’ormai ex fidato braccio destro di Berlusconi, ha abbandonato Forza Italia per dare vita all’Area Liberal Popolare ed entrare nella maggioranza, a sostegno del Governo; questo dopo la fuoriuscita dal Partito Democratico da parte di Civati a inizio Maggio, di Fassina, dopo l’approvazione della Riforma Giannini, e di altri esponenti della minoranza, con cui non era mai esistito un dialogo, a causa della visione autoritaria e centralistica del segretario e premier, e non erano mai stati fatti compromessi (come non sono fatti oggi con gli esponenti della minoranza dem che non si sono scissi), preferendo instaurarli, invece, con l’NCD di Alfano, Giovanardi, Formigoni, Lupi e Azzollini, il quale mercoledì è stato salvato dall’arresto per il ricatto da parte del suo partito di rompere la maggioranza (infatti l’NCD ha mandato sotto il Governo in due votazioni minori, precedentemente, come segnale d’avvertimento), così come erano state, per la stessa ragione, respinte le mozioni di censura contro il sottosegretario all’Agricoltura Giuseppe Castiglione, coinvolto nell’inchiesta di Mafia capitale e in particolare nelle indagini sul Centro di accoglienza di Mineo, e inizialmente con Berlusconi, attraverso il (poi saltato) Patto del Nazareno. L’entrata nell’area di Governo di Denis Verdini, quindi, sembra significare solamente una cosa: “la sinistra ci infastidisce, può anche uscire, mentre è ben accolto il centro destra”. Come dichiarato dall’ex berlusconiano, lui insieme a Renzi darà definitivamente vita al Partito della Nazione (o Democrazia Cristiana 2.0), nel quale, ovviamente, non può mancare il democristiano per eccellenza Pier Ferdinando Casini. Alle primarie del 2013 Renzi si presentò come “rottamatore” e portatore di progresso, ma, a ragion veduta, ha rottamato solo chi rifiutava il progetto di completo snaturamento del PD (si è candidato per quest’ultimo solo perchè sapeva bene che Berlusconi sarebbe stato ancora per molto tempo il leader di Forza Italia) mentre non hanno niente a che fare le sue riforme con il concetto di “progresso”: l’Italicum, nel segno della poca rappresentanza e dei capilista bloccati, lo Sblocca Italia, o meglio “sblocca trivelle”, il nuovo Senato (ancora non approvato), peggio di quello di oggi in quanto non elettivo, la Buona Scuola, in cui la maggior parte dei veri problemi vengono solamente sfiorati (la lista sarebbe lunga, lunghissima) sono tutte riforme che introducono solo novità, spacciate per progresso (Renzi cerca di far credere che coloro che sono contrari alle sue riforme sono conservatori, poichè unisce “riforma” a “nuova norma migliorativa”). Il Partito Democratico nel 2007 era nato con ideali e visione ben definiti e chiari, così come la collocazione nello scacchiere politico, cioè, rispettivamente, socialdemocrazia ed ecologismo e centrosinistra. Ora quel PD non esiste più (a meno di un’improbabile svolta al congresso del 2017), viene continuamente attaccato dallo stesso Renzi, che dice essere stato il partito delle tasse, e quegli ideali vengono difesi solo da un piccolo gruppetto di “separati in casa”, che reclamano la totale incoerenza con il programma di Bersani (il quale ritroviamo solo nelle proposte del ripudiato SEL) per il quale sono stati eletti nel 2013 e per il quale ora si trovano in Parlamento (mentre il programma Renzi non è mai stato approvato dagli italiani per governare). Alla nascita del PD sarebbe stato davvero inimmaginabile che un suo segretario, un giorno non troppo lontano, avrebbe potuto abolire l’articolo 18 o realizzato riforme per incentivare le trivellazioni. Gli errori della classe dirigente della sinistra, a partire da quella del PDS per arrivare a quella del PD di Bersani, sono stati tanti, troppi, e, uniti all’attaccamento della maggior parte degli italiani al politico forte, con molto carisma e decisionista e alla nostalgia per la DC, hanno spianato la strada, nell’era post-Berlusconi, all’iniziale plebiscito nella legittimazione del renzismo, acclamando l’ex sindaco di Firenze come salvatore della patria; ora, però, la musica sta cambiando: i risultati non arrivano (o sono minimi), le promesse e gli annunci surclassano ciò che è stato concretizzato, sindacati, insegnanti e parte dei pensionati hanno perso completamente fiducia e l’area di sinistra si ritrova spiazzata mentre quella a destra preferisce maggiore demagogia, il consenso cala e tutto è in bilico, ma la prosecuzione delle sue politiche e il rimarcamento delle sue posizioni sembra evidente. Renzi tramonterà a braccetto con la destra.

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L’uguaglianza, il merito e la politica

Siamo davvero sicuri che i due principi portanti di una società, cioè uguaglianza delle opportunità e merito (senza l’uno non esiste l’altro), vengano pienamente garantiti?

Da anni la parola uguaglianza è caduta nel dimenticatoio, nonostante sia uno dei valori fondamentali della socialdemocrazia, del centrosinistra e non solo; l’unico politico che l’ha rispolverata è stato Pippo Civati per le primarie per la segreteria del PD del 2013 e ora attraverso l’uguale presente nel simbolo del suo nuovo movimento, Possibile. Ovviamente l’uguaglianza di cui parla Civati non ha niente a che fare con l’egualitarismo (che si trova solo nell’ideale comunista primordiale e in cui viene escluso il merito) o l’uguaglianza negli esiti, ma quella nella opportunità (ovvero pari opportunità) e non è in contrapposizione al merito come credono molti da destra, anzi è indispensabile che tutti partano con le stesse possibilità per poter emergere, per poi poter premiare e valorizzare il merito; un esempio banale di circostanza in cui non ci sono pari oportunità è questo: se in una gara di corsa la metà dei gareggianti dovessero partire più indietro rispetto agli altri, questi sarebbero in netto svantaggio e se non dovessero arrivare alla vittoria non sarebbe per mancanza di capacitá o per demeriti. Le pari opportunità sono minate quando l’etnia, il sesso, le opinioni, la religione, disabilità, l’origine, la lingua e l’orientamento sessuale si traducono in disparità di trattamento. Stupisce che, ancora oggi, anche in stati occidentali, quindi non parliamo di quelli in cui ci sono dittature, sono sottosviluppati o emergenti, in alcune situazioni le pari opportunità vengano messe in seria discussione, per esempio negli Stati Uniti: secondo gli ultimi studi, infatti, se negli States nasci da famiglie disagiate avrai molte più difficoltà ad emergere (addirittura come 50 anni fa) rispetto a chi non ha questa sfortuna (ma non dovrebbe esserlo), anche per la netta differenza di qualità d’insegnamento tra le varie scuole e università. Inoltre la costituzione di sette stati degli USA impedisce espressamente ai non credenti di detenere cariche pubbliche (discriminando espressamente e impedendo pari opportunità alla categoria degli atei). Le pari opportunità e indirettamente il merito sono lesi anche in Italia in varie circostanze, in alcune per trascuratezza e responsabilità politiche, in altre per difficoltà nel regolamentare la concorrenza: dalle raccomandazioni e dai clientelismi alla concorrenza sleale (fatta, per esempio, dalle aziende che evadono nei confronti di quelle oneste), dai molteplici interessi che può avere una singola persona e dal fatto che esistono università pubbliche di serie A e di serie B, scuole in alcune zone disagiate sulle quali si investe meno o quando non vengono garantite le borse di studio (per i meritevoli che hanno alle spalle famiglie in difficoltà economica), ai pochi asili nido pubblici e dal momento che alcune volte (vorrei sottolineare che siamo nel 2015 e sembra impossibile!) il sesso è un ostacolo lavorativo o salariale, infatti le donne a parità di lavoro, capacità, competenze e contratti hanno in media salari inferiori rispetto a quelli maschili. Un intervento politico necessario, nella direzione delle pari opportunità, è una legge efficiente sul conflitto di interesse, che oggi, sostanzialmente, manca e che consentirebbe maggiore concorrenza, mentre è l’antitesi di uguaglianza la nuova norma, contenuta nella Riforma della Pubblica Amministrazione, che attribuisce un peso maggiore all’Ateneo di provenienza del laureato, oltre al voto all’esame, nei concorsi pubblici, avvantaggiando chi ha frequentato università di serie A più costose (non vengono scollegati merito e disponibilità economica), così come andava nella direzione opposta dare la possibilità di devolvere il 5×1000 ad un singolo istituto, poi idea, fortunatamente, non concretizzata, in quanto avrebbe svantaggiato le scuole di periferia e in zone disagiate, in cui le famiglie degli studenti hanno disponibilità economiche inferiori. Quindi in alcuni casi non può essere premiato il merito, in quanto, appunto, è assente la fondamentale prerogativa dell’uguaglianza (le vere meritocrazie hanno alla base solide pari opportunità). Il concetto di merito lo sentiamo per lo più reclamare da destra, dai liberisti, che spesso dimenticano l’imprescindibilità delle stesse condizioni di partenza (al giorno d’oggi viene dimenticata anche da una parte della pseudosinistra), prerogativa che, come spiegato prima, non è assolutamente scontata. I casi più eclatanti di sola lesione del merito, invece, sono questi: il premio produttività offerto ai manager pubblici italiani va a quasi la totalità di questi, mentre in Inghilterra, per esempio, solo il 25% raggiunge questo bonus, in quanto i criteri di raggiungimento inglesi sono realmente legati ai meriti e alle capacità e non a formalità, così come non si premia il merito in un’altra circostanza, la retribuzione di un lavoratore laureato è, in linea generale, solo leggermente superiore a quella di un diplomato (tema analizzato da Ignazio Visco all’ultimo festival dell’economia). Uguaglianza e merito, dunque, devono essere complementari e tornare al centro del dibattito politico, soprattutto a sinistra, e grazie a Civati anche questo è Possibile.

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A sinistra

La settimana scorsa l’Altra Europa con Tsipras, nata come lista per le elezioni europee dello scorso anno, è entrata in Parlamento con i senatori Fabrizio Bocchino e Francesco Campanella, entrambi ex M5S e Alternativa Libera, così come in precedenza era nato Possibile, guidato da Pippo Civati, ed era stato lanciato, da parte del fuoriuscito dal PD Stefano Fassina, il movimento Futuro a sinistra. Sembrerebbe un’ulteriore frammentazione dell’area a sinistra del Partito Democratico, ma in realtà è solo l’inizio di vari percorsi paralleli per arrivare alla meta comune, cioè un nuovo soggetto unitario con una chiara identità e volontà d’intenti, come dichiarato anche da Vendola nell’ultimo, in tutti i sensi, congresso di Sinistra Ecologia e Libertà; questo soggetto, che nascerà probabilmente in autunno, si proporrà come casa comune per elettori di sinistra che non si riconoscono nelle politiche di centrodestra (dallo Sblocca Italia alla legge elettorale e dal Jobs Act alla riforma della scuola), sempre più apprezzate dall’alleato di governo Angelino Alfano, nei modi perennemente propagandistici e nell’autoritarismo di Matteo Renzi, a cui, peraltro, sta arrivando in soccorso (dopo l’instabilità dell’ultimo periodo) Denis Verdini (ovviamente, viene preferito a Fassina, Cofferati e Civati), che ha lasciato Forza Italia per formare il gruppo dei “liberalpopolari” insieme a dieci o più seguaci e per completare il Partito della Nazione, possiamo dire che la nuova Democrazia Cristiana prende sempre più forma. Il resto dell’estate servirà come periodo di insediamento dei nuovi movimenti, in particolare di Possibile con l’iniziativa referendaria (otto quesiti per l’abrogazione di alcune delle pessime riforme del Governo Renzi), sul territorio, partendo dalla mobilitazione dei neoiscritti e dall’apertura di un dibattito popolare sui temi tipicamente di sinistra. Alcuni sperano in una nuova Syriza o Podemos e nella costituzione di una sinistra radicale, mentre altri sperano nella collaborazione con i grillini, ma la prima pista, cioè la riproposizione tout court (naturalmente alcune proposte saranno simili o sovrapponibili) dei medesimi soggetti politici, difficilmente potrà essere vincente, perchè il contesto politico italiano è differente da quello spagnolo o da quello greco, in Italia servirebbe piuttosto un nuovo centrosinistra (visto che i mal di Renzi sono diffusi) di governo che riprenda alcune delle vecchie battaglie e ne metta in campo di innovative attuabili (Podemos, per esempio, propone un populismo di sinistra, che parte dal reddito di cittadinanza da 145 miliardi, mentre nel nostro Paese l’alternativa al populismo di destra è il buon senso), mentre per quanto riguarda la seconda pista dipende tutto dal Movimento 5 Stelle, che anche sul territorio difficilmente si aprirà al confronto seppur su temi comuni (ecologia, antiproibizionismo e diritti civili). I punti principali della nuova sinistra, che sarà composta anche da Verdi, Radicali, Coalizione Sociale, Rifondazione e da eventuali ed ulteriori fuoriusciti del PD (Alfredo D’Attorre il più plausibile), saranno tre: il primo sarà la partecipazione, fondamentale il coinvolgimento, la mobilitazione ed essere vicini alle idee e alle opinioni dei militanti (il programma di partenza sarà comunque molto simile a quello di Civati per le primarie PD di fine 2013); il secondo sarà puntare sui giovani, nonostante alcuni personaggi, come Vendola, Cofferati e forse Landini, avranno ruoli sicuramente importanti, la classe dirigente dovrà essere composta in gran parte da under 45, quali, per esempio, Elly Schlein, Marco Furfaro, Luca Pastorino, Nicola Fratoianni, Monica Gregori, oltre al leader che molto probabilmente sarà lo stesso Pippo Civati; il terzo sarà l’europeismo “antiausterity”, cioè spingere per un’Europa unita, solidale e democratica, ripartendo da un duro contrasto all’austerity e agli insostenibili diktat della Troika (argomento di grande attualità a causa della situazione greca). Fondamentali anche le battaglie per la legalizzazione delle droghe leggere, sempre più fattibile dopo la nuova proposta di legge firmata da 217 parlamentari, per la laicità, la tutela delle minoranze e i diritti civili, a partire dalle unioni civili, la cui approvazione continua ad essere ritardata dal Governo (lasciati chiusi nel cassetto modifica della legge 40 sulla fecondazione eterologa, eutanasia, testamento biologico e ius soli), per la lotta alle mafie e alla corruzione, per il contrasto alla precarietà e per il rilancio della spending review mirata sui veri sprechi (finora toccati solo i servizi e gli enti locali) e della revisione sulle pensioni d’oro per la riduzione delle imposte, allentando la pressione fiscali inanzitutto sulle fasce più deboli e sul lavoro (rilancio della media e piccola impresa), per il sostegno al reddito, per la manutenzione territoriale (dalle grandi alle piccole opere) e per investire in istruzione e cultura. Sono davvero troppi gli spaesati o sfiduciati a sinistra che oggi votano, magari senza troppa convinzione, il M5S o si astengono, perciò il compito sarà recuperarli, poi si potrà parlare di percentuali e potrebbero esserci sorprese positive, chissà… tutto è Possibile!

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La legalizzazione s’ha da fare

Mercoledì è stata depositata la proposta di legge per la legalizzazione delle droghe leggere (cannabis e derivati), di cui il Sottosegretario agli esteri e liberale Benedetto Della Vedova è stato il primo promotore; il ddl è stato firmato da 218 parlamentari (intergruppo parlamentare composto da M5S, Sinistra Ecologia e Libertà e alcuni esponenti di PD, Gruppo Misto, Scelta Civica e Forza Italia), ma è sostenuto anche da soggetti extraparlamentari tipicamente antiproibizionisti, cioè Radicali, Rifondazione Comunista ed ecologisti (solo Lega, Fratelli d’Italia-AN e Area Popolare si sono dichiarati totalmente contrari). La sollecitazione più forte per il superamento del proibizionismo è arrivata dalla Procura Nazionale Antimafia, che nella Relazione annuale, pubblicato a Marzo, parla di fallimento della linea della repressione, perseguita negli ultimi anni, e invita la politica ad approvare misure che puntino alla depenalizzazione; infatti la mancata distinzione tra droghe leggere e pesanti (legge Fini-Giovanardi, ritenuta incostituzionale esattamente un anno fa) non ha assolutamente risolto il problema, anzi, lo spaccio è aumentato e di conseguenza è cresciuto il numero dei consumatori. Il disegno di legge impone anche rigidi e sacrosanti paletti e regolamenta l’autoproduzione: ovviamente rimane la proibizione all’uso della sostanza per i minorenni mentre i maggiorenni potranno detenere una modica quantità ad uso ricreativo (15 grammi a casa, 5 grammi fuori) e potranno coltivare fino a 5 piantine (non potrà essere venduto il raccolto); le piantine potranno essere coltivate e lavorate in maniera associata (nei cosiddetti Cannabis Social Club composti da, al massimo, 50 membri), tutto ciò solo tramite apposite autorizzazioni; la vendita al dettaglio avverrà  in negozi (simili a Coffee Shop) che dovranno possedere la licenza dei Monopoli dello Stato; non si potrà fumare in nessun luogo pubblico o aperto al pubblico e restano, naturalmente, le sanzioni in caso di guida in stato di assenza di lucidità (sanzioni che verranno, giustamente, inasprite dalla legge sul reato d’omicidio stradale); una parte dei proventi derivati dalla legalizzazione verrà destinata al Fondo nazionale per la lotta alle droghe. Come prevedibile ci sono state anche dure contestazioni (Giovanardi e co.), innescate dalla dichiarazione di Salvini, che si ritiene favorevole alla regolamentazione della prostituzione e contrario alla legalizzazione della marijuana, considerando il sesso non dannoso mentre la droga sì (simpatica la risposta della radicale Rita Bernardini che considera la frase degna della Ruspa d’Oro). Così come il nazionalpopulista Salvini molti italiani (secondo i sondaggi, comunque, la minoranza) si dice proibizionista, in quanto cannabis e derivati creano seri danni alla salute e secondo loro la legalizzazione accrescerebbe i consumi; sappiamo bene che la cannabis crea, soprattutto, danni cerebrali (dannosi anche alcool, sigarette e potrei aggiungere anche il gioco d’azzardo, tutti legali) ma proibirla, dai risultati ottenuti, non è stata la soluzione adatta per contrastarla e i dati olandesi dimostrano che la legalizzazione (da non confondere con liberalizzazione) non accrescerebbe il numero dei consumatori, anzi lo potrebbe ridurre, in quanto fumare uno spinello non sarebbe più un atto di trasgressione delle regole (le contraddizioni sono davvero poche e deboli). Nei Paesi Bassi, in cui le droghe leggere sono legali da decenni, la media dei giovani che fa uso di cannabis almeno una volta al mese è del 9,7%, percentuale incredibilmente inferiore a quella italiana (28,9%) o tedesca (20,9%), in cui vige il proibizionismo, così come dal 1997 al 2003, in soli sei anni, il numero dei CoffeeShop si è ridotto del 36%, grazie ad un sensibile calo della domanda. Lo Stato italiano incasserebbe dalla tassazione sulla vendita e sulla produzione tra i 6 e gli 8 miliardi di euro (non credo facciano schifo al Governo), al netto dei risparmi sul suo contrasto, cioè altri 1/2 miliardi; verrebbero sottratti quasi 20 miliardi di introiti alla malavita, che oggi ha il controllo sulla sostanza, e sarebbe una mazzata per tutto il mondo della criminalità. Inoltre si aprirebbe una filiera produttiva da migliaia di nuovi posti di lavoro. Per questi motivi la legalizzazione s’ha da fare; se vogliamo superare il fallimentare proibizionismo e vogliamo più soldi allo Stato e meno alle mafie non ci resta che incrociare le dita e sperare di arrivare presto alla svolta sul tema, quindi all’approvazione della proposta di legge.

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Il Reddito Minimo funzionerebbe a tre condizioni

No Job, no money, now what?

A Maggio l’occupazione è calata (- 63 mila posti di lavoro) e la povertà è aumentata (i cittadini sotto la soglia di povertà sono 10 milioni), così come cresce ancora il numero degli sfratti, i disoccupati sono più di 3 milioni e 300 mila mentre i precari sono circa 3 milioni (in calo solo grazia all’effetto decontribuzione conseguente alla stabilizzazione). Per la lotta alla povertà e per rilanciare i consumi la misura più efficiente da adottare potrebbe essere il Reddito Minimo Garantito, offerto a disoccupati e precari (sotto forma di integrazione salariale), spesso confuso con l’utopistico e inattuabile reddito di cittadinanza, che, invece, verrebbe offerto a tutti i cittadini, indistintamente dalla situazione economica che arriverebbe a costare più di 300 miliardi l’anno (solo il partito Podemos, in Spagna, lo ha proposto all’interno del proprio programna economico, prevedendo l’insostenibile costo di 145 miliardi di euro l’anno). In Italia favorevoli al RMG sono Movimento 5 Stelle, che ha organizzato il 9 maggio la marcia Perugia-Assisi per richiedere la sua attuazione e ha presentato una proposta di legge, Sinistra Ecologia e Libertà, il nuovo soggetto di sinistra, del fuoriuscito dal PD Pippo Civati, Possibile, l’extraparlamentare Coalizione Sociale guidata dal sindacalista Landini (tra i principali favorevoli troviamo Don Luigi Ciotti) e alcuni esponenti della minoranza dem. Il M5S propone un Reddito Minimo, chiamato anche reddito di dignità, di 780 euro lordi mensili (9360 euro annuali, reddito che verrebbe tassato al 23%, trovandosi nel primo scaglione IRPEF) , che verrebbe assegnato a tutti coloro che non arrivano a tale soglia, pretendendo la ricerca attiva di un lavoro (e dopo il rifiuto a tre offerte lavorative decade il beneficio)  e tenendo conto del reddito familiare, delle persone all’interno dello stesso nucleo che ne beneficiano e dei familiari a carico (quindi i paletti lo traformano da un sussidio ai singoli cittadini ad uno a base familiare). Se anche in Italia, rimasto unico Paese nell’UE senza reddito minimo (anche in Grecia, infatti, è stato istituito), dovesse essere applicato così come formulato dai pentastellati costerebbe 17 miliardi; secondo alcuni economisti come il presidente dell’INPS Tito Boeri, che aveva proposto un reddito minimo solo per gli ultracinquantenni disoccupati, i calcoli sono approssimativi e il RMG del M5S potrebbe costare almeno 2 miliardi in più, mentre secondo l’ISTAT costerebbe allo Stato “solo” 14,9 miliardi di euro e il beneficio raggiungerebbe 2 milioni e 759 mila famiglie (il Reddito Minimo proposto da SEL costerebbe 23,5 miliardi). Sempre dal partito di Beppe Grillo sono state elencate le coperture finanziarie (per la prima volta è un approfondimento economico sicuramente limitato ma non populista), dal taglio alle spese inutili sui beni intermedi al taglio delle auto blu dei dirigenti sanitari (piccola digressione per dire che costano quasi un miliardo di euro ed è assolutamente evitabile la concessione e l’utilizzo da parte di questi). Sicuramente è una misura attuabilissima “antipovertà” (nonostante venga accusata di assistenzialismo) ed è una soluzione per far “girare moneta” ma può funzionare solo a tre condizioni, che non corrispondono ad alcune richieste di grillini e SEL:

  • Prima del Reddito Minimo gli sforzi dovranno concentrarsi su una robusta riduzione della pressione fiscale e degli oneri contributivi a carico delle medie e piccole imprese e su un piano di creazione diretta di posti di lavoro per la manutenzione territoriale, per cercare di rilanciare l’occupazione e, poi, combattere la povertà nello sviluppo e crescita economica (inoltre dovranno essere messe in atto politiche attive per l’accompagnamento e l’inserimento nel mercato del lavoro)
  • Affinchè non appaia come disincentivo al lavoro l’integrazione salariale per un precario dovrà portarlo ad un reddito minimo superiore rispetto a quello di un disoccupato: se il reddito minimo di un disoccupato potrà risultare di 550/600 euro netti mensili, quello di un precario dovrà essere di almeno 800 euro netti mensili; fondamentale, per questo, anche una legge sul salario minimo orario
  • Tra i paletti e le limitazioni, oltre a tener conto del reddito familiare totale, bisognerà considerare anche la situazione patrimoniale mobiliare e immobiliare familiare, per ridurre maggiormente il rischio “furbetti”, così come dovrà essere impedito di accedere al beneficio a coloro che decidono di autolicenziarsi senza giusta causa

dalla parte del progresso AA99